Paolo Conti, Corriere della Sera 14/01/2012, 14 gennaio 2012
ROMA —
«Una nuova legge che emancipi la Rai dai partiti e le consenta di funzionare come un’azienda normale? Magari! Lo auspicano in tanti. Anche io. Ma non mi sembra ci sia il clima. Tuttavia, quando il 28 marzo scadrà l’attuale Consiglio di amministrazione, ci sarebbe la possibilità, pur con la legge in vigore, di comporne uno nuovo senza l’ipoteca di una maggioranza politica precostituita. E per questo più libero...» Claudio Petruccioli è stato presidente della commissione di Vigilanza Rai dal 2001 al 2005 e presidente della Rai dal 2005 al 2009. Da tempo non parla più delle vicende di viale Mazzini ma stavolta ha deciso di farlo, dice con ironia, «come persona informata dei fatti».
Perché è pessimista sulla possibilità di una riforma?
«Per approvare una nuova legge è necessaria una maggioranza parlamentare. Per di più, oggi, dovrebbe raccogliere tutte le forze che sostengono il governo. Subito dopo l’intervista rilasciata da Mario Monti a Fabio Fazio, Fabrizio Cicchitto ha espresso un netto altolà a nome del Pdl. Facciamo due più due… Per non dire delle sorprendenti parole dell’ex ministro Maurizio Gasparri...»
Cosa l’ha sorpresa nelle sue parole, Petruccioli?
«Cito testualmente: "Monti ricorderà bene che una sentenza della Corte costituzionale limita drasticamente l’azione del governo rispetto alla Rai, il cui ruolo e assetto competono al Parlamento. Si limiti ai compiti che gli sono stati affidati e non si metta contro il diritto". Come non sorprendersi? Gasparri sa che è stata la "sua" legge ad affidare al ministro dell’Economia, azionista della Rai, il potere di nominare un consigliere, di designare il presidente e di trovare l’intesa col Consiglio di amministrazione per il direttore generale. Altro che limiti del governo... Gasparri non può aver dimenticato che per questo motivo furono in tanti ad opporsi, a parlare di possibile incostituzionalità della norma. E tra i critici c’era anche il sottoscritto. È agli atti parlamentari».
E con questo dove vuole arrivare?
«Io da nessuna parte. È la Gasparri a dettare il cammino: l’azionista (Monti), nomina un Consigliere suo rappresentante (mi viene da dire "il suo Petroni") e designa il presidente. Sarà — è facile prevederlo — una personalità tale da ottenere certamente l’accordo dei due terzi della Vigilanza. Una ripulsa, per di più, configurerebbe una sorta di dichiarazione di sfiducia verso il Monti presidente del Consiglio»
Seguendo il suo ragionamento, oggi Mario Monti ha in mano il potere di designare con sicurezza due consiglieri. Ma gli altri sette consiglieri del futuro Cda dovranno essere eletti all’interno della Vigilanza.
«È vero. Ma oggi la commissione è divisa a metà, venti consiglieri della ex-maggioranza (16 Pdl, 3 della Lega, 1 Responsabili) e venti della ex-opposizione (12 Pd, 6 del Terzo Polo e 2 Idv). E non ci sono fra i partiti forti legami di alleanza. Ora il Pdl potrebbe eleggere tre consiglieri, il Pd due, uno il Terzo Polo, ovvero Udc e Fli, un ultimo consigliere sarebbe di incerta attribuzione. Come si vede, un Consiglio privo di maggioranze precostituite e quindi più libero da vincoli partitici, nel quale i due consiglieri indicati dall’azionista avrebbero un forte potere di aggregazione e di condizionamento. Su questa base, anche la nomina del direttore generale porterebbe verso una personalità necessariamente più manageriale. Non ancora l’amministratore delegato da molti auspicato, ma un passo chiaro in quella direzione»
Paolo Conti