Anna Meldolesi, la Lettura (Corriere della Sera) 15/01/2012, 15 gennaio 2012
PROPINARE E DIRIMERE PAROLE DA SALVARE? MEGLIO «SERENDIPITA’»
Gli enti naturalistici compilano periodicamente la lista delle specie a rischio di estinzione. Quelle carismatiche, come le balene e gli orsi, trovano facilmente sostenitori pronti a difenderle dai pescherecci giapponesi o dalle doppiette slovene. Altre creature, di aspetto modesto e scarsa utilità apparente, si estinguono senza che nessuno prenda nota. Di un animale solo, la zanzara, gli scienziati si augurano l’eradicazione, per fermare la malaria. E le parole? Anche quelle mutano, evolvono, invadono nuovi territori, competono e a volte si impongono sui lemmi nativi. Oppure si estinguono. Per essere vitale una popolazione deve contare su un numero di esemplari in età riproduttiva abbastanza grande da assicurare una certa diversità genetica. Per non spegnersi, una parola deve passare di bocca in bocca, oltrepassando gli steccati dei circoli esclusivi. Ha fatto bene, dunque, la società Dante Alighieri a lanciare l’iniziativa «Adotta una parola», in collaborazione con i grandi dizionari e con il sostegno del «Corriere della Sera». Ma siamo certi che tutte, proprio tutte le parole meritino di essere salvate? Una volta il grande Stephen Jay Gould si è divertito a scrivere che il panda non dovrebbe essere l’emblema della conservazione. Passa la vita a masticare il suo indigeribile bambù e si riproduce con difficoltà. Insomma, è naturalmente avviato all’estinzione. Mi chiedo, dunque, se non ci sia anche qualche panda che meriterebbe di sparire dal vocabolario.
Non farei a meno di «lapalissiano», il suo suono scivola via come l’ovvietà. «Pantagruelico» è un sostanzioso omaggio a Rabelais. «Ineffabile» e «oblio» sono due carezze letterarie. E «gibigianna»? È la parola adottata da Dario Fo, sembra un coccio linguistico e invece è una perla. Carlo Porta la usava per indicare le donne agghindate e abbaglianti. Per Manzoni c’è un raggio di luce che «gibigianando va». Com’è sgraziata, in confronto, la scelta di Matteo Renzi, caduta sul verbo «propinare». Più che alla bellezza della nostra lingua serve a lui, per fare l’elenco del grigiume che non vuole più farsi rifilare. Ha l’odore dei timbri e della carta bollata il verbo «dirimere» adottato da Pisapia. Provate a coniugarlo al passato e il balbettio è garantito. In cima alle preferenze dei cittadini comuni c’è «zuzzerellone», troppe zeta tutte insieme, occupa l’ultima pagina del dizionario peggio di un elefante in una cristalleria. Molti sono affezionati a «procrastinare», un’altra rimembranza scolastica che forse potremmo dimenticare. Si incastra in bocca, un po’ come «apotropaico», aggettivo scaccia-iella che gli italiani vogliono salvare. Perché rinunciare ad alcune di queste parole. Per fare un po’ di spazio per le nuove. «Antropocene»: è l’era geologica che è cominciata da quando l’uomo ha trasformato profondamente il pianeta Terra. Chi la adotta? «Resilienza»: è la dote degli ecosistemi, dei materiali e persino delle persone che, dopo uno shock, invece di collassare si adattano. Chi non la vorrebbe. «Serendipità» la adotto io. Nella scienza indica una scoperta inattesa, in cui ci si imbatte mentre si stava cercando altro. Un bacio casuale e felice tra ragione e fortuna.
Anna Meldolesi