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 2012  gennaio 14 Sabato calendario

I tassisti temono il «modello New York». Taxi acquistati da società di investimento e poi dati in affitto agli autisti, condannati ad autosfuttarsi (ore e ore al volante)

I tassisti temono il «modello New York». Taxi acquistati da società di investimento e poi dati in affitto agli autisti, condannati ad autosfuttarsi (ore e ore al volante). Così, pensano, in Italia le auto bianche finirebbero nella mani di Confindustria, di nuove compagnie come quella di Montezemolo e Della Valle per i treni, ci sarebbe una trasformazione epocale del mercato, fatto oggi di tanti piccoli "padroncini", al massimo associati in cooperative. A livello individuale poi, il terrore è che le liberalizzazioni annunciate dal governo Monti facciano crollare il valore della licenza da tassista. Anche se a New York, lo scorso ottobre, due licenze di taxi sono state vendute alla cifra record di un milione di dollari l’una. In settant’anni, laggiù, le licenze degli yellow cabs sono cresciute del 1900 per cento. La ricetta del governo per i taxi prevede una serie di ipotesi che troveranno consistenza giovedì. Innanzitutto, basta col divieto di cumulare le licenze, appunto. Un’Authority centrale stabilirebbe, in base alle medie europee, quante nuove licenze servono e dove, sottraendo tale potere ai Comuni. Ai tassisti attuali, in cambio dell’allargamento del mercato, sarebbe assegnata un’altra licenza. Oppure, le nuove licenze sarebbero concesse a pagamento e il ricavato diviso fra i titolari di oggi. L’Autorità fisserebbe inoltre soltanto una tariffa massima, con possibilità quindi di sconti e offerte differenziate. E sono allo studio la possibilità di esercizio anche fuori dal Comune di appartenenza, e l’opzione di utilizzare sostituti alla guida. Su cosa si andrebbe ad innestare questa rivoluzione che nessuno è mai riuscito a portare a termine? I tassisti italiani sono circa 30 mila. Pochi? Guardiamo i confronti europei per città (dati Cgia, Istat e altri). Milano ha 3,7 taxi ogni mille abitanti, meno di Dublino (9,5 ogni mille), ma più di Londra (2,9). Roma è a 2,8, meglio di Parigi (2,5) e di Berlino (1,9). Nella media anche l’analisi dei costi: l’Eurotest 2011, che ha preso in esame la tariffa media per sette chilometri di percorso, dà per Roma un risultato di 11,22 euro, per Milano 12,18. Molto vicini a Parigi (11,18) e a Vienna (12,92), più alti di Lisbona (7,98), più bassi di Amsterdam (22,24). Ma non è sulla speranza di abbassare i prezzi che punta il governo dei tecnici, piuttosto sulla possibilità di sciogliere il mercato e aumentare l’occupazione. Ogni riforma del settore è complicata da una fondamentale anomalia. Le auto pubbliche fanno servizio pubblico, gestito però da privati con interessi privati. Le licenze sono messe a concorso dai Comuni, che le hanno concesse, fino a pochi anni fa, gratis. Solo che poi i vincitori dei concorsi disponevano della licenza, vendendola, a fine carriera o in ogni momento, a caro prezzo. Per questo i tassisti sono come tori dinnanzi al rosso quando si parla di aumento di licenze: la licenza è la loro «liquidazione», guai a chi minacci deprezzamenti. Indicativamente oggi i prezzi vanno dai 150 mila euro a Roma, ai 200 mila a Bologna, a 180-210 mila a Milano, a 60 mila a Bari. Solo da pochi anni i Comuni possono dare le licenze a pagamento e da pochi anni l’Agenzia delle entrate non tollera finti passaggi di proprietà a titolo gratuito, se non a parenti di primo grado. E, di conseguenza, tassa i trasferimenti di licenza. Per decenni, tutto si è svolto all’insegna del "nero". Si sono infranti in molti contro il muro delle auto bianche. Il sindaco di Roma Alemanno due mesi fa, ha aumentato le tariffe e ha potuto strappare un nuovo regolamento: prevede, fra l’altro, che i tassisti emettano ricevute, ma rigorosamente non fiscali. I tassisti dichiarano in media guadagni di 1300 euro a testa. E’ per questo che difendono, ogni volta, lo status quo? L’altro giorno un tassista di Bologna ha detto al Corriere.it di essere «costretto a evadere il 40 per cento degli incassi per campare». Riuscirà Monti dove non ce la fecero Rutelli, Bersani, Tremonti? Intanto, i noleggiatori di auto con autista chiedono di essere considerati anch’essi dal governo. Dice uno dei loro rappresentanti, Francesco Artusa: «Noi vorremmo l’abrogazione di molti vincoli. Integrare il nostro servizio con quello dei tassisti. Essere liberi di far crescere le nostre imprese o di ridurle secondo le esigenze del mercato». Andrea Garibaldi *** ROMA — Un vertice segretissimo al ministero dei Trasporti con gli odiati «rivali» dei noleggi con conducente, che delle liberalizzazioni sono fan sfegatati. Un abboccamento avvenuto negli stessi minuti in cui — giovedì alle 17 — i tassisti romani davano il via allo sciopero selvaggio a Termini e Fiumicino, anche contro lo stesso ministro Corrado Passera al quale avevano chiesto un «incontro urgente» una decina di giorni fa. Nella partita ingaggiata dalle auto bianche contro il governo, si fa strada un terzo incomodo: gli Ncc (noleggi con conducente). Con un tessitore a sorpresa: Antonio Di Pietro. All’incontro con il sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti, Guido Improta (foto), hanno partecipato il deputato dell’Idv Carlo Monai, il responsabile dei Trasporti-Lazio dello stesso partito Giulio Aloisi e i vertici dei sindacati Anitrav, Federnoleggio e Conftrasporto. Contenuto del colloquio? Top-secret. Anche perché, se i tassisti in rivolta da giorni lo avessero saputo, sarebbe stata benzina sul fuoco. Il sottosegretario avrebbe apprezzato le linee-guida dei rappresentanti delle «auto di lusso» — 80 mila aziende in tutta Italia — che da anni si battono contro i tentativi «anti-europei» di «territorializzare» il trasporto pubblico non di linea, impedendo di fatto ai noleggiatori di lavorare fuori dal comune che rilascia l’autorizzazione. L’ultimo decreto «Milleproroghe» ha differito a giugno gli effetti del famigerato articolo «1 quater», che anni fa recepì le istanze delle auto bianche: il primo obiettivo è dunque eliminarlo definitivamente. Poi gli Ncc puntano ad essere pienamente liberalizzati, grazie al rilascio non contingentato delle concessioni, in base alla domanda e alle esigenze d’impresa. Esattamente l’opposto di quanto vuole (e spesso pretende a suon di tumulti di piazza) la lobby «tassinara». F. Pe.