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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

IL RISORGIMENTO COME IL BAGAGLINO. E IL NUOVO MAZZINI NON NE AZZECA UNA

C’era da aspettarselo, e infatti è successo: Giancarlo De Cataldo si è fatto storico in proprio. Strappato coraggiosamente il velo della finzione, ha deciso di raccontarci senza filtri, in Il maestro, il terrorista, il terrone, le vite di Giuseppe Mazzini, Felice Orsini e Carlo Pisacane. Da tempo mordeva il freno, il fortunato autore di Romanzo criminale (nonché sceneggiatore di film e serie televisiva omonime), palesemente convinto che la storia è cosa troppo seria per lasciarla agli storici, seminatori di dubbi e infedeli alla verità più vera, la verità dietro l’apparenza, la verità che solo una controstoria corroborata dalle potenze dello Storytelling può narrare. Le cose non sono mai come le impari a scuola.
La storia d’Italia, per esempio, dagli anni Settanta al biennio 1992-93, quello del crollo della Prima Repubblica, è in realtà una vertenza criminale condotta da un fitta e ramificata tramatura di bande (per esempio quella della Magliana), cricche, lobby, mafie, camorre, massonerie e servizi inevitabilmente deviati. E non diversa fu la vicenda del nostro Risorgimento, passata al setaccio in un romanzo intitolato significativamente I traditori. Un tema, il tradimento, che ha finito per stingere anche sull’impianto narrativo e ideologico di un film, sempre di argomento risorgimentale, come Noi credevamo di Mario Martone, che De Cataldo ha sceneggiato: anche lì attentati e sbirri, infami e galera, sullo sfondo della passione purissima (e per effetto di contrasto doppiamente irreale) del protagonista impersonato da Luigi Lo Cascio.
Analogo assetto presiede a questo libro. L’intento dichiarato è rivendicare per i protagonisti, compreso il terrorista Orsini, autore del fallito attentato a Napoleone III, il diritto a essere «un prezioso stimolo per l’agire quotidiano, e un eccellente antidoto alle miserie del presente»: senza di loro non saremmo italiani. Ma a legger bene c’è da chiedersi se ne è valsa la pena. D’altronde, Mazzini non ne azzecca una. Pisacane è un puro, ma anche un inguaribile ingenuo (e non il teorico lucidissimo di un libro sempre da rileggere come La rivoluzione). Di Orsini non si tacciono, come è giusto, il narcisismo, la probabile mitomania, il carattere violento che lo portò a uccidere un servo in gioventù, spiegato però col fatto che era nato a Meldola, vicino Predappio, ed è noto che nella «Romagna profonda» c’è un «batterio della rivolta, un germe della violenza, un gene dell’agitazione». Su questo gli storici sarebbero più cauti, ma si sa come son fatti. Con loro del resto De Cataldo è severo ma giusto, disponibile a riconoscere quando ci indovinano: «Per una volta tanto, sono d’accordo con gli storici di mestiere».
Il punto vero sta però nel contrasto tra l’intenzione eroicizzante e il concreto trattamento stilistico riservato alla materia. Tutto ciò che non è idealizzato è sordido. Non quotidiano o popolare, ma grottesco, sforzato. Deformato, più che alla Gadda, alla Bagaglino. La contessa di Castiglione è «la madre di tutte le escort» che Cavour «infila nel letto» di Napoleone III, «notorio mandrillo» (e c’era da aspettarselo da uno che fa l’Italia «ungendo abbondantemente generali e funzionari borbonici»). Garibaldi ferito è issato su una nave «come un quarto di bue». Il rivoluzionario Bernard, sodale di Orsini, muore con «il cervello fuso dalla sifilide». Pisacane matura il suo «ribellismo» attraverso la «love story» (ma potevamo aspettarci: «la fuitina») con Enrichetta Di Lorenzo; e gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Non che De Cataldo manchi di qualità letterarie: ha chiarezza, ritmo, mordente. Ma è proprio questo a far pensare che lo sprofondamento sistematico di tono e linguaggio, in questo e negli altri suoi lavori, non sia una caduta ma una scelta, una strategia.
Un strategia e un sintomo insieme. De Cataldo è il più sintomatico degli scrittori italiani. Letto in controluce offre un ritratto assai attendibile, purtroppo, del gusto e dell’ideologia del pubblico cui si rivolge (e insieme modella, perché il pubblico non è mai un dato ma una performance, ed è su questo che si regge tutta l’industria culturale). I motivi li abbiamo visti. Il collasso tra realtà e finzione, in apparenza euforico, in realtà profondamente scettico. La tematica complottistica, condivisa da tanti autori di noir che non a caso lo hanno eletto a caposcuola, indice di una radicata sfiducia nella storia come prassi umana responsabile, e poco importa che se la prenda con le interpretazioni cospirazioniste della figura di Mazzini, se poi finisce per dire che su di lui non ha tutti i torti padre Bresciani. La voce narrante sempre in primo piano, ammiccante, confidenziale, da intrattenitore. La sordidezza programmatica della rappresentazione. Gli italiani — è la morale vera al di là delle intenzioni, perché in uno scrittore lo stile è il giudizio — sono sempre stati come oggi, fessi o furbi, illusi o traditori, sentimentali o volgari, e spesso le due cose insieme. E d’altra parte, se i tre cavalieri dell’ideale hanno fallito, chi l’ha fatta l’Italia se non quegli altri zozzoni? Non è strano che De Cataldo abbia successo, ma è difficile rallegrarsene.
Daniele Giglioli