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 2012  gennaio 13 Venerdì calendario

Articolo 18, c’è la prima deroga - C’è chi dice che il ministro del Lavoro Elsa Fornero non ne sapesse nulla, e che non abbia apprezzato

Articolo 18, c’è la prima deroga - C’è chi dice che il ministro del Lavoro Elsa Fornero non ne sapesse nulla, e che non abbia apprezzato. Certo è che l’idea di modificare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori prevista nella bozza del decreto liberalizzazioni ha sollevato le (prevedibili) proteste di sindacati e sinistra. Ma è soprattutto entrata a gamba tesa sul negoziato sul mercato del lavoro. La novità, elaborata congiuntamente dagli uffici del ministro dello Sviluppo economico Passera e dal sottosegretario alla Presidenza Catricalà, si inserisce nel pacchetto «fase due», e mira a favorire l’aggregazione di imprese in società di dimensioni maggiori. L’articolo 3 del decreto introduce così un comma 1 bis all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, proprio quello che stabilisce l’impossibilità di licenziare (eccetto per giusta causa) nelle imprese con più di 15 dipendenti. In quelle con meno di 15, invece, oggi si può mandar via un dipendente versando un’indennità monetaria. Il nuovo comma stabilisce appunto che se due o più imprese con meno di 15 dipendenti si fondono - ovviamente superando quota 15 - ebbene, la nuova società «aggregata» se vorrà potrà continuare a licenziare pagando un tot di mensilità. Se però raggiunge quota 50 dipendenti, invece, ricadrà nella disciplina dell’articolo 18. Si sa che uno dei problemi del paese è la presenza di troppe microimprese magari deboli. Secondo alcuni studi (ma ce ne sono altri che dicono esattamente l’opposto) la soglia dei 15 dipendenti rappresenta un disincentivo a crescere. Insomma, meglio restare piccoli e poter licenziare senza problemi che crescere. La ratio della norma è tutta qui: alzare la soglia per spingere alle fusioni e dar vita ad imprese più forti e competitive. Al ministero di Passera spiegano che per i lavoratori interessati non cambierebbe niente: licenziabili con soldi erano, licenziabili con soldi saranno. Certo è che il tema è delicato, e in passato in molti ci si sono scottati: ad alzare la soglia per l’applicazione dell’articolo 18 ci provarono sia D’Alema nel 1997 che Berlusconi nel 2002. Ma non se ne fece niente, e i sindacati - che paventano che dopo questa breccia se ne aprano altre - dissero e dicono che altre sono le ragioni per cui le aziende non crescono (dal credito ai trasporti, e così via). Anche stavolta le reazioni sono state negative. «L’articolo 18 non va modificato - dice Raffaele Bonanni della Cisl - è davvero singolare ritrovare ora questo tema in una bozza di provvedimento sulle liberalizzazioni che non è stato oggetto di confronto con le parti sociali». «L’Ocse segnala che la rigidità in uscita colloca l’Italia al di sotto della media europea - afferma Fulvio Fammoni, Cgil - la tutela fondata sul reintegro, in caso di licenziamento illegittimo, non rappresenta affatto un’anomalia». «Non vedo francamente alcun disastro per nessuno nell’avere l’articolo 18 così com’è», commenta Luigi Angeletti, Uil. «L’articolo 18 e le norme sul lavoro vanno tenute fuori dal pacchetto sulle liberalizzazioni», spiega il responsabile economico del Pd Stefano Fassina. Benzina sul negoziato avviato da Fornero. Ed è probabile che la norma sulle fusioni di microimprese venga accantonata per essere eventualmente esaminata al tavolo con le parti sociali. Il confronto riprende oggi con l’incontro con artigiani e commercianti di Rete Imprese Italia, mentre protesta per non essere stata convocata l’Alleanza delle Cooperative. Ma l’atmosfera si arroventa: il numero due di Confindustria (e candidato alla presidenza) Alberto Bombassei va all’attacco. Troppa precarietà? «Conseguenza della più grave anomalia rappresentata dal vincolo in uscita costituito dall’obbligo dei reintegro previsto dall’articolo 18. Oggi è giunto il momento per eliminare queste anomalie».