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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

L’INGIUSTIZIA DI SAN MATTEO

Di questi tempi, farsi una partita a Monopoli può suonare inopportuno: litigare per la «centrale elettrica», incappare nel «parco della Vittoria» o finire in «prigione» può funzionare, al limite, come esorcismo infantile o antidoto omeopatico alle ansie reali. Eppure, l’antefatto di quell’immortale «gioco di società» — il Landlord’s Game, «Gioco del padrone» — veniva creato nel 1904 da una giovane quacchera della Virginia, Lizzie Magie, non come apologia della predazione, ma, al contrario, come una visita guidata ai rischi dei monopoli terrieri privati. Erano gli anni, del resto, della Gilded Age («Età dell’oro») di petrolieri come Rockefeller e finanzieri come J. P. Morgan.
Non sarà un caso, quindi, che proprio nella cadenza del Monopoli — nella «forbice» che si apre via via tra i giocatori — l’economista-sociologo Daniel Rigney, nel saggio Sempre più ricchi, sempre più poveri (Etas, pp. 202, 17,50), individui un esempio da manuale di «effetto san Matteo»: cioè di quella forza elusiva ma implacabile che rende appunto, come recita l’adagio, i «ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri», generando da un vantaggio iniziale — anche piccolo — un «vantaggio cumulativo», e da uno svantaggio un impasse o addirittura una regressione.
Quando teorizza l’«effetto», nel 1968, il grande sociologo Robert K. Merton si ispira a una celebre metafora evangelica sulla necessità di elevare le proprie qualità morali («A chiunque ha sarà dato, e sarà nell’abbondanza; ma a chiunque non ha sarà tolto anche quello che ha») per conferirle una dura concretezza letterale; e ne perimetra l’azione solo alla comunità scientifica, dove vede i benefici prodotti dalla leadership dei grandi scienziati (come l’emulazione, con tanti premi Nobel allievi di altri Nobel) bilanciati da alcune disfunzioni, come i meriti ulteriori attribuiti a personalità già famose, magari per scoperte in condominio con ricercatori anonimi. Rigney ci mostra invece come l’effetto san Matteo sia la dinamica profonda, il respiro intimo nel generarsi delle disparità in ogni ambito. Lo vediamo nella politica, se al Congresso Usa, dal 1964 a oggi, senatori e deputati sono stati rieletti nell’81 e nel 93 per cento dei casi grazie a «donazioni elettorali» di 4-5 volte superiori a quelle avversarie. Lo vediamo nell’istruzione, dove scarti di partenza sia innati che sociali (la diversa velocità con cui alcuni studenti passano dall’«imparare a leggere» al «leggere per imparare» o il censo di appartenenza) producono alla lunga distanze cognitive ed economiche siderali: sempre in America, chi provenga da famiglie di alto reddito ha possibilità 6 volte maggiori di accedere a un ateneo prestigioso, e i figli di laureati addirittura 7 volte. E lo vediamo — a sintesi di tutto — nell’economia, dove a un effetto san Matteo assoluto con gioco «a somma zero» (coi ricchi che sottraggono risorse ai meno ricchi, lo sfruttamento di marxiana memoria) se ne affianca uno «relativo» a «somma positiva», dove tutti guadagnano, ma in maniera diseguale: un caso classico è l’«interesse composto», in cui due investitori con uguale interesse (10 per cento) ma diversi capitali (1.000 e 100 euro) vedono il gap dilatarsi in un anno da 900 a 990 euro, e in dieci anni a 2.335 euro. È un tipo di gap che ritroviamo, in espansione concentrica, tra comunità o tra interi Paesi.
Ma lo stesso schema di divaricazione (di auto-amplificazione, spesso slegata da meriti o talenti) agisce in molte altre sfere: nello sport, coi bambini di 9-10 anni fisicamente più maturi dei coetanei selezionati e curati fino a farne dei campioni (vedi gli hockeysti su ghiaccio canadesi); nel confronto di genere, dove il vantaggio cumulativo degli uomini sulle donne prende il nome di «effetto Matilda»; o in quello razziale, ben riassunto dall’economista svedese Gunnar Myrdal (Nobel nel 1974 con von Hayek) nel circolo vizioso che vede i pregiudizi dei bianchi sui neri alimentarne l’ulteriore deterioramento degli standard sociali, e in tale deterioramento un feedback di ritorno (e rinforzo) dei pregiudizi.
Convergendo con l’effetto san Matteo, una simile «causazione circolare» sembra conferirgli la stessa incidenza impersonale della gravità. In realtà, cogliendone il carattere anfibio tra legge naturale e costruzione sociale (tra un’«amplificazione delle differenze» innescata dai nostri antenati cacciatori-raccoglitori con l’accoppiamento selettivo — vantaggio per sé e per la progenie — e la sua prosecuzione, oggi, in matrimoni tra soggetti ricchi e socialmente avvantaggiati), Rigney vede anche i correttivi strutturali e culturali dell’effetto san Matteo. Per un verso, l’effetto (né inevitabile né eterno, come mostra la dispersione del vantaggio ereditario e del successo) è controbilanciato da quelle stesse forze matematiche che lo alimentano: dall’effetto tetto (il limite intrinseco a ogni accumulazione individuale e collettiva) e dall’effetto pavimento (i margini di crescita dei Paesi sottosviluppati), oltre che da certi meccanismi del mercato (l’aumento di domanda e il calo dei prezzi) che estendono molti beni dalle élite alle masse. Per un altro verso, tutte le forme di ineguaglianza patologica (quella fisiologica è inevitabile e anzi necessaria) possono e devono essere contrastate con ogni mezzo, come fossero malattie e cataclismi: col welfare, con le tutele sindacali, con le tassazioni sulla ricchezza prima che sul reddito, in un processo che implichi, insieme alla rinuncia a ogni statalismo utopico, anche quella ai fantasmi ideologici («finzioni sincere») con cui gruppi d’interesse spesso parassitari rappresentano come «logici, naturali e moralmente giusti» i propri smisurati privilegi.
Lucidamente conscio della propensione più egoistico-predatoria che altruistico-solidale della specie, Rigney vede però il vero discrimine tra un’idea statica e una dinamica dell’economia e della società: un’idea che persegua, cioè, un «livellamento verso l’alto». Certo, sul piano strettamente materiale tale livellamento deve confrontarsi con strettoie insidiose (il rapporto tra la «crescita» e le risorse in esaurimento); ma su quello intellettuale, almeno, non ci sono alibi: alzare ovunque il livello cognitivo con istruzione e ricerca è l’unico imperativo davvero «a somma positiva». E questo — come scriveva Gianni Rodari aggirando ogni populismo — «non perché tutti siano genii, ma perché nessuno sia schiavo». Sarebbe d’accordo anche l’evangelista. E, prima di lui, il suo capo carismatico.
Sandro Modeo