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 2012  gennaio 15 Domenica calendario

La Principessa Mafalda era rimasta cinque ore immobile, in un mare calmissimo, imbarcando acqua davanti ad altre sette navi accorse al suo Sos

La Principessa Mafalda era rimasta cinque ore immobile, in un mare calmissimo, imbarcando acqua davanti ad altre sette navi accorse al suo Sos. Il comandante era restato per tutto il tempo sul ponte, con la sua divisa lucida, come quegli eroi del cinema che fanno così solo perché loro lo devono recitare per mestiere: dalle dieci e un quarto di sera all’alba senza luce di quel giovedì 26 ottobre 1927, colò a picco nell’Atlantico assieme alla sua nave, a 80 miglia dalle coste del Brasile. 314 morti. Per raccontare i naufragi ci hanno fatto un mucchio di film. E’ che sono tragedie lente che tengono dentro tante altre storie. I giornali fascisti scrissero pomposamente della Mafalda «che gloriosamente scompare». Il comandante sprofondò nella sua nave con tutto l’orgoglio che potevano avere a quei tempi. Il capomacchina si suicidò, e furono molti pure quelli che si rifiutarono di calarsi nelle scialuppe, lasciandosi inghiottire dai gorghi. Chissà se la salvezza aveva meriti uguali alla dignità o alla paura che facevano quelle barchette nei flutti, scendendo da un piroscafo che doveva sembrare invincibile. Molti dei sopravvissuti accusarono i marinai di «essersi salvati per primi e di aver pensato solo a se stessi». La verità è che non c’era gloria in quella morte, anche se lo raccontavano gli articoli, e non c’è mai dentro a questi disastri, che ripetono vicende sempre uguali. Il transatlantico era vecchio e navigava da 18 anni, viveva più che altro di una fame antica. Paragonato al Titanic non era neanche così grande: 9 mila tonnellate di stazza contro le 60 mila del gigante dei mari affondato contro un iceberg nel 1912, per un errore dell’uomo. Gli errori ci sono sempre stati, nel mare, da quando la cronaca compila le sue tragedie, a cominciare dalla Baleniera Essex, il primo naufragio della storia moderna, anno 1820, ancora segnato nei registri senza il numero dei morti. Dopo, affondò la Tayleur nel 1854, 380 morti, ma soprattutto la Sultana, un battello a vapore esploso sul fiume Mississippi il 27 aprile 1865, con il suo carico di mandriani e giocatori: 1700 vittime. Per arrivare a queste cifre bisogna aspettare la fine della Bella Epoque e l’inizio della Grande Guerra, quando il vecchio mondo avviato all’autodistruzione lasciò anche nel mare la sua parte di lacrime per salutare i bei tempi che finivano. Dal Titanic, 15 aprile 1912, 1503 morti, all’Eastland, maggio 1915 e 845 morti, in mezzo ci sono un mucchio di cronache drammatiche che raccontano stragi incredibili come quella della nave a vapore canadese Empress of Ireland, piena di 1012 passeggeri, che sprofonda nel mare in appena 14 minuti, dopo essersi scontrata con un cargo norvegese vicino al Quebec. La cosa strana è che fra le due guerre, a parte la tragedia della Mafalda, i naufragi sembrano quasi sparire dalle cronache. Accadono ancora, invece, ma probabilmente entrano solo nella storia dei disperati e dei fuorilegge, le povere navi degli immigrati e dei fuggitivi che vanno a picco nelle acque sconfinate dell’Oceano senza riuscire ad avvicinarsi alla meta e ai suoi sogni disperati. Questo macabro conteggio riprende il 17 giugno 1940, quando va giù la Lancastria, con il suo numero imprecisato di morti compreso addirittura fra i 2 e 5 mila. E alla fine della guerra un sommergibile sovietico S13 spara tre siluri e butta giù la Wilhelm Gustloff, una nave ospedale che portava a casa feriti, soldati e turisti dal Mar Baltico: 9343 morti, la più grande sciagura del mare. Brutto tempo, vento forte, neve, dieci gradi sotto zero. La Wilhelm Gustloff, che si chiamava così in onore del fondatore del nazismo in Svizzera, piegò a dritta e andò giù senza scampo nel freddo del Mar Baltico, con i blocchi di ghiaccio che galleggiavano intorno. La scena per certi versi sarebbe simile a quella del Titanic, se non ci fosse l’S13 con i suoi siluri. E’ che il mare non ha molta fantasia quando piange. Ostacoli nascosti dalle tempeste o dalla nebbia, scontri frontali: le cause sono quasi sempre le stesse nei disastri che fanno strage di ignari viaggiatori. Anche l’Andrea Doria finì la sua corsa così il 25 luglio 1956. Affondò in 11 ore con una fiancata squarciata. Su oltre 1200 passeggeri, ne morirono 46, solo quelli alloggiati nelle cabine investite dalla prua dello Stockholm, con cui si era scontrata mentre era in allontanamento dalla costa di Nantucket e diretta a New York. L’Andrea Doria rappresentava un orgoglio per l’Italia, dopo la seconda guerra mondiale. Era la più grande e più veloce nave da passeggeri della flotta italiana di linea. Quell’incidente segnò la fine di un’epoca, perché da allora la gente cominciò a spostarsi in aereo. Nessuno parlava più di transatlantici. Adesso c’erano le navi da crociera, che sembravano evocare di nuovo i tempi della Belle Epoque. Non che siano finiti gli incidenti: la Tamponas che ha preso fuoco nel mare di Giava il 27 gennaio 1981 (580 turisti morti), il traghetto Estonia affondato in una tempesta sul Mar Baltico (852) o la nave egiziana in fiamme nel Mar Rosso il 3 febbraio 2006, mentre si avvicinava al porto di Safaga. Persero la vita mille persone. Poi il mare non è come il cielo. Non riconsegna sempre le sue vittime. E non è un caso che il più grande cimitero del mondo sia a Sable Island, Sud Est di Halifax, Nuova Scozia, dove sono naufragate chissà quante navi, fra le onde altissime, in una terra nascosta dalle tempeste e dalla nebbia. Parlavano di più 350 naufragi prima di perdere il conto. Si muore così nella pietà del mare.