lastampa.it ilmattino.it Cultura-Domenica Sole24, 15 gennaio 2012
DIPARTITA DI FRUTTERO
È morto oggi nella sua casa di Castiglione della Pescaia, a 85 anni, lo scrittore Carlo Fruttero. Nato a Torino nel 1926, coppia con Franco Lucentini diede vita a uno dei sodalizi più celebri della nostra letteratura. Tra i titoli più noti dello scrittore, La donna della domenica. ilmattino.it
03/07/2011 - INTERVISTA
PIERANGELO SAPEGNO
CASTIGLIONE DELLA PESCAIA
«Un narratore dev’essere bulimico, e se non hai questa fame non succede niente, è tutta sabbia che ti passa fra le mani. Quando morì Lucentini, io rimasi anoressico. Non riuscivo più a venirne fuori. Poi, improvvisamente, un giorno...». Carlo Fruttero, 80 anni a settembre, uno dei più grandi scrittori viventi, autore con Franco Lucentini de La Donna della domenica e di molti altri romanzi di successo, è tornato a scrivere. Fra un mese sarà in libreria Donne informate sui fatti, edito da Mondadori. Una storia vecchia di 30 anni fa, finita in un cassetto della memoria, o della vita, e abbandonata forse per sempre. «Poi improvvisamente un giorno», come racconta lui in questa confessione, è tornata la fame, la passione, quella voglia di scoprire la vita, di inseguirla, di capirla. E di raccontarla. Quel giorno ha sentito una voce. La voce di una bidella che gli parlava.
Ma prima cos’era successo, esattamente?
«È difficile spiegarlo, e nello stesso tempo semplicissimo. La fame del narratore è un’avidità per qualsiasi cosa: un’insegna, un rumore di tram, una traccia, una scarpa. Non è volontaria. Non è per niente così, non c’è nessuna intenzione nell’accumulazione. Però, dev’esserci. Una specie di fame incessante, infinita, per cui tutto ti arriva, i titoli dei giornali, le grandi vicende internazionali, ma anche le cose più banali. Come mai la pizzeria sotto casa è fallita: anche quello ti deve colpire. Tutto questo io devo averlo sempre avuto, senza saperlo. Con la morte di Lucentini, era sparito di colpo. Nulla mi faceva effetto. Le cose mi passavano sopra, e io non le vedevo, non le coglievo».
Che cos’era? Il dolore per la morte di un amico? O qualcosa di più, come se fosse rimasto vedovo?
«Non lo so. Io su tutto questo non ci ho mai minimamente riflettuto. L’autoanalisi sono incapace di farla, per indole. Non lo so».
Però, ne era consapevole...
«A un certo punto mi sono accorto che c’era una bella insegna in via Duchessa Iolanda, e io non la vedevo, un’insegna che un tempo mi avrebbe colpito e adesso invece niente. Credo sia stata una comunissima forma di depressione, di distacco della vita, cose banali che succedono a tutti. Io non ho mai avuto un analista. Certe cose uno se le deve risolvere da solo. E quindi ho tirato avanti. Mi hanno aiutato i miei nipoti, Matteo, Tommaso e Nathan. Ho passato il bivio grazie a loro. Mi sono rianimato, perché i bambini sono rianimatori straordinari ».
E in quel momento cos’è successo? Tornando alla vita è tornato alla scrittura: è così?
«M’è tornato alla mente un vecchio intreccio che molto m’era piaciuto 30 anni fa. Ne avevamo discusso tanto con Lucentini, e poi avevamo deciso che era infattibile».
E perché? Era troppo complicato?
«No, era difficilissimo da mettere su, in una grande città, soprattutto Torino. Sembrava più una storia da paese. Dicevamo: non può venire, non viene bene. Allora volevamo fare un romanzo incentrato su quella casetta storta a Bomarzo, sotto Capalbio, dove c’è questa foresta con enormi mostri di pietra, tartarughe, orsi, tutta una follia umanistica, scritte latine, angoli di meditazione, e poi questa casetta interamente sfalsata, pianoterra in discesa e pareti sghembe, le finestre pure, che ti dà un senso di smarrimento totale. Volevamo incollare a questa casa una signora che avevamo conosciuto a Zurigo, che faceva la cacciatrice di teste e cercava dirigenti infelici. Il suo era tutto un lavoro di spionaggio, aveva appuntamenti segreti e alla fine trovava delle proposte per fare cambiare azienda a quei manager. Ci lavorammo parecchio, prendemmo appunti. Non ci riuscimmo. Anche per queste Donne informate sui fatti non trovammo un sistema. Sembrava molto artificiale, tirato per i capelli. E lasciammo perdere tutto».
Anche la storia della casetta di Bomarzo?
«Pensavamo di fare quello. Solo che era troppo artificioso, senza nessuna necessità interna. Bisogna essere capaci di fare le cose artificiose, e noi non lo eravamo».
Poi Lucentini morì.
«E io non avevo più le condizioni. Senza l’aiuto di questi bambini, sarei affondato. Grazie a loro, a questi bambini, ho ricominciato a vedere, sentire, raccogliere. M’è tornata la fame, sempre a mia insaputa. In maniera del tutto involontaria. E così improvvisamente un giorno ho ricominciato a pensare a quel vecchio intreccio di 30 anni prima, che m’era tanto piaciuto. Nello stesso tempo ho riletto per la settima volta I promessi sposi. Ho notato che nella vicenda della povera Gertrude, ma anche in tutto il romanzo, torna continuamente il tema dell’orgoglio. Dal canto mio, io avevo in mente una delle massime manifestazioni d’orgoglio, la scritta su una divisa di una grande famiglia nobile: non posso essere re, e quindi non sono degno di essere principe. Cioè, lo disdegno. Alla fine, questi elementi sull’orgoglio li ho incastrati in una vicenda poliziesca ».
Quale vicenda?
«Mah, detestando queste macchinazioni che fanno adesso, di aggiungere trovata su trovata, stranezza su stranezza, ho fatto la cosa più semplice. Ho messo un cadavere nella prima riga».
E chi racconta questa storia?
«Ci ho girato attorno per mesi e mesi. Io non ne potevo più dei commissari, dei carabinieri, della guardia di finanza: s’è accumulata una tale quantità di cliché sul genere che non se ne può più. Una mattina, chissà perché, ho sentito la voce della persona che trovava il cadavere: ed era una bidella».
L’ha sentita dal vero?
«No. Come Giovanna d’Arco. Una bidella che mi parlava, e la vedevo pure, un po’ grassa, il marito pensionato. M’è venuta bene, come inizio non mi dispiace».
E dopo? C’è la città, Torino, il cadavere di una donna, una bidella: com’è andato avanti?
«Con una barista, una ragazzetta che conosce la bidella. Una ragazza carina, molto giovane. A questo punto ci sarebbe voluto il commissario, o il capitano dei carabinieri, e mi sono bloccato. Ho inventato una terza voce, sempre femminile, ancora diversa. E se abolissi completamente gli uomini? Se facessi parlare solo le donne? E ognuna racconta quello che sa, il suo pezzetto che ha visto. Alla fine, sono riuscito a fare a meno di voci maschili. Un mio amico inglese mi ha detto che era come La pietra di Luna, di Wilkie Collins, che è il capostipite di tutti i romanzi polizieschi. Così, piano piano, ho messo insieme queste otto testimonianze femminili, che raccontano, commentano, discutono, a volte da sole, a volte tra loro».
Ma com’è stata, questa volta, senza Lucentini, e dopo la sua morte?
«Mi scoraggiavo ogni tanto. Mia figlia Maria Carla mi costringeva a continuare. Io scrivevo su un quadernetto. Lei me l’ha messo tutto in bella copia, col computer. Tutt’e due le mie figlie, lei e Federica, hanno collaborato. Hanno preso in un certo senso il posto di Lucentini. Io con loro discutevo, come facevo con Franco, gli sviluppi di questa storia, e loro mi davano un parere. E via via sino alla fine. Per questo è dedicato a loro, indispensabili figlie. I bambini mi hanno tolto dal mio abbattimento. Loro mi hanno accompagnato».
Cultura-Domenica Sole24
Con Fruttero scompare un personaggio unico, uno scrittore di confine contro «la prevalenza del cretino»
di Goffredo Fofi 15 gennaio 2012
Con Carlo Fruttero scompare un personaggio unico nella storia della nostra letteratura e del nostro giornalismo, uno di quegli scrittori di confine che sono riusciti, almeno in buona parte, a combattere e smantellare l’accigliosità di una cultura che si voleva solo "alta" e la spocchia dei giudicanti accademici, valutando nella giusta misura le novità della cultura popolare diventate nel Novecento cultura di massa. Prima che a decidere che cosa bisognasse leggere, vedere, consumare, pensare venisse deciso per noi dalle grandi concentrazioni finanziarie.
Traduttore (tra l’altro, e non è poco, del teatro di Beckett), elzivirista, prefatore, conobbe del 1952 Franco Lucentini (che aveva già scritto in proprio tre dei più bei racconti lunghi della letteratura del dopoguerra) e con lui e Lodovico Terzi lavorò all’Einaudi a molte egregie imprese, senza mai rinunciare a considerare positivamente l’aspetto ludico della cultura.
Dapprima compilò con Lucentini alcune famose antologie di letteratura "per tutti", storie di fantasmi e di guerra, e soprattutto di fantascienza, la prima delle quali, Le meraviglie del possibile, nel 1959, va considerata non solo come lo "sdoganamento" in Italia di un genere diventato adulto da tempo, ma come una sorta di avvertimento ai nostri intellettuali, raccolto da pochi e dai più giovani, affinché si occupassero di qualcosa di più che della realtà casareccia: per esempio del cosmo, della scienza, del futuro, aiutando tanti lettori a entrare nel mondo di oggi, con le sue enormi mutazioni, con strumenti più aguzzi e una fantasia più libera (con Lucentini diresse per anni "Urania" abbandonando l’Einaudi presso cui avevano lavorato per anni).
In modi diversi, i due furono seguiti in questo da Sergio Solmi, da Vittorini e soprattutto da Calvino, ma anche dal giovane Eco e dai suoi sodali, staccandosi forse un po’ troppo dalle durezze del presente.
Con Lucentini, Fruttero scrisse nel 1972 un best-seller, La donna della domenica (Mondadori, come i seguenti), che inaugurò una serie di "polizieschi" accattivanti e intelligenti, decisamente "colti", ma estremamentge comunicativi, a mezza strada tra le opere dei precursori Gadda e Sciascia e quella dei tantissimi epigoni, che raramente furono acuti e competenti come loro.
Con Lucentini scrisse anche le argute riflessioni su I ferri del mestiere, e un’altra loro impresa memorabile fu certamente la raccolta di interventi che i due vollero chiamare La prevalenza del cretino, un libro più citato, per via del titolo, che meditato.
L’ultimo libro importante pubblicato da Fruttero è stato nel 2010 Mutandine di chiffon, una raccolta di scritti direttamente o indirettamente autobiografici scritto obbligatoriamente da solo: tra i quali trovò posto un bellissimo ritratto dell’amico Lucentini, che si era tolto la vita, malatissimo, nel 2002.
Si è spesso accusato Fruttero di essere troppo interno a un sistema culturale borghese e commerciale, ma anche a questo egli ha saputo rispondere con l’ironia che gli era propria – una qualità e una virtù che assai rare nel nostro contesto sociale, non solo intellettuale. In questo contesto, Fruttero e Lucentini non hanno mai smesso di dirlo, un pericolo non da poco è stato infatti rappresentato ieri e continua a essere rappresentato oggi dalla "prevalenza del cretino".