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 2012  gennaio 13 Venerdì calendario

RCS, RIZZOLI SCONFITTO. LA VENDITA FU REGOLARE —

L’ottava sezione civile del Tribunale di Milano, con sentenza depositata dal giudice Vincenzo Perozziello, ha respinto le richieste presentate da Angelo Rizzoli nella causa contro Rcs MediaGroup, Intesa Sanpaolo e i componenti la cordata (o gli «eredi») che nel 1984 ha acquisito la Rizzoli dal Nuovo Banco Ambrosiano. La sentenza condanna l’imprenditore a risarcire a Rcs, Edison (allora Iniziativa Meta), Mittel, Intesa e a Giovanni Arvedi 2,6 milioni ciascuno, dei quali 1,3 milioni come risarcimento per lite temeraria, e a Gemina un milione circa (in tutto dunque 14 milioni).
«La sentenza rappresenta il giusto epilogo di un’azione che il gruppo ha considerato sempre del tutto infondata e temeraria, come ha riconosciuto il tribunale», dice Piergaetano Marchetti, presidente di Rcs MediaGroup. Fondamentalmente il tribunale da un lato respinge le richieste presentate da Rizzoli di restituzione e risarcimento perché è sopravvenuta la prescrizione, dall’altra ritiene che i fatti citati siano stati già oggetto di precedenti sentenze che avevano escluso che l’imprenditore avesse subìto qualsiasi denunciata «coartazione» a vendere da parte dei componenti la cordata. Proprio per questo, perché la questione così come riproposta era già stata risolta in aula (e Rizzoli fra l’altro era stato già condannato per diffamazione nei confronti di Giovanni Bazoli nel ’98), il giudice applica la condanna della «lite temeraria», fatto piuttosto raro, in una misura fissata nell’1% di quanto si intendeva ottenere come minimo risarcimento. E spiega la decisione «a fronte della pretesa di riproporre ancora una volta, sotto una diversa ma inconsistente veste giuridica, doglianze già esaminate e motivatamente ritenute infondate» (dal tribunale con sentenza del ’92, quindi dalla Corte d’Appello nel ’96) «peraltro del tutto incompatibili con plurime e concordanti dichiarazioni rese dallo stesso Angelo Rizzoli in tempi diversi».
La decisione del tribunale di Milano chiude un capitolo che Rizzoli riapre nel settembre 2009 dopo che nel febbraio dello stesso anno la Cassazione ha cancellato una precedente sentenza di condanna nei suoi confronti perché il reato (la bancarotta impropria) era stato nel frattempo abolito nel 2006. Rizzoli mira ad accertare la nullità dei contratti che nell’84 hanno portato alla cessione della società che pubblica il Corriere della Sera alla cordata costituita appunto da Gemina, Mittel, Meta e Arvedi. L’imprenditore milanese chiede dunque la restituzione, attraverso il pagamento dell’equivalente dei diritti e delle partecipazioni oggetto dei contratti, e cioè una somma compresa tra 650 e 724 milioni. Alla quale aggiunge la richiesta di un risarcimento danni quale indennizzo per arricchimento senza causa.
Tutto comincia negli anni Settanta quando i Rizzoli acquistano il Corriere al termine di un’operazione che si conclude con la società in sostanziale dissesto finanziario. Rizzoli ottiene, grazie a Licio Gelli e Umberto Ortolani, cioè alla Loggia P2, finanziamenti dall’Ambrosiano di Roberto Calvi (P2) che, alla fine, con un aumento di capitale, diventa con La Centrale ufficialmente il padrone del 40% della Rizzoli, mentre di fatto sottoscrive l’intera operazione. Questa è dunque la società editoriale che il Nuovo Banco Ambrosiano «eredita» nell’agosto ’82. Lo stesso Rizzoli (piduista anch’egli) chiede l’amministrazione controllata. Nel frattempo il gruppo viene messo in vendita ma non si trovano compratori. Rizzoli viene arrestato per bancarotta. Dopo due anni il gruppo torna in bonis, viene ceduto alla cordata Gemina nell’ottobre dell’84 che lo ricapitalizza. Rizzoli, che sostiene di aver dovuto «svendere», realizza 10 miliardi cedendo i diritti d’opzione e la quota residua. Successivamente promuove giudizio per «illecita cessione», ma l’istanza viene respinta.
Sergio Bocconi