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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

«Non so gli altri, ma io la mattina quando mi chino per allacciarmi le scarpe penso: Oddio! E adesso?»

«Non so gli altri, ma io la mattina quando mi chino per allacciarmi le scarpe penso: Oddio! E adesso?». Diciamo la verità, è più facile assomigliare a questo smarrito Charles Bukowski che ad Agamennone, l’eroe dell’Iliade che, dopo una notte insonne, si butta sulle spalle la pelle di leone, impugna la lancia «ed imprigiona nei bei calzari il piede». Tra il risoluto guerriero di Omero e il tormentato poeta del nostro tempo corrono infinite storie che raccontano gli uomini cominciando dalle loro scarpe. Calzature magiche scendono dall’Olimpo e arrivano fino a Cenerentola e alle scarpette d’argento di Dorothy, nella fiaba del mago di Oz. Ma quando la scarpa, non più dotata di poteri straordinari, fugge da miti e favole, racconta la vita intera. Possesso, affetti, viaggi, erotismo, ricchezza, eleganza, libertà: le sue orme tra i libri conducono ovunque. «Io devo portare le scarpe basse perché evidentemente sono un inferiore!», mugugna Julien Sorel, l’eroe stendhaliano de Il Rosso e il Nero, il pioniere di tutti gli arrampicatori sociali, mentre osserva gli stivali speronati dei nobili alla corte di Francia. Le scarpe stabiliscono la distanza tra l’uomo e la terra e per questo, forse, possono dire molto di noi. È ancora Bukowski a spiegare che «quando qualcuno muore, la cosa più strana è guardargli le scarpe. (...) Come se buona parte della sua personalità restasse lì. (...) Non nei vestiti. Nelle scarpe». Ecco allora cinque memorabili passi di calzature letterarie. Verga, Vita dei campi Che cosa può provare un ragazzo ritrovando le scarpe del padre seppellito da una frana mentre lavorava? La novella «Rosso Malpelo» (Giovanni Verga, Vita dei campi, 1880, in Tutte le novelle, Mondadori) è il ritratto di un’adolescenza senza diritti e senza futuro. Il contadino dalla chioma fulva, il più misterioso dei diseredati dello scrittore siciliano, viene rivestito a nuovo («per la prima volta») con gli indumenti di Mastro Misciu Bestia, il cui corpo viene rinvenuto intatto, giorni dopo l’incidente fatale. «Solo le scarpe furono messe in serbo per quando ei fosse cresciuto, giacché rimpicciolire le scarpe non si potevano». Ma Malpelo, anche se non può camminarci, non si separa più da quelle calzature che gli ricordano il babbo, le carezze delle mani callose sui capelli rossi. «Le scarpe poi, le teneva appese a un chiodo, sul saccone, quasi fossero state le pantofole del papa, e la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e se le provava; poi le metteva per terra, l’una accanto all’altra, e stava a guardarle, coi gomiti sui ginocchi, e il mento nelle palme, per delle ore intere, rimuginando chi sa quali idee in quel cervellaccio». Le scarpe-talismano non riusciranno però a proteggere Malpelo, che, spedito a perlustrare una nuova galleria, non troverà mai più l’uscita dell’inferno di arenaria. Bukowski, Quando eravamo giovani «Girando di città in città avevo sempre due paia di scarpe, le scarpe per-cercare-lavoro e le scarpe da lavoro». Comincia così Vagabondo (Charles Bukowski, Quando eravamo giovani, 2002, Feltrinelli), poesia sulla fatica ineluttabile del lavoro. Che non è più opera disperata e senza legge come quella di Malpelo, ma compito ordinato, quanto alienante e necessario per l’inquieto, geniale, alcolizzato, imprudente scrittore. Non vorrebbe vedersele ai piedi e spera di abbandonarle. Ma sa che quando accetta quella costrizione probabilmente mostra la sua faccia «più brutta e onesta». «Le scarpe da lavoro erano rigide, nere e pesanti. Qualche volta quando le indossavo facevano molto male, la punta indurita e contorta. Ma le mettevo in una mattina post-sbornia, pensando: bene, rieccoci qui a lavorare per paghe miserabili e si suppone tu sia grato di questo (essendo stato scelto tra una folla di candidati). (...) Rimettersi quelle scarpe era sempre un altro duro inizio. Immaginavo me stesso che in qualche modo riuscivo a uscirne. Vincendo al tavolo da gioco, o sul ring, o nel letto di qualche ricca signora. (...) Scarpe da lavoro, scarpe da lavoro, scarpe da lavoro e io, dentro di loro, con tutte le luci spente». Lahiri, L’Omonimo Anche Ashima si mette dentro le scarpe di Ashoke. Spera di indovinare, prima di vederlo, l’uomo che i genitori hanno scelto per lei. Così il premio Pulitzer Jhumpa Lahiri racconta i protagonisti di un matrimonio combinato (L’Omonimo, 2003, Guanda). India, anni sessanta: Ashoke, ingegnere con un lavoro negli Stati Uniti, va a conoscere la fidanzata e, come previsto dagli usi, lascia le calzature fuori dalla porta per entrare «disarmato» nella casa. «Ashima sorrise. (...) Guardando sul pavimento, dove normalmente gli ospiti depongono le scarpe, notò, accanto a due paia di infradito, un paio di scarpe da uomo diverse da tutte quelle che aveva visto per le strade, sui tram e sugli autobus di Calcutta. (...) Scarpe marroni con i tacchi neri, stringhe e cuciture bianche. C’era una fascia di forellini grandi come lenticchie intorno a ogni scarpa. (...) Ashima, obbedendo a un impulso improvviso e irresistibile, infilò i piedi in quelle scarpe. Mischiare il sudore residuo dei piedi del proprietario con il proprio le fece battere forte il cuore; era quanto di più vicino al contatto con un uomo avesse mai sperimentato. (...) Notò che i lacci incrociati saltavano un buco sulla scarpa sinistra, e questa svista la rassicurò. Sfilò i piedi ed entrò nella stanza». Mankell, Scarpe italiane Le scarpe di Henning Mankell, invece, servono per parlare di legami famigliari tra esistenze difficili (Scarpe italiane, 2011, Marsilio). Il capostipite dei giallisti svedesi lascia il commissario Wallander per scrivere di un chirurgo fallito che abita in caparbia solitudine su un’isoletta dell’arcipelago orientale. La vita gli restituisce all’improvviso Louise, figlia sconosciuta, che vive in una roulotte nella foresta, senza comodità e senza acqua corrente. «La porta si aprì. (...) Ne uscì una donna. Indossava un accappatoio rosa e scarpe con i tacchi alti. (...) Cercava di tenersi in equilibrio nella neve». Louise non ha un lavoro. Campa in modo non convenzionale, tira di boxe, scrive lettere di protesta ai politici di tutto il mondo, ma non rinuncia ad eleganti décolleté firmate. Se le mette nel bosco, dove chiunque altro non le indosserebbe, «non ci sono molte persone che hanno il coraggio di vivere in questo modo», dice di lei sua madre Harriet. Per festeggiare il ritrovato genitore Louise lo porta da un calzolaio italiano, amico di esilio nel silenzio innevato: «Voglio che faccia un paio di scarpe per te». Servirà un anno, saranno nere con una sfumatura viola. «Le buone scarpe devono far sì che le persone dimentichino i propri piedi. Nessuno attraversa la vita su un tavolo o su un pezzo di carta», spiega il sarto dei piedi al chirurgo. Ginzburg, Le piccole virtù L’ultimo passo è «Scarpe, rotte», racconto scritto nel 1945 da Natalia Ginzburg (Le piccole virtù, 1962, Einaudi) dove il desiderio di un’esistenza libera dopo l’orrore della guerra accompagna la riflessione sul benessere, passaporto per diventare uomini liberi di scegliere. E pure il troppo, segno del consumismo non ancora nato, fa già capolino in una sorta di profezia che prende corpo di fronte al guardaroba materno: «Mia madre anzi ha dovuto far fare un armadietto apposta per tenerci le scarpe, tante paia ne aveva. (...) Quando torno fra loro, levano alte grida di sdegno e di dolore alla vista delle mie scarpe». Perché, scrive Ginzburg, «io ho le scarpe rotte e l’amica con la quale vivo (...) ha le scarpe rotte anche lei. (...) Se le parlo del tempo in cui sarò una vecchia scrittrice famosa, lei subito mi chiede: "Che scarpe avrai?". Allora le dico che avrò delle scarpe di camoscio verde, con una gran fibbia d’oro da un lato. (...) Lei e io sappiamo quello che succede quando piove (...) e nelle scarpe entra l’acqua, e allora c’è quel piccolo rumore a ogni passo, quella specie di sciacquettio (...). I miei figli vivono con mia madre, e non hanno le scarpe rotte finora. (...) Che scarpe avranno da uomini? Quale via sceglieranno per i loro passi? Decideranno di escludere dai loro desideri tutto ciò che è piacevole ma non è necessario, o affermeranno che ogni cosa è necessaria e che l’uomo ha il diritto di avere ai piedi delle scarpe solide e sane? (...) Forse anzi per imparare poi a camminare con le scarpe rotte, è bene avere i piedi asciutti e caldi quando si è bambini».