Sergio Romano, Corriere della Sera 15/1/2012, 15 gennaio 2012
Nel 1912 nasceva un uomo che pochi ricorderanno e nessuno commemorerà. Poco male. Domenico Bartoli è stato tra i giornalisti italiani quello che prima di altri ha raccontato la fine della Seconda guerra mondiale e, con questa, del Regno d’Italia
Nel 1912 nasceva un uomo che pochi ricorderanno e nessuno commemorerà. Poco male. Domenico Bartoli è stato tra i giornalisti italiani quello che prima di altri ha raccontato la fine della Seconda guerra mondiale e, con questa, del Regno d’Italia. Sua la ricostruzione del 25 luglio apparsa sul Corriere, per cui scrisse a lungo, con lo stile di un «retroscenista» benché fino a qualche settimana precedente fosse inviato di guerra. Già nel ’44 Bartoli scriveva libri tra i quali una biografia di Vittorio Emanuele III e «La fine della Monarchia», riuscendo ad incontrare i protagonisti di quegli anni, intervistandoli e offrendone giudizi. Il duca d’Acquarone, il generale Ambrosio e il suo addetto Castellano, Badoglio, diversi politici dell’«ante marcia», Umberto e Maria Josè di Savoia: tutti hanno detto qualcosa a Bartoli, e non sempre per coprirsi. Bartoli è stato tante altre cose, ma io lo ricordo come l’autore di scritti che ho apprezzato. Lei lo ha conosciuto? Edoardo Pesce edoardopesce@virgilio.it Caro Pesce, Quando Bartoli morì, nel 1989, Giovanni Russo ricordò sul Corriere che era figlio di un generale siciliano e che poteva sembrare, a un primo incontro, «un po’ superbo e distante». Aveva l’orgoglio dei siciliani e un certo distacco «di natura britannica»: due qualità che nell’isola sono molto più frequenti di quanto non si creda. In un altro ricordo Arrigo Levi, parlando della propria iniziazione al giornalismo, ha scritto che Bartoli era «il migliore dei corrispondenti politici: brevità, limpidezza, essenzialità di fatti e giudizi, lingua di ammirevole purezza». E aggiunge di «avere sempre invidiato, io che scrivo tutto piegato in avanti sulla tastiera, come scriveva Bartoli, appoggiato con britannica flemma allo schienale della poltroncina». Non ho avuto occasione di frequentarlo, ma ricordo una conversazione a Venezia nella seconda metà degli anni Settanta (era ancora direttore della Nazione) da cui ricavai le stesse impressioni. Non aveva l’abitudine, molto italiana, di mettere un interlocutore a suo agio con un sorriso, una battuta, un commento lusinghiero. Diffidava della familiarità, teneva le distanze, custodiva gelosamente il proprio orgoglio. Fu questa probabilmente la ragione per cui lasciò il Corriere dopo la fine della direzione di Alfio Russo. Si considerava il candidato ideale alla successione e tollerò male che la scelta della proprietà cadesse su Giovanni Spadolini. Negli anni precedenti era stato soprattutto inviato speciale e corrispondente dall’estero (Parigi per La Stampa dal 1947 al 1951, Londra per il Corriere dal 1951 al 1956); negli anni seguenti diresse il Resto del Carlino sino al 1970, La Nazione fino al 1977. Il miglior modo per ricordarlo sarebbe la riedizione di uno dei suoi libri. Il più interessante, a mio avviso, resta la biografia di Vittorio Emanuele III pubblicata da Mondadori nell’aprile del 1946, alla vigilia dell’abdicazione. Nei capitoli conclusivi, dedicati alla fase che precedette e seguì la defenestrazione di Mussolini il 25 luglio 1943, Bartoli non è si limitato a raccogliere una minuziosa documentazione sul ruolo dei singoli attori del dramma, da Acquarone, ministro della Real Casa, a Badoglio, da Ivanoe Bonomi a Vittorio Emanuele Orlando, da Dino Grandi a Galeazzo Ciano. Ha fatto un ritratto di Vittorio Emanuele che è ancora oggi la migliore spiegazione delle ragioni per cui la caduta del regime fu al tempo stesso perfettamente realizzata e catastroficamente gestita. Il re fu una straordinaria combinazione di acume e diffidenza, di intelligenza e miopia, di ampiezza di vedute e grettezza, di pragmatismo e testardaggine. Ed è quindi, moralmente, il maggiore responsabile di ciò che accadde dopo l’8 settembre. Alla fine del libro Bartoli riassunse i suoi sentimenti con queste parole: «Per noi che nascemmo suoi sudditi, che imparammo il suo nome bambini e gli giurammo fedeltà, che lo vedemmo trionfare e decadere, il suo regno si è chiuso con la catastrofe del 1943».