Fabio Cavalera, Corriere della Sera 15/1/2012, 15 gennaio 2012
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA — Chissà se all’Eliseo risuona ancora l’eco di quelle parole pronunciate a metà novembre dal manovratore delle finanze britanniche, il conservatore George Osborne. Le Borse impazzivano e il debito sovrano esplodeva, lui il cancelliere dello scacchiere se ne usciva con una frasetta premonitrice piazzata dentro a un’intervista alla Bbc: «I mercati si stanno ponendo qualche domanda anche sulla Francia». Non potendo passare inosservata, quando arrivò alle orecchie di Sarkozy ne scatenò una furibonda reazione, tanto maggiore perché a dare manforte al custode dei conti pubblici del Regno Unito era sceso nell’arena anche Mervin King, il governatore della Banca d’Inghilterra.
«Una provocazione inaccettabile». Osborne e King osavano sparare contro la Francia e contro lo stato di salute della sua economia, paragonato a quello delle capitali traballanti (Atene, Roma, Madrid). Parigi sollevò un vespaio: «I francesi vivono meglio degli inglesi». E giù una serie di dati per dimostrare che nei fondamentali (Pil, disoccupazione, deficit, debito) l’Eliseo è un gradino sopra Downing Street. Due vecchie comari, Parigi e Londra, che litigavano su chi sta un po’ meno peggio mentre l’Europa, tutta, bruciava.
Due mesi dopo, col senno del poi è facile dire che qualcosa, sia Osborne sia King, avevano o intuito o saputo. Che il downgrade sarebbe arrivato anche per Parigi, che la bocciatura avrebbe travolto nove paesi dell’eurozona, magari glielo avevano suggerito i diagrammi degli uffici studi attentamente monitorati o magari dalle stanze di Standard & Poor’s erano filtrati suggerimenti, ma la certezza è che Londra aveva visto nel giusto. La scure del rating si è abbattuta. Contemporaneamente il Regno Unito ha salvato la sua tripla A e resta al massimo livello di affidabilità. È davvero così? Il giudizio di Standard & Poor’s, avverte il Financial Times, in sé e per sé è irrilevante ma acquista peso in quanto i governi consacrano le stesse agenzie di valutazione con una «retorica feticista» che ne eleva ruolo e funzione, pur non avendo esse autorità o avendone poca. La fanatica adorazione del rating da parte di chi ha responsabilità politiche è ingiustificata eppure la pagella che le agenzie distribuiscono fa rumore e fa feriti. A restarne tramortito questa volta «è il capo dei feticisti», Sarkozy che a lungo ha insistito sulla «santità della tripla A» senza guardare la sostanza dei problemi, specchiandosi e non vedendo le rughe profonde nel suo corpo. Il downgrade, avverte il quotidiano della City, non è la fine del mondo ma, per come viene accolto, lascia un segno. Può gioire Londra dell’ennesima bocciatura europea? Può dormire tranquilla? La realtà ci indica che è proprio il contrario. Nel Regno Unito la disoccupazione è all’8,3 per cento, i livelli più alti degli ultimi 30 anni, e l’Office for Budget Responsability (l’authority indipendente istituita nel 2010 per le analisi economiche) prevede che nel 2012 salirà all’8,7. La crescita del Pil è stata rivista al ribasso: dall’1,7 iniziale allo 0,9 nel 2011, dal 2,5 allo 0,7 nel 2012, dal 2,9 al 2,1 nel 2013. Il deficit è al 9,3. L’industria boccheggia. Una situazione critica, non dissimile da quella francese e, per certi versi (escluso il debito pubblico) a quella italiana. Eppure Londra conserva la sua tripla A. La ragione è semplice: la Banca d’Inghilterra (cosa che non fa la Banca Europea), dal 2008, inietta in continuazione denaro nel sistema finanziario (275 miliardi di sterline) che è esposto sia verso Irlanda sia verso Spagna e vigila sulla flessibilità della sterlina. Azione congiunta che consente di tagliare il suo debito (si stima del 25%) con gli investitori esteri.
Quanto basta per meritarsi l’affidabilità.
Attenzione, però. Il continente è il primo mercato per le esportazioni britanniche ed il primo investitore estero in patria. Se l’Europa fallisce, Londra crolla. Downing Street della bocciature di Standard & Poor’s non può sorridere.
Fabio Cavalera