Marco Del Corona, Corriere della Sera 14/01/2012, 14 gennaio 2012
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO – Come tutti gli assedi, era stato preparato con cura. I primi clienti, o pseudo clienti, avevano cominciato ad arrivare nel tardo pomeriggio di giovedì. Decine, centinaia. Nella notte viuzze e piazzetta del centro commerciale Village di Sanlitun, cuore modaiolo dello shopping pechinese, racchiudevano ormai un assembramento probabilmente di duemila persone. Tutte in attesa che alle sette di ieri mattina l’Apple Store cominciasse a vendere l’iPhone4S, l’ultimo modello. E’ stato prima dell’alba che la situazione è precipitata. Prima voci che il negozio non avrebbe aperto, poi l’annuncio con il megafono, il tutto inframmezzato e seguito da scazzottate e lanci di uova contro le vetrate. E’ intervenuta la polizia, che ha distribuito qualche botta e portato via qualcuno, mentre l’Apple Store restava chiuso «per tutelare clienti e personale». Più tardi, la portavoce dell’azienda annunciava che la vendita dell’iPhone4S era sospesa nei negozi del marchio, pur restando acquistabile on line, attraverso l’operatore Unicom o nei rivenditori autorizzati.
Non si aspettava un debutto così movimentato per l’iPhone4S, la Apple. O forse sì: «Lo fanno apposta, per creare più aspettativa», zigzagava l’illazione sul web. Ma il parapiglia di Sanlitun, senza bis nell’altro negozio della capitale né nei tre di Shanghai, ha sancito, senza che ce ne fosse bisogno, la viscerale attrazione della Cina per i prodotti col marchio di Steve Jobs. In un Paese con trecentoquaranta milioni di persone dotate di smartphone, alcune stime parlano di cinque milioni e mezzo di iPhone venduti nei primi nove mesi del 2011. Nell’autunno scorso l’amministratore delegato Tim Cook confermava che la Cina garantisce un sesto del fatturato dell’azienda e le vendite su base trimestrale quadruplicavano un anno con l’altro. E il centro di ricerca sui consumi d’alta gamma Hurun ha rivelato che Apple è il sesto brand più regalato dai ricchi cinesi, dopo Louis Vuitton, Cartier, Hermes, Chanel e il liquore Moutai ma prima di Dior, Prada, Rolex e Armani.
Una fame di tecnologia che viene placata anche con metodi non convenzionali. Se a fine 2010 si contavano sugli ottomila contrabbandieri di prodotti Apple alla frontiera doganale fra Hong Kong e la Cina, proprio ieri la stampa riportava il sequestro di 381 smartphone importati illegalmente a Kunming (sudovest), inclusa una sessantina fra iPhone4 e iPhone4S, per un totale di 120 mila euro di valore.
Il parapiglia di Pechino sembra essere stato provocato dalla massiccia presenza di bagarini in gruppi di venti-trenta, assoldati da rivenditori non autorizzati. A Shanghai, invece, cinquecento anziani pagati diciotto euro l’uno sono stati depositati da undici bus per acquistare gli apparecchi per conto del padrone di un grande negozio del Jiangsu. Il Beijing News ha ricostruito la catena: il commerciante che cerca iPhone da rivendere dà duecento renminbi (ventiquattro euro) a un mediatore che ne gira cento a chi fa la fila e procura il pezzo. Il Global Times riferiva invece di commissioni di venti renminbi per chi procurava persone da mettere in coda. I bagarini che stazionano fuori dall’Apple Store sono una costante di Sanlitun. Vendono, a prezzo naturalmente più alto, i prodotti che il negozio ha esaurito o che si ottengono dopo un’estenuante attesa. Per l’iPhone4S i prezzi ufficiali di 4.988 renminbi (16 giga), 5.888 (32) e 6.788 (64) sarebbero stati maggiorati di cinquecento-mille renminbi. Altri momenti di caos, con una vetrata rotta e quattro ricoverati, s’erano verificati per l’iPhone4 sempre a Sanlitun in maggio. Stavolta l’attesa era resa più pungente dai tre mesi di ritardo rispetto alla commercializzazione negli Usa. I delusi ieri erano delusi davvero. Perché la canonizzazione di Jobs è in corso anche in Cina e dunque, nel suo nome, si cerca l’originale, non la contraffazione: il futuribile ma falsissimo iPhone5 fa fatica a sedurre.
Marco Del Corona