ILARIA MARIA SALA, La Stampa 13/1/2012, 13 gennaio 2012
Le elezioni a Taipei scuola di democrazia - Per chi è abituato alla Cina, Taiwan può sembrare un viaggio indietro nel tempo: a parte un paio di quartieri di Taipei, e qualche distretto nuovo in giro per le città più piccole, la maggior parte degli edifici qui sono piuttosto bassi, quasi tutti con un negozio al piano terra
Le elezioni a Taipei scuola di democrazia - Per chi è abituato alla Cina, Taiwan può sembrare un viaggio indietro nel tempo: a parte un paio di quartieri di Taipei, e qualche distretto nuovo in giro per le città più piccole, la maggior parte degli edifici qui sono piuttosto bassi, quasi tutti con un negozio al piano terra. L’alta tecnologia – esportata in tutto il mondo – si è sviluppata senza traumi in mezzo a bancarelle di tagliolini in brodo e templi scoppiettanti di statue sacre in technicolor. La Cina, in confronto, è affetta da manie di grandezza, ossessionata dal presentarsi moderna, e si confronta in modo estenuante con l’America. Taiwan è la meta fino a ieri impossibile delle fantasie di chi era cresciuto sentendola descrivere come una «provincia ribelle», inaccessibile. Poi, dopo alcuni anni di grande tensione nello stretto sotto Chen Shui-bian, il primo presidente dell’opposizione storica al Kuomintang (Nazionalisti, Kmt), il presidente Ma Ying-jeou, ha deciso di aprire alla Cina, dando il via ai «tre collegamenti» (navali, postali e aerei, sospesi dal 1949), e concedendo visti turistici e di studio. Ma se chi cerca «sviluppo» alla cinese, qui potrebbe rimanere deluso. Taiwan è l’unica Cina che, trascurando la grandeur, è divenuta democratica: molto democratica, in modo solido e sereno. Per gli studenti cinesi, come per alcuni dei visitatori che ormai possono venire senza intoppi, è un’attrazione che supera qualunque altra. Ma uno dei professori dell’università Qinghua di Hsinchu, a Sud di Taipei, in Cina non può più tornarci: è Wang Dan, uno dei leader del movimento studentesco del 1989, che dopo anni di prigione è stato mandato in esilio. Davanti a una classe composta di studenti cinesi (alcuni dei quali si sono intrufolati passando per Hong Kong) e taiwanesi, tiene un corso sulla Cina contemporanea di cui mette in luce tutte le magagne, spiegando fino a che punto il «miracolo cinese» presenti più problemi di quanti non ne abbia risolti. Gli studenti lo guardano ammaliati – come facevano vent’anni fa i suoi compagni di protesta. Emozionati, svegli, pieni di domande sul futuro della Cina e una sua possibile democratizzazione, questi studenti «continentali» perdono ogni coraggio quando si cerca di intervistarli e accettano a malapena di parlare restando anonimi. «Quando sono venuto qui - dice uno di loro - pensavo che democrazia significasse alti ideali. Adesso mi rendo conto che è qualcosa di molto locale, che la politica riguarda temi interni. Ma sono fiero che esista Taiwan, è qualcosa di fondamentale per noi». Altri, che fotografano Wang Dan di nascosto, con le mani che tremano, non vogliono proprio parlare, terrorizzati che qualcuno in Cina sappia che sono qui, proprio ora che l’isola si prepara al voto. Domani per la quinta volta Taiwan sceglierà il suo presidente per suffragio libero e universale. Ma ancora una volta, per quanto si cerchi di parlare di tematiche interne, la Cina fa ombra su tutto. Sono passati gli anni in cui Pechino cercava di influenzare le tendenze di voto con le minacce, sparando missili nello stretto o facendo la voce grossa. Resta però il fatto che considera Taiwan territorio suo, e i giornali cinesi che si occupano di queste elezioni lo fanno utilizzando le virgolette: il «presidente», il «parlamento», scrivono. Pechino spera che a vincere sia di nuovo Ma Yingjeou, che ha riavvicinato l’isola. La sfidante, Tsai Ing-wen, appartiene al partito democratico progressista (Dpp), molto più pro-taiwanese e meno incline ad assecondare Pechino. Il timore dell’instabilità che una vittoria di Tsai potrebbe creare è tale che anche gli Usa, legati a Taiwan da un patto di difesa in caso di attacco esterno, hanno fatto tutto il possibile per segnalare che vogliono vedere Ma rieletto. Come sottolinea Joseph Wu, analista politico, «se la campagna elettorale si concentra sulla relazione fra Pechino e Taipei, vince Ma. Se invece si occupa di politica taiwanese, vince Tsai». Ma Ying-jeou infatti è criticato per aver pensato troppo a Pechino e non abbastanza a Taiwan: l’economia, che doveva beneficiare del riavvicinamento con la Cina, stenta un po’, e le disparità sociali sono stridenti. Ma quando si parla di Taiwan, si incomincia chiedendosi quale futuro si vuole per l’isola, e ci si ritrova a chiedersi quale futuro la Cina consentirà all’isola di avere. Le formule mancano: «Nessuno a Taiwan vuole il modello un Paesedue sistemi adottato per Hong Kong», ha detto Ma Ying-jeou in conferenza stampa, ripetendo che vuole preservare lo status quo, senza nemmeno firmare un trattato di pace. La comunità degli affari, che tanto dipende dalla Cina, e che fino a poco tempo fa non aveva timore di sostenere il Dpp, adesso si fa vedere solo con i colori del Kmt. Proprio di lì potrebbe venire il voto per Tsai: da chi non sta facendo grandi affari con il continente, ed è felice della democrazia conquistata dopo decenni di violenta e dura dittatura. Le strade taiwanesi sono piene di bandiere, con i numeri e le fotografie dei candidati, la televisione trasmette gli spot, i telegiornali danno notizia degli scandali legati a tentativi di corruzione elettorale, e gli uni criticano gli altri a gran voce. Impensabile, al di là dello stretto: ed è per questo che così tanti studenti e osservatori dalla Cina vengono qui, a vedere che aspetto abbia una democrazia che parla cinese.