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 2012  gennaio 13 Venerdì calendario

ANCHE I CATTOLICI HANNO UN EVOLA


Nella città del Giglio, negli anni Sessanta, un gruppo di giovani, tra cui l’importante medievista Franco Cardini, si ritrova il giovedì al Circolo dei Nobili fiorentini, in una cappella sconsacrata dedicata a san Tommasino, nei pressi di via della Pergola. A galvanizzare le loro energie e a guidarli nelle discussioni c’era una figura di cui oramai quasi nessuno si ricorda più. Eppure per tanti era una sorta di Evola cattolico, che li trascina fuori dalle secche del nostalgismo, contribuisce a far vacillare le ossessioni nazionaliste per condurli verso una visione europea alla luce della Rivelazione cristiana senza far venire meno la critica al mondo moderno e senza aderire al progressismo allora dominante, come ricorda lo storico fiorentino nella sua autobiografia L’intellettuale disorganico.
Eppure l’accostamento con l’autore di Rivolta contro il mondo moderno ne sminuisce l’originalità e i tratti salienti del pensiero. Ora, nei primi giorni della prossima settimana, nella nuova collana “Dracme” delle Edizioni Cantagalli, diretta da Carlo Lapucci, si ripubblica a distanza di anni Il mistero dello Yeti alla luce della tradizione biblica (pp. 98, euro 12), l’opera postuma di questo maestro dimenticato, Attilio Mordini.
Filologo, teologo, studioso di miti, simboli e fiabe, germanista, il battesimo del fuoco lo riceve prestissimo. E dalla parte sbagliata. Subito dopo l’8 settembre 1943 e la dichiarazione di non belligeranza, insieme a molti altri coetanei ventenni, non essendoci ancora la Repubblica Sociale Italiana, Mordini decide di arruolarsi volontario nella IV Panzer Pionier Division e partire per il fronte ucraino. L’avventura sul confine orientale, per il suo stato di salute, dura poco. Dopo il ricovero all’ospedale di Monaco, ritorna in Italia ed entra a far parte della GNR. Anche lui, come molti, alla fine delle ostilità subisce epurazioni e incarcerazioni preventive da cui deriverà la malattia che lo condurrà alla morte, nel 1966, appena 43enne.
Di nuovo a Firenze, dopo essersi fatto terziario francescano, riprenderà gli studi per poi laurearsi alla Facoltà di Magistero con una tesi dedicata a Stefan George. La sua passione per la Germania lo porta, in qualità di lettore, all’Università di Kiel a tenere un corso dedicato a Dante Alighieri. Al rientro nella sua città comincerà a discutere, lui cattolico ghibellino, come amava definirsi, con l’irre - quieto mondo del cattolicesimo di sinistra toscano, da padre Maria Turoldo a Giorgio La Pira, da Ernesto Balducci a Mario Gozzini; a frequentare il traduttore olandese di Johan Huizinga, Bernard Jasink, e a collaborare finanche con Antaios, la prestigiosa rivista diretta in quegli anni da Mircea Eliade e Ernst Jünger.
Per quanto leggesse Julius Evola e René Guénon, preferiva far sue le intuizioni che emergevano dalla lettura dei Padri della Chiesa e dal lavoro etimologico di Isidoro di Siviglia, convinto che le parole fossero veicolo di verità, come si scopre dalla lettura di una delle sue opere più interessanti pubblicate negli anni Sessanta dall’editore Volpe, La verità del linguaggio. Come non andrebbero scordati e magari ristampati Dal mito al materialismo e quel aureo libretto, Giardini d’Oriente e d’Occidente, scritto insieme a uno dei maggiori architetti di giardini italiani, Piero Porcinai.
In questa opera, rapida e veloce, la figura dello Yeti non è indagata nei suoi aspetti antropologici. Non è questo che interessa a Mordini. Viene invece considerato come un simbolo della condizione umana. Del mondo moderno e di sempre: in particolare cosa succede all’uomo che rimane esterno al disegno della salvezza, «che redime l’umanità perduta», scrive Lapucci nella prefazione, «prima col castigo amaro del diluvio, poi, dopo il pentimento, con l’amore dell’Incarnazione». Eppure la ricostruzione della sorte di coloro che si sono sottratti al diluvio perché abitavano sulle alte vette non impedisce a Mordini di sferzare il mondo che lo circonda, in preda agli idoli del materialismo. «Infatti», sostiene scrive il teologo fiorentino, «la quantità sta dalla parte della materia, così come la qualità sta dalla parte della forma; e la materia, da mater, è essenzialmente femminile, là dove la forma è soprattutto virilità. Ne consegue perciò che, ogni qualvolta prevalga l’elemento quantitativo, e quindi materiale, il culto della bellezza femminile, l’affermarsi del divismo, prende a caratterizzare la civiltà, o, meglio, la pseudociviltà di massa. E come oggi, in tempo di democrazia quantitativa, prevale ovunque il divismo e il culto della bellezza fisica della donna, così avveniva all’umanità quantitativa che stava dilagando».
Eppure niente è segnato. Perché per chiunque si apre la condizione della salvezza. Se all’uomo peccatore e ribelle è offerta la salvezza grazie all’amore di Dio, così anche lo Yeti, che a questo disegno si è sottratto, perdendo i tratti di umanità, sarà reintegrato nel disegno divino, seppure dopo il ritorno di Dio e il Giorno del Giudizio.

Simone Paliaga