Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 15 Domenica calendario

Nicola II, zar di Russia, fu ucciso con l’intera famiglia da un nugolo di proiettili nella cantina della casa di un mercante vicino a Ekaterinburg, il 17 luglio 1918

Nicola II, zar di Russia, fu ucciso con l’intera famiglia da un nugolo di proiettili nella cantina della casa di un mercante vicino a Ekaterinburg, il 17 luglio 1918. Carlo Stuart, primo d’Inghilterra e sesto di Scozia, fu decapitato di fronte alla Casa dei banchetti, un palazzo neoclassico del quartiere di Whitehall disegnato in stile palladiano dall’architetto Inigo Jones. La prima esecuzione fu un truce assassinio che non dette alle vittime neppure il tempo di prepararsi alla morte. La seconda fu una cupa cerimonia celebrata dopo un processo farsesco di fronte a una folla muta da cui si alzavano sospiri di commiserazione. La decapitazione di Luigi XVI il 21 gennaio 1793, nella piazza parigina che porta ora il nome della Concordia, fu invece una chiassosa danza macabra. Le cronache raccontano che erano passati appena pochi minuti dal momento in cui il boia Sanson aveva mostrato al popolo la testa del re, quando si scatenò la fiera dei souvenir. Vi erano quelli che volevano intingere il fazzoletto nel sangue del re e quelli che si accalcavano intorno al patibolo per comprare una ciocca di capelli, un pezzo di camicia, un brandello di stoffa. Questa santa messa a rovescio, officiata da un carnefice che avrebbe servito la repubblica con la stessa fedeltà con cui aveva servito la monarchia, era cominciata prima dell’alba nella Torre del Temple, dove la famiglia reale era prigioniera dall’agosto del 1792. Svegliato nella notte dal suo cameriere, Luigi si era comunicato con un prete irlandese, don Edgeworth de Firmont, che era stato il suo cappellano durante la prigionia. In una cronaca della rivoluzione francese (Cittadini, Mondadori, 1989) Simon Schama racconta che la traversata di Parigi, dal Temple alla piazza del sacrificio, durò due ore. Ai cittadini era stato dato ordine di chiudere le finestre delle loro case, ai soldati della guarnigione di Parigi di schierarsi lungo il percorso per evitare che drappelli di monarchici tentassero la liberazione del re. Quando salì sul patibolo, appoggiandosi sulla spalla del suo confessore, Luigi dovette subire il taglio dei capelli e cercò di lanciare un ultimo messaggio alle ventimila persone che riempivano la piazza. Disse che moriva innocente, che perdonava i suoi carnefici, che pregava perché il suo sangue non ricadesse sul capo della Francia. Ma il birraio Santerre, comandante della Guardia nazionale, dette ordine ai tamburi di soffocare con il loro rullio la voce del re. Fu adagiato su un asse, legato, sospinto sotto la lama del dottor Guillotin. Luigi XVI fu coraggioso e nobile nel momento della morte, ma incerto e tentennante nei passaggi decisivi della rivoluzione. Vi furono circostanze in cui avrebbe forse potuto accompagnare le riforme costituzionali, costruire per se stesso un ruolo simile a quello che i re d’Inghilterra avevano accettato dopo la «Glorious Revolution» del 1688, impedire che il potere cadesse nelle mani delle «teste calde» che dominavano i club di Parigi e volevano la fine della monarchia. Ma qualcosa, nel fondo dell’anima, gli impediva di rinunciare alla sacralità della propria persona, al potere trasmesso per diritto divino. Quando accettò la Costituzione del 14 luglio 1790 e quella aggiornata del 14 settembre 1791, lo fece di malavoglia, con evidenti riserve mentali, nella speranza di vivere in un incubo da cui, prima o dopo, si sarebbe risvegliato. Quando tentò la fuga, nel giugno del 1791, dimostrò di non avere mai smesso di contare sulla restaurazione del potere reale con l’aiuto delle potenze straniere. Quando dichiarò guerra all’Austria, il 20 aprile del 1792, fu spinto a farlo da quanti, intorno a lui, riponevano ogni loro speranza in una vittoria militare degli Asburgo. Non tutte le accuse che gli furono mosse durante il processo alla Convenzione nazionale nel dicembre 1792 erano fondate. Ma era circondato da persone che non avevano mai rinunciato a tessere trame controrivoluzionarie. Non gli giovò essere sposato a un’austriaca intelligente, volitiva, irrequieta, continuamente in contatto con la corte di Vienna e detestata dal popolo di Parigi. Il momento della rottura venne durante il secondo assalto alle Tuileries nell’agosto del 1792 (il primo era stato respinto in giugno). Abbandonato dai suoi soldati, difeso soltanto da un coraggioso reggimento di svizzeri che combatterono sino alla morte, Luigi dovette fuggire e chiedere rifugio all’Assemblea legislativa. Cadde nelle fauci del leone. Sospeso dalle sue funzioni, venne rinchiuso al Temple. Poco più di un mese dopo, a Valmy, la Francia dimostrò che non aveva bisogno di un re per mettere a segno, contro la prima coalizione austro-prussiana, una delle più entusiasmanti vittorie della sua storia. Prigioniero con la famiglia nell’antica torre dei templari, Luigi divenne per molti aspetti un altro uomo. Perduto il trono, dedicò gli ultimi cinque mesi della sua vita a sostenere con grande impegno la parte del marito affettuoso e del padre esemplare. Anche se il racconto di quel periodo fu spesso sovraccaricato da un eccesso di retorica devozionale, Luigi e Maria Antonietta furono un modello di virtù familiari. Luigi insegnava geografia al Delfino, gli chiedeva di recitare ad alta voce gli alessandrini di Corneille e di Racine, leggeva alla famiglia pagine di storia romana, spesso indugiando, come scrive Schama, «sui punti che presentavano attinenze singolari e dolorose con le loro attuali traversie». Il processo, alla Convenzione, fu un lungo comizio travestito da dibattimento. Luigi ebbe diritto a tre avvocati: il grande Malheserbes, il vecchio François-Denis Tronchet e l’abile Romain de Sèze, che si batterono coraggiosamente per rintuzzare gli argomenti dell’accusa. Il re si comportò con dignità e accettò tutte le umiliazioni che venivano continuamente inflitte alla sua persona. Fu chiaro alla fine che sarebbe stato giudicato colpevole perché soltanto così la Convenzione avrebbe rotto con il passato, sancito la fine della monarchia, affermato il proprio incontestato potere. Quando il giudizio fu messo ai voti qualcuno ebbe il coraggio di astenersi, ma nessuno votò per l’innocenza. La prova più difficile venne tuttavia quando l’assemblea, composta da 721 persone, fu chiamata a decidere la pena. I deputati che si pronunciarono per la morte furono 361, quelli che proposero il carcere e la messa al bando dopo la fine della guerra 319. Nelle ore seguenti Luigi dettò un testamento in cui disse al Delfino che, «se avesse avuto la sfortuna di diventare re», avrebbe dovuto «mettere da parte ogni odio e risentimento». Il fratello che riconquisterà il trono nel 1814 si chiamerà Luigi XVIII. Il destinatario del testamento, diciassettesimo del suo nome, era morto nella prigione del Temple l’8 giugno 1795 all’età di dieci anni.