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 2012  gennaio 13 Venerdì calendario

Fazio se ne è ben guardato dall’accennare a Malinconico – Ma Fabio Fazio, chissà perché, non ha neppure accennato alla vicenda Malinconico

Fazio se ne è ben guardato dall’accennare a Malinconico – Ma Fabio Fazio, chissà perché, non ha neppure accennato alla vicenda Malinconico. Troppo malinconica, evidentemente. Bin Loden ha continuato a ironizzare sulle tasse e il conduttore di Che tempo fa a scodinzolare come un chihuahua a passeggio in un film disneyano. * * * A Bruno Vespa, naturalmente, nessuno perdonerebbe simili trascuratezze. Cadrebbe minimo il mondo se, avendo per ospite il Cavaliere buonanima, il timoniere di Porta a porta dimenticasse di ricordargli, che so, il bunga bunga, oppure il discredito internazionale e il capello posticcio. A Fabio Fazio, invece, con quel suo bel facciotto sorridente da bambino, si perdona tutto, comprese le marachelle, figurarsi una semplice dimenticanza. * * * Sergio Marchionne ha cambiato look. Ora ha la barba e, sopra il maglioncino, porta una sciarpetta, come i black bloc (che usano la sciarpa per coprirsi la faccia e restare anonimi, mentre lui lo fa per sembrare più giovane, ma ci vuol altro). * * * «La storia della cultura occidentale, dai tempi alessandrini a oggi, dimostra che quando i modelli concettuali vengono a mancare, allora volente o nolente la società diventa una cultura letteraria. Non è un bene né un male, forse è semplicemente così che vanno le cose. Ma non possiamo chiedere alla letteratura, o a chi rappresenta la cultura letteraria, dentro o fuori le università, di salvare la società. La letteratura non è uno strumento per un cambiamento sociale o per una riforma sociale» (Harold Bloom, L’arte della critica, in Paris Review. Interviste, vol. 2, Fandango 2010). * * * Repubblica avrebbe visto con favore un licenziamento «in diretta tivù» di Carlo Malinconico (sottosegretario nei guai per aver incassato favori dalla solita cricca) da parte del Caro Premier. Bin Loden era lì, da Fabio Fazio, e sarebbe stata «alta politica» liquidare Malinconico senza neanche fingere d’ascoltare la sua campana (e senza aspettare che si dimettesse da solo, come poi è successo): un uppercut al mento e via, al primo albero, come i ladri di cavalli nei film western. Un po’ di cara vecchia giustizia sommaria (tu porti la corda, io metto il lampione) e si torna ai bei tempi di Tangentopoli, quando Repubblica vendeva un milione di copie, i congiuntivi a pera di Tonino Di Pietro facevano tremare i politici de destra, meno quelli de sinistra, e Sergio Marchionne non aveva bisogno della sciarpetta per sembrare più giovane. * * * Intanto la Lega, come in un romanzo d’Achille Campanile, investe i suoi risparmi in un fondo della Tanzania: rendimento al 4,5 per cento. Vi sembra strano? Be’, è meno bizzarro di quanto sembri: la Tanzania, fateci caso, è una specie di Padania, nel senso che non soltanto si tratta d’una località non meno esotica, geograficamente parlando, ma che — sempre come la Padania — è anche un po’ sul filo dell’inesistenza, storicamente favolosa. In compenso paga buoni interessi. Come non preferirla all’Italia, che sta affondando nei debiti, nei blitz erariali e nella retorica quirinalizia come Atlantide nel mare? * * * «Chi, come i sovietici, Voleva far nascere una società completamente nuova, doveva limitare al massimo gl’influssi esterni. E all’interno di spazi sperimentali delimitati da torrette di guardia non ci si poteva accontentare di costruire palazzi per i sindacati, abitazioni collettive o dighe di sbarramento colossali. Gli “ingegneri di anime” avevano un compito perlomeno di pari importanza: dare forma al nuovo ordine, rinominando il mondo. Dalla A alla Z, semplicemente, come Adamo in paradiso. Rab (schiavo) divenne Rabotcik (lavoratore). Gospodin (signore), tovaris (compagno) e l’individualista che deviava dal collettivo fu chiamato Vargas natoda (nemico del popolo). La visione delle cose dipendeva dal modo in cui le chiamavi, ecco il fulcro della semantica socialista» (Frank Westerman, Ingegneri e anime, Feltrinelli 2006). * * *Basta così. Si è dimesso. Roberto Vecchioni non è più presidente del Forum internazionale delle culture (di qualunque cosa si tratti) promosso a Napoli dal sindaco ed ex magistrato Luigi De Magistris. All’inizio, prima che venisse reso noto l’importo netto (220.000 euro) del cachet dovuto al presidente del Forum, l’autore di Samarcanda sembrava perfettamente a suo agio, op op cavallo, op op cavallo op op, ma quando ha dovuto rifiutare il generoso compenso, costretto dalla reazione moralista dei fan, Vecchioni ha cominciato a guardarsi intorno, vedi mai che la nera signora lo stesse fissando con malignità, e allora altro che vino a sazietà. Dunque non presiede più il forum partenopeo. Va bene le culture, ma gratis, scusate, no grazie. Gratis le presiedano i fan. * * * Sic transit gloria mundi, direbbe il Cavaliere, ne avesse ancora il fiato. Solo un mese fa gli italiani minacciavano una rivolta fiscale à la Robin Hood (altro che Tobin Tax) contro le pretese eccessive del fisco. Adesso, come scrive Repubblica, «parte dal web la rivolta contro gli evasori», che i giornali più devoti gabellano (è il caso di dirlo) come una rivolta a favore delle tasse.