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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

LA VERA MISSIONE DOPO LA RAFFICA DI TAGLI: COME SALVARE IL FONDO «SALVA-STATI» - È

psicologicamente difficile per i ministri, i funzionari o i banchieri centrali europei incassare i giudizi abrasivi di analisti dei rating che hanno la metà dei loro anni. Loro vengono da decenni di frequentazione reciproca, conoscono a memoria gli stessi problemi, si sentono forti da istituzioni che raccolgono centinaia o migliaia di esperti. Visti dai loro uffici, i desk dell’Europa di Standard &Poor’s o di Fitch possono sembrare botteghe popolate da un pugno di ragazzi usciti dall’università.
Diventa ancora più difficile accettare i declassamenti, dal momento che questi «ragazzi» trasmettono scosse ai mercati senza pubblicare i numeri dei quali gli uomini delle istituzioni si nutrono ogni giorno. La tenuta futura di un debitore non è (solo) un’opinione: dipende dall’andamento del fatturato, dalla spesa media per interessi e dal saldo di bilancio al netto di questi oneri. Ma nessuno sa sulla base di quali stime Standard &pPoor’s abbia declassato nove governi nell’euro in una sola serata, perché l’agenzia non lo ha detto.
Il messaggio implicito di S&P però è duplice e i banchieri centrali in tutta Europa l’hanno colto. Un segnale riguarda l’Europa, ma l’altro tocca l’Italia. C’è sì una prova della sfiducia radicata nei mercati finanziari di lingua inglese - Londra e New York - nella capacità della zona-euro di governare se stessa. Ma si fa sentire anche il sospetto che l’Italia abbia ormai subito una perdita strutturale di domanda dall’estero per i suoi titoli di Stato. I compratori internazionali sono partiti, e non toneranno tanto facilmente.
Non è detto che il declassamento si traduca in un balzo degli spread: i grandi fondi pensione, le banche estere e i gestori delle riserve delle compagnie assicurative hanno venduto da mesi; il premio di rischio sui titoli italiani era già salito oltre quello di Paesi a pari livello di rating. Magari i tassi non saliranno, ma ora diventa difficile che calino così in fretta come negli ultimi tempi. La caduta «tripla B», il conto alla rovescia di un probabile nuovo declassamento da Fitch entro il mese e una possibile nuova bocciatura di S&P a primavera, rischiano di bruciare (per ora) i ponti alle spalle degli investitori già usciti dall’Italia. Una grande banca d’affari di Londra stima che i creditori domestici del Tesoro - le banche nazionali e le famiglie - potrebbero più o meno tenere le posizioni. Ma l’altra metà del debito fino a luglio era finanziata da stranieri che ora sono strutturalmente meno presenti.
Il messaggio implicito di S&P è dunque che l’Italia dovrà sostituire questa perdita di investitori tramite prestiti istituzionali: dal Fondo monetario internazionale, dalla Banca centrale europea o dal fondo salvataggi. Ma quest’ultimo, dopo i declassamenti di venerdì, è diventato ufficialmente un’architettura vacillante. La minaccia del declassamento grava anche lì. L’Efsf, «European Financial Stability Facility», era partito dall’inizio come un meccanismo così fragile da ricordare certi castelli di carte costruiti sui mutui immobiliari negli Stati Uniti: il fondo si finanzia emettendo bond garantiti dai Paesi europei; ma poiché da ieri le garanzie della Francia o dell’Austria valgono di meno - Parigi e Vienna hanno perso la «tripla A» - anche la capacità dell’Efsf di dotarsi di nuovi fondi diminuisce. Da settimane il premier Mario Monti chiede che il fondo salvataggi europeo abbia più risorse, ora la svolta sui rating spinge in direzione opposta.
L’Efsf in teoria dispone di una licenza a finanziarsi fino a 440 miliardi: nella pratica, oggi ha circa duecento miliardi già impegnati per Grecia, Irlanda e Portogallo e ha in gestione solo alcune decine di miliardi impiegabili altrove. Molti, anche nel mondo delle banche centrali, vorrebbero che l’Efsf accelerasse le emissioni preventive di bond prima che la sua capacità di farlo si deteriori. Angela Merkel invece sembra orientata altrove: ieri la cancelliera tedesca ha fatto capire che punta ad accelerare la messa in campo dell’Esm, European Stability Mechanism. Anziché in luglio, potrebbe partire già a marzo in tempo per sostenere l’Italia nel difficile calendiario di emissioni di debito di inizio anno. In teoria l’Esm dovrebbe essere il successore permanente dell’Efsf, con la differenza che è finanziato direttamente dagli Stati e non tramite (vacillanti) garanzie. Ma il problema è di «governance», eufemismo prediletto in Europa per dire che i tedeschi mettono nell’Esm gran parte dei soldi e dunque vogliono gran parte del potere su come impiegarli.
Resterebbe la Bce, da cui Standard &Poor’s auspica maggiori interventi. Attorno al presidente Mario Draghi c’è una maggioranza di governatori pronti a muoversi in questa direzione, ma la Bundesbank resta contraria e nei fatti (non di diritto) riesce per ora a esercitare un veto.
È in questa situazione che Monti arriverà a Città del Messico a inizio febbraio per il G20. La volta prima, a Cannes, il suo predecessore Silvio Berlusconi fu bersagliato di pressioni perché accettasse un aiuto del Fmi. E il percorso di Monti, almeno in questo, potrebbe non rivelarsi poi molto diverso.
Federico Fubini