Alessio Altichieri, il Fatto Quotidiano 13/1/2012, 13 gennaio 2012
POLITICI&PAPERONI - Statisticamente, Tony Blair è stato il premier laburista britannico di maggior successo: ha vinto tre elezioni di fila e se n’è andato nel 2007 senza essere mai stato battuto (la guerra dell’Iraq, da contare tra le sconfitte morali, gliela imputeranno gli storici)
POLITICI&PAPERONI - Statisticamente, Tony Blair è stato il premier laburista britannico di maggior successo: ha vinto tre elezioni di fila e se n’è andato nel 2007 senza essere mai stato battuto (la guerra dell’Iraq, da contare tra le sconfitte morali, gliela imputeranno gli storici). Eppure Blair ora aggiunge un altro record: quello del più ricco ex primo ministro laburista. L’anno scorso, in tempi di vacche magre, la sua società di consulenza ha aumentato il giro d’affari del 40 per cento, rispetto al 2010. L’acume di Blair per il business, pari all’astuzia politica, incuriosisce gli inglesi, che vorrebbero sapere come ha potuto fatturare in un anno dodici milioni di sterline (oltre 15 milioni di euro) e, poi, come abbia potuto versare al fisco, su tale somma, solo 315 mila sterline. Ma Blair, che da politico invocava trasparenza fiscale (“Basta abusi: se trovi il commercialista giusto, il sistema delle tasse diventa un paradiso di trucchi, benefici, compromessi”, tuonava nel 1994), ora fa della discrezione una virtù. I suoi bilanci, certificati dalla società di auditing Kpmg, sono di sicuro perfetti, ma a noi restano oscuri, reticenti, impenetrabili. Perché? Naturalmente, bisogna resistere alla tentazione dell’ironia. NON C’È NULLA di male nel far soldi, tantomeno se si è servita la nazione in Parlamento o al governo, e quella stagione s’è chiusa. Mentre in Italia molti uomini avidi si arricchiscono durante il servizio politico, perché una mano lava l’altra e tutt’e due ingrassano il conto in banca, come le cronache ci raccontano ogni giorno, nei Paesi anglosassoni la separazione è netta: prima il dovere, poi il guadagno. Se pure in Germania l’ex cancelliere Gerhard Schröder bada ora ai propri interessi, come presidente del gasdotto Nord Stream (anche se, al governo, trattò lui stesso coi russi di Gazprom, i promotori) e consulente della Banca Rothschild, figurarsi se Blair, che per dieci anni ha messo il naso nelle vicende internazionali, non può sfruttare la sua esperienza. Purché lo faccia con trasparenza, la qualità che ora sembra mancare. Vediamo. La società di Blair si chiama Windrush Ventures Limited e ha sede nel centro di Londra, in Grosvenor Square, tra l’ambasciata americana e quella italiana. Che cosa faccia esattamente questa società non è chiaro, perché deve solo amministrare altre società, simili nel nome, ma non di fatto: c’è la Windrush Ventures Number 1, la Number 2 e la Number 3, che essendo una partnership non deposita i bilanci. In aggiunta c’è pure una Firerush, la scatoletta più vicina agli interessi privati di Blair. Comunque, è la capogruppo che denuncia 12 milioni di sterline di fatturato, per “fornitura di servizi di management”, qualunque cosa ciò voglia dire, ed elenca le spese: 3 milioni per affitto, stipendi al personale, spese d’ufficio. Resterebbero nove milioni di sterline, ma otto di questi vengono detratti come “spese amministrative”, qualunque cosa ciò voglia dire, sicché resta un solo milione di utile: ecco perché, applicata l’aliquota del 28 per cento, la Windrush paga di tasse solo 315 mila sterline. Chiaro, no? In verità, per sapere che faccia Tony Blair bisogna ricorre ad altre fonti: i giornali. È noto che l’ex premier incassa circa 3 milioni di sterline l’anno come consulente di Jp Morgan, la banca d’investimento americana, e Zurich International, l’assicurazione svizzera. Poi, con la società Tony Blair Associates, dà consulenza ai governi di Kuwait e Kazakhstan. In più, è uno dei più quotati oratori sul mercato, che fattura 100 mila dollari a discorso, una mezz’oretta di “after-dinner speech”. NON BASTASSE, ha un notevole impegno filantropico, attraverso tre enti di beneficenza: è anche a queste “charities” che ha devoluto i quattro milioni di dollari di anticipo per le sue memorie, “Un viaggio”, uscite nel 2010. Infine, Blair è rappresentante del Quartetto (Onu, Usa, Ue, Russia) in Medio Oriente, con base all’hotel American Colony di Gerusalemme. Un misto di affari, politica e filantropia che sembra un inestricabile groviglio. Lui, Blair, in un raro accenno alla questione, ha detto a una tv di non essere assetato di soldi: “All’incirca spendo i due terzi del mio tempo in attività di pubblico servizio. E la fetta più grossa la dedico al processo di pace in Medio Oriente, per cui non sono pagato. Perciò, se davvero volessi far soldi potrei fare molto di più, con una vita più facile e comoda”. È vero, ma gli affari non si misurano col cronometro. Esempio: quando ha convinto il governo d’Israele a liberalizzare le frequenze radio, affinché una società di telefonia, Wataniya Mobile, operasse nei territori occupati, e quando si è battuto perché British Gas sfruttasse un giacimento davanti alle coste di Gaza, sapeva che entrambe le compagnie sono clienti di Jp Morgan, di cui è consulente? Operava come rappresentante del Quartetto o del suo cliente americano? Infine, come ha rivelato tempo fa il Sunday Times, c’è la qualità delle amicizie: per sei volte, dopo aver lasciato Downing Street, Blair ha reso visita alla tenda del colonnello Gheddafi, il dittatore libico. Consulenze anche qui? Affari, politica o – inaspettatamente – filantropia?