Alberto Melloni, Corriere della Sera 15/1/2012, 15 gennaio 2012
Sono passati sessant’anni dall’uscita d’un libro destinato ad introdurre nella cultura europea una voce che ieri s’è spenta a Firenze: il Giacomo Aconcio di Paolo Rossi apparve infatti a Milano, nel 1952
Sono passati sessant’anni dall’uscita d’un libro destinato ad introdurre nella cultura europea una voce che ieri s’è spenta a Firenze: il Giacomo Aconcio di Paolo Rossi apparve infatti a Milano, nel 1952. Quello che noi oggi ricordiamo come il massimo storico del pensiero scientifico, premio Balzan del 2009, iniziava il suo percorso intellettuale da un nicodemita cinquecentesco, autore di trattatelli antiluterani presto smascherati come difese della causa della Riforma. Rossi era stato allievo di Eugenio Garin, col quale s’era laureato nel 1946; poi da Firenze era passato alla scuola di un diverso «eretico», Antonio Banfi, di cui fu assistente per quasi un decennio a Milano, poi in rapporto con Ludovico Geymonat e Giulio Preti («frequentando i quali ho finito per capire che anche i disaccordi più radicali possono avere una funzione importante nella formazione di uno studioso», diceva alla cerimonia del Balzan). Già negli anni Cinquanta Rossi aveva scritto i fondamentali libri su Bacone e su Lullo che lo avevano introdotto ai problemi della memoria e della combinatoria delle macchine del sapere. Ordinario nel 1961 e dal 1966 poi collega del maestro Garin a Firenze, Rossi passa a studiare il mondo vichiano e la filosofia della storia, per ricongiungere nella sua maturità i problemi della narrazione della storia della scienza in modo inconfondibile. Rossi aveva infatti una dote di «stile» che lo ha reso così ascoltato e ascoltabile a tutti i livelli, scientifici e pubblici. L’Italia abbonda di intellettuali aggressivi, nei quali si fiuta lontano un miglio il nesso fra vanità e privilegio: questa patologia, di cui i quotidiani sono la grancassa più che la cura, non ha mai attecchito in Rossi. Memore della battuta di Bacon («Quanta polvere sollevo! Diceva la mosca collocata sull’asse della ruota di un carro») ha stigmatizzato tutti i conformismi, filosofici o politici. Da ex azionista aveva cercato e accettato il dialogo solo con chi a sinistra condivideva questa sua insofferenza (ad esempio Giorgio Napolitano, che da presidente lo ha fatto Cavaliere di Gran Croce). Sognava una evoluzione politica che non c’è stata: ma senza mai cadere nelle goffaggini di chi, dimesso l’eskimo, è corso a comprare la calzamaglia del «liberal». In lui, fellow del Warburg e di Cambridge, il rigor gentile era parte stessa del pensare. Quando introduce il volume su Storia della terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico (siamo nel 1979), Rossi osserva come sia i filosofi che gli storici della scienza abbastanza spesso «si illudano che la specialità di cui si occupano sia esistita da sempre: ne recuperano i contenuti in una varietà di testi che appartengono a epoche diverse e a terreni eterogenei e costruiscono le linee di sviluppo di un oggetto immaginario»: più che una critica, un requiem per il narcisismo culturale. Ma recitato così, senza acredine: per non perdere il centro d’una ricerca che voleva mostrare come aver preso coscienza del tempo immenso di cui siamo il termine possa farci cogliere la perfetta storicità di tutto ciò che si riteneva coeterno ad una creazione vicina. Diventa così un approdo lo studio della memoria, insieme alle origini della scienza moderna (The Birth of Modern Science, recitava la traduzione inglese del 2001 dell’opera data a Laterza l’anno prima). Rossi lavora sul modo di tenere in equilibrio Il passato, la memoria, l’oblio (un libro del Mulino del 1991) e dall’altro, con l’intramontabile polemica di Storia e filosofia (un’opera Einaudi del 1969, riedita nel 2002), trafigge gli chef che fanno circolare ricette facili, «tentando di prescrivere i modi in cui andrebbe pensato e scritto un buon libro di storia». Un polemica che se la prende con l’anti idealismo dei circoli della Cattolica e che ritorna al debito con Banfi, che Paolo Rossi Monti (da vecchio aveva preso a usare anche il cognome di chi lo aveva adottato) volle dichiarare, accettando di fornire con generosità e umanità squisite il suo contributo a un bel seminario nazionale dei dottorandi di filosofia organizzato dall’Istituto Banfi di Reggio Emilia. Non solo lì — lo sanno i giurati che lo hanno avuto compagno nel premio Viareggio, la Società filosofica italiana di cui è stato presidente, i Lincei di cui era socio, le istituzioni accademiche che ha servito, le università americane che lo volevano come lecturer ignorando la sua paura di volare, i giornali per cui ha scritto e con cui amava dialogare — ma soprattutto lì, con ragazzi alle prime armi della ricerca, si prodigava ad insegnare dal vivo e dal vero l’insofferenza per i confini accademici delle discipline, la denuncia dei dogmatismi che il «suo» Acacio avrebbe considerato «stratagemmi di Satana», la declinazione delle Speranze (una perla edita dal Mulino nel 2009), il valore del «modo di porre le domande», il «saper credere in se stessi e il non crederci troppo» che Rossi diceva di aver imparato da sua moglie, Andreina Bizzarri, alla quale era toccato in sorte un allievo eccezionale.