Ludina Barzini, La Stampa 15/1/2012, 15 gennaio 2012
Il Nord del Mali è il grande deserto del Sahara, abitato da gruppi di Tuareg che sono in lotta permanente per l’indipendenza ed erano finanziati da Gheddafi
Il Nord del Mali è il grande deserto del Sahara, abitato da gruppi di Tuareg che sono in lotta permanente per l’indipendenza ed erano finanziati da Gheddafi. Nella capitale Bamako è evidente la presenza della Libia, con tre grandi alberghi di lusso e il quartiere in stile arabo della cittadella amministrativa sede dei ministeri. Gheddafi finanziava anche 540 madrasse, le scuole coraniche che ora hanno chiuso per mancanza di fondi e sono allo sbando. In cima alla collina che domina la capitale c’è il bianco e imponente palazzo presidenziale dalle cento porte in stile coloniale francese e il presidente della repubblica del Mali, Amadou Toumani Touré, 63 anni, mi riceve in un salotto dai colori sgargianti. È stato eletto democraticamente otto anni fa e il suo mandato scade l’anno prossimo. Candidata alla presidenza è Kaidama Sididé, attuale primo ministro. Parlando dei Paesi confinanti, Touré fa una battuta: «Gli arabi hanno una fierezza mal riposta». Signor presidente, vista la presenza massiccia della Libia in città, come sono i rapporti oggi? «Nessuno può negare al popolo libico la sua sete e la sua volontà di libertà e democrazia. Ciò non si discute. Ho avuto la fortuna di far parte dei cinque capi di Stato africani scelti dall’Unione Europea per occuparsi della questione Libia e sono stato a più riprese a Bengasi. L’Unione africana ha presentato un percorso da seguire che non è stato accettato. Peccato. La guerra ha prodotto degli effetti collaterali importanti: il primo è il reflusso degli africani che vivevano e lavoravano in Libia. Circa 2500 maliani sono tornati dopo anni di assenza. La fascia subsahariana, che rappresenta un quarto del continente africano, conosce da tempo il suono delle minacce terroristiche, del traffico di droga, armi, munizioni ed esseri umani. Un traffico che continua a viaggiare in questo enorme territorio, estremamente difficile da percorrere, poco popolato e con un clima particolarmente rigoroso». Dopo la caduta di Gheddafi ci sono state delle conseguenze per il Mali? «Il degrado della situazione in Libia, un Paese che riceveva enormi quantità di armi e munizioni, rappresenta un grave pericolo. Si è creato velocemente un ulteriore traffico d’armi, rafforzato con lo smantellamento dell’esercito libico, e questo è venuto ad alimentare diverse minacce già da tempo esistenti in zona. Oggi nel deserto sono tutti meglio armati di ieri, meglio preparati, e si è sviluppato un vasto commercio di armi sofisticate, rubate dai trafficanti ai libici e trasportate in questa ampia fascia subsahariana. In una situazione già difficile, questo costituisce una sorgente di grande e sempre maggiore preoccupazione». Nell’esercito libico c’erano anche soldati del Mali? «Una buona parte delle forze armate libiche da anni erano composte da persone venute da altre regioni africane. Non erano mercenari ma avevano scelto la nazionalità libica. Abbiamo accolto circa 600 militari nostri concittadini, che sono pesantemente armati. Eravamo preoccupati per la quantità di armi già da anni in circolazione ma oggi ci sono interi eserciti che sono rientrati e dobbiamo gestire gli effetti collaterali che questo comporta e i rischi di destabilizzazione del nostro Paese. Stiamo cercando di incontrare i maliani per farci consegnare le armi. Bisogna evitare che la Primavera araba crei degli effetti collaterali tali da trasformarsi in un inverno per noi». Quali sono le conseguenze della crisi economica mondiale? «C’è una diaspora di due milioni di maliani che vivono all’estero e mandano più soldi di quanti non ne riceviamo dalle organizzazioni per lo sviluppo. Con la crisi, però, le rimesse sono diminuite notevolmente. Ed è pure calato il prezzo delle materie prime, così come sono calati i bisogni: esportavamo 600 mila tonnellate di cotone, l’anno scorso siamo scesi a 450». Siete il terzo Paese esportatore di oro e adesso è stato trovato del petrolio nel triangolo Mali, Algeria, Mauritania. Questo vi creerà problemi con i vicini? «L’esportazione di oro continua. Abbiamo fatto scoperte importanti e per ciò che concerne lo sfruttamento del petrolio sul nostro territorio se ne occupa l’Eni, con cui noi collaboriamo. Abbiamo visto che in molti Paesi africani c’è la maledizione del petrolio e quindi stiamo studiando con i norvegesi come prevenire il dilagare della corruzione che il denaro del petrolio può produrre nel Paese». Come sono i rapporti di cooperazione con l’Ue? «L’Unione europea è la principale fonte di aiuti - circa 500 miliardi di franchi africani - e ci dà anche un supporto tecnico nell’agricoltura, nell’energia e nelle infrastrutture. Posso dire con orgoglio che il Mali fa parte di quei bambini viziati dall’Europa».