Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 15 Domenica calendario

È solo un giudizio, non è oro colato. Quando arriva la scure di un voto negativo di una grande agenzia di rating, dopo il primo contraccolpo, si reagisce in genere ridimensionando ciò che è avvenuto

È solo un giudizio, non è oro colato. Quando arriva la scure di un voto negativo di una grande agenzia di rating, dopo il primo contraccolpo, si reagisce in genere ridimensionando ciò che è avvenuto. E aggiungendo poi che il mercato sapeva da tempo dell’imminente declassamento e lo ha già scontato nei fatti. Tutto vero, anche ora, quando a colpire duro mezza Europa, con l’Italia retrocessa in serie B, è stata Standard & Poor’s. E quando c’è da aspettarsi che tutti i Paesi del Vecchio Continente facciano muro per neutralizzare quello che è apparso un attacco politico e ingiustificato. Ma non lo è completamente. Innanzitutto perché il giudizio di S&P potrebbe non risultare isolato ma potrebbe a breve essere seguito da analoghe iniziative da parte delle altre due agenzie di rating internazionali Fitch e Moody’s. E allora sarebbe più complicato evitare scossoni. E poi perché ci sono normative che — in attesa di interventi di modifica da parte dei regolatori, delle Autorità monetarie e dei governi — richiedono e considerano i rating. Senza contare che in ultima analisi gli investitori si comportano come credono. Certo se si guarda alla reazione dei mercati, sull’Europa pende un pericolo ben più grave dei cattivi voti di S&P: il possibile default della Grecia dopo lo stop delle trattative sul coinvolgimento dei creditori privati che hanno in mano bond ellenici per 206 miliardi di euro. Il cattivo voto dell’Italia — BBB+ — va considerato in questo più ampio scenario europeo perché la tenuta del nostro Paese significa la tenuta dell’intera costruzione unitaria. Ma ci potranno essere conseguenze specifiche e immediate, per i conti pubblici, per il credito e le assicurazioni soprattutto se dopo quella di S&P ci saranno altre bocciature. *** ASTE SU BOT E BTP CACCIA AI COMPRATORI L’Italia quest’anno dovrà collocare, fra nuove emissioni e rinnovi, titoli per circa 450 miliardi di euro facendo a gomitate per trovare spazio con gli altri Stati e con le banche. Le prime aste di gennaio, che si sono svolte giovedì e venerdì, sono state positive perché i rendimenti dei Bot annuali e dei Btp triennali offerti sono calati sensibilmente rispetto alle punte toccate in novembre e dicembre. Ma riusciranno a riscuotere lo stesso successo le aste di fine mese? Già venerdì al collocamento dei Btp triennali (pure andato bene anche se non come i Bot annuali del giorno prima) sono mancati gli investitori esteri. Il pericolo che non ritornino a comprare si è fatto più concreto col rating sceso sotto la A. Senza contare che per statuto, i grandi fondi pensione, o fondi comuni o assicurazioni internazionali non possono comprare titoli con un voto B ma anzi, se non lo hanno già fatto, dovranno vendere quelli che hanno in portafoglio. Da qui anche l’attesa e i timori per l’andamento del mercato secondario che fornisce il termometro dei costi del nostro alto debito: venerdì gli investitori non sembra siano rimasti troppo colpiti dall’iniziativa di S&P, visto che lo spread dei decennali è rimasto sotto i 500 punti base e il rendimento sotto il 7% ma bisogna vedere se il processo di allentamento delle tensioni avviato proprio qualche giorno fa potrà continuare. *** PIU’ CARO FINANZIARE IL DEBITO PUBBLICO Il problema non è il piano di riequilibrio di bilancio che il governo presieduto da Mario Monti ha indirizzato verso gli obiettivi concordati in Europa con la manovra di rigore appena varata. Ma i costi del finanziamento del fabbisogno sui mercati e gli oneri della gestione del debito pubblico che potrebbero lievitare facendo sballare le cifre acquisite. Impossibile per ora azzardare calcoli visto che dipenderà dai mercati e dal risultato delle prossime aste. Si può però dire qualcosa su quanto finora è costata la turbolenza dei mesi scorsi coi nuovi livelli di prezzi e rendimenti che si sono realizzati. Nel mese di gennaio per esempio gli esperti stimano un maggiore onere per interessi per circa 3 miliardi di euro, che sarebbe solo in parte compensato da tagli di spesa e dall’aumento di gettito fiscale: il fabbisogno risulterebbe infatti pari a circa 3,5 miliardi di euro, 1,1 in più del gennaio del 2011. La scelta del Tesoro di ampliare l’offerta di titoli a breve scadenza rispetto a quelli di media e lunga durata per approfittare dei rendimenti più bassi della prima parte della curva dei titoli risponde proprio all’obiettivo di limitare i danni, in attesa del ritorno della tranquillità sui mercati. L’intervento di S&P complica le cose anche se una buona notizia sul fronte dell’accordo europeo sul fiscal compact potrebbe essere un segnale di buon auspicio per le aste di fine gennaio e di febbraio. *** PRESTITI ALLE IMPRESE, CREDITO DIFFICILE Le banche lo sanno, dopo lo Stato tocca a loro. Dopo il rating al debito sovrano S&P rivedrà anche il voto dei singoli istituti di credito. Così come faranno, se decideranno di muoversi, anche le altre agenzie di rating. Per il sistema del credito gli effetti negativi del declassamento potrebbero concretizzarsi nell’ulteriore aumento dei costi della raccolta cioè dei finanziamenti sul mercato, con la possibilità di un rincaro a catena di quelli per la clientela. Su questo fronte però i prestiti illimitati da parte della Bce risolvono le maggiori preoccupazioni. Più insidiosi sarebbero gli effetti se a Standard e Poor’s si affiancasse per esempio il giudizio negativo di Moody’s, perché quando esistono due rating dello stesso livello scattano nuovi parametri patrimoniali per alcune attività come il project finance o più in generale per i prestiti sull’interbancario. Il rating cioè diventerebbe significativo per l’operatività della banca e quindi, nel caso di un doppio declassamento sotto la A, particolarmente negativo. Così le banche italiane sono preoccupate e l’Abi ha definito la decisione di S&P «ingiustificata, incomprensibile e irresponsabile» e ha auspicato «che sia completata ed approvata la disciplina europea sulle agenzie di rating e che Bce e Autorità di vigilanza riconsiderino da subito l’utilizzo dei rating esterni nelle loro procedure e nei modelli di valutazione». *** Le imprese guardano all’azione del governo, ma anche e soprattutto a quella delle banche e alle condizioni che applicano sui prestiti. Le maggiori a partecipazione pubblica risentiranno al pari degli enti locali, del downgrading deciso per il debito sovrano perché anche a esse S&P darà il voto. E quindi potrebbero avere più problemi a ottenere finanziamenti sul mercato e a rinnovare nel caso le proprie obbligazioni. Meno timori ci sono per le quotazioni di Borsa. Venerdì l’arrivo del declassamento dell’Italia non ha preoccupato troppo i trader e soprattutto non ha provocato movimenti bruschi. È possibile che Piazza Affari ignori le decisioni di S&P così come ha fatto qualche giorno fa rispetto all’annuncio di un imminente abbassamento di rating da parte di Fitch che potrebbe concretizzarsi nei prossimi giorni. C’è da dire che le imprese, soprattutto quelle che esportano, sono tra i pochi beneficiari della crisi. Perché possono approfittare dell’indebolimento dell’euro rispetto al dollaro e alle altre valute. Ma si tratta di un vantaggio che di per sé ha il fiato corto visto che il deprezzamento della moneta unica in questa fase è il sintomo delle difficoltà dell’Europa a difendere la sua costruzione dal contagio dei crediti sovrani. E a riprendere la strada della crescita e dell’aumento dell’occupazione sventando il pericolo di una recessione generale.