Federico Rampini, la Repubblica 14/01/2012, 14 gennaio 2012
Nella giornata dei downgrading a raffica, il più gravido di conseguenze è la revoca della "tripla A" alla Francia, anche se è l´Italia a subire una sanzione record con due punti persi in un colpo solo
Nella giornata dei downgrading a raffica, il più gravido di conseguenze è la revoca della "tripla A" alla Francia, anche se è l´Italia a subire una sanzione record con due punti persi in un colpo solo. Se si aggiunge l´impasse nei negoziati tra i creditori internazionali e la Grecia, questi sono shock le cui conseguenze ci accompagneranno a lungo. E rendono sempre più insostenibile l´attuale inerzia tedesca. L´agenzia di rating Standard & Poor´s aveva avvisato da tempo che le pagelle sui debiti sovrani europei sarebbero state riviste. Ma qualche incertezza rimaneva sull´entità e sulla geografia di queste sanzioni, oltre che sul linguaggio esatto delle motivazioni: che ora fa riferimento esplicito alla mancanza di crescita nei paesi colpiti. Escludendo dai suoi downgrading Germania, Olanda, Belgio e Lussemburgo, la più potente delle agenzie di rating rafforza l´impressione che ci sia un vasto mondo di interessi e di poteri (prevalentemente angloamericani) che ormai ragionano sull´ipotesi di ricostituzione di una piccola Europa omogenea, un mini-euro o neo-marco centrato sul nocciolo duro della Germania più i suoi satelliti di sempre. Questo non significa evocare teorie del complotto, ma constatare che quello scenario è incluso nelle previsioni. S&P può accelerare "l´auto-realizzazione delle profezie", se il declassamento della Francia finisce per ripercuotersi sul rating del fondo salva-Stati: questa è la ragione che rende il verdetto contro Parigi particolarmente pesante. Il fondo salva-Stati, uno degli ultimi argini contro la dissoluzione dell´eurozona, deve raccogliere capitali sui mercati attraverso l´emissione di bond. La sua affidabilità per gli investitori è la somma delle reputazioni dei suoi azionisti: la Francia è il secondo socio dopo la Germania. Se questo fondo ancora neonato perde colpi alla partenza, viene rimessa in questione la "potenza di fuoco" che l´eurozona ha promesso di mettere in campo: oggi per impedire il default di Portogallo e Irlanda, domani per proteggere dagli assalti Italia e Spagna. Se si sgretola l´argine di questo fondo europeo, cosa accade? Qui entra in gioco la Grecia, l´altro shock di ieri. Con la possibilità che avvenga il primo default di un paese sviluppato da 60 anni, s´intravvedono perdite "almeno" del 75% per chi detiene buoni del Tesoro greci. Questo dà un´idea di ciò che potrebbe accadere se mai un giorno dovesse precipitare uno scenario di "ristrutturazione" o "consolidamento" del debito spagnolo o italiano. Le perdite sarebbero enormi, non solo per le banche ma per i risparmiatori, i pensionati. Ieri a Parigi l´estrema sinistra ha organizzato una manifestazione di protesta davanti alla sede di Standard & Poor´s, per denunciare "la guerra della finanza contro la Francia". Le malefatte delle agenzie di rating sono note, e questo giornale le ha denunciate da tempo. I Signori dei rating, più volte colti in fallo e mai sanzionati, accentuano i rischi di deriva tecnocratica nelle democrazie occidentali. Per fortuna non sono onnipotenti. Il caso del downgrading inflitto l´estate scorsa agli Stati Uniti dimostra che i mercati tengono conto di altri criteri: da allora i Treasury bond Usa si sono rivalutati e i loro tassi sono scesi. Se nei confronti dell´eurozona le bocciature di S&P, Moody´s e Fitch fanno più paura, è perché non incontrano resistenza, non hanno a che fare con un fronte compatto. Non bastano vertici a ripetizione e comunicati congiunti per supplire alla mancanza di unità politica vera. Stavolta poi S&P ci segnala un problema reale: di sola austerity si muore, e si muore indebitati fino al collo. Le cure adottate in tutta Europa ci impoveriscono delle risorse necessarie a ripagare le nostre cambiali. Possiamo sperare, nel caso dell´Italia, che il declassamento a "Bbb+" del nostro debito pubblico sia un non-evento? Che sia stato digerito in anticipo dai mercati, come dimostrerebbe il buon andamento di alcune aste recenti dei nostri titoli pubblici? Prestiamo attenzione a quel che si dice a Wall Street: che molte aste di titoli pubblici europei sono "truccate" nei fatti; perché la Bce presta fondi quasi gratis alle banche, le quali poi li reinvestono in buoni del Tesoro dei rispettivi paesi. Una partita di giro, dietro la quale c´è la sapiente regìa di Mario Draghi. Ottimo lavoro, il suo, per spegnere l´incendio della paura e tamponare le falle nei bilanci bancari. Ma può essere pericoloso attribuire al pompiere poteri superiori a quelli che ha. In questo caso, sarebbe più rassicurante se alle aste dei nostri Btp si presentassero Warren Buffett, il colosso Pimco, altri professionisti privati dell´investimento che rischiano capitali propri e degli azionisti, non i prestiti agevolati della Bce. L´imbarazzo tedesco davanti agli shock di ieri è evidente. Il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble da Berlino ha sdrammatizzato: «Non sopravvalutiamo le agenzie di rating». La verità è che il governo di Angela Merkel è ormai a corto di pretesti e di alibi. Cos´altro può ottenere, dopo aver commissariato mezza Europa? E´ difficile immaginare una "germanizzazione" più spinta di quella che incarnano Mario Monti a Roma, un banchiere centrale al governo di Atene, una svolta conservatrice a Madrid. Il segno delle politiche economiche è tutto orientato verso il rigore tedesco. Col risultato che la recessione già colpisce duramente l´Europa franco-mediterranea, ma lambisce perfino il "centro di comando" germanico. Il massimo esperto di storia delle crisi monetarie, l´americano Barry Eichengreen, non ha dubbi che ci troviamo davanti al bivio tra uno shock "medio-grande" come quello degli anni Settanta, e una deflagrazione dell´eurozona simile al disastro valutario degli anni Trenta. Non ha dubbi neppure su quel che va fatto: «Ristrutturare i debiti pubblici dei paesi dell´Europa meridionale, ricapitalizzare le loro banche, è indispensabile e sarà costosissimo. L´onere dovrà essere sopportato in maniera sproporzionata dalla Germania, perché è l´unica ad averne i mezzi». L´austerity applicata a Roma e Parigi, Madrid e Atene, va controbilanciata con robuste manovre di spesa in Germania, e un via libera alla Bce perché svolga lo stesso ruolo strategico che ha la Federal Reserve americana a sostegno della crescita. L´opzione alternativa, cioè la resa alla disgregazione dell´euro, ha costi che neppure Berlino è preparata a sopportare.