Luca Orlando, Il Sole 24 Ore 12/1/2012, 12 gennaio 2012
DISTRETTI ITALIANI AGGANCIATI ALLA LOCOMOTIVA TEDESCA
«Quanto pesa l’export verso la Germania? Difficile dirlo». Le difficoltà di Sergio Barel, ad di Brovedani, azienda friulana della componentistica auto, in realtà vorrebbero averle in tanti. Dei suoi 90 milioni di ricavi, almeno 30 finiscono come vendite dirette verso Berlino ma altri 40 sono realizzati oltreconfine, negli stabilimenti aperti proprio per "servire" i big della componentistica tedesca, i cosiddetti "Tier 1".
Accade in Messico, in appoggio a Bosch, dove Brovedani nel 2009 ha rilevato una piccola azienda da 30 dipendenti, già diventati 110 in poco più di due anni. Accadrà a breve in India «e in queste settimane – aggiunge Barel – stiamo valutando l’apertura di un altro sito in Europa». In sintesi: 72 milioni di ricavi nel 2010, oltre 100 previsti il prossimo anno. È un esempio della filiera lunga che i colossi dell’auto tedesca "offrono" ai propri fornitori, vantaggio indiretto della loro scala dimensionale e della grande apertura internazionale del Paese. Chi ne sa approfittare sfrutta appieno la locomotiva di Berlino che nel 2011, almeno fino a settembre, ha garantito ordini record all’industria italiana. «Lavoriamo a pieno regime – spiega Giancarlo Dallera, produttore di cerchi in lega con Cromodora Wheels e presidente dell’associazione industriale di Brescia – e per noi la Germania vale il 75% dei ricavi. I piani dei nostri clienti sono positivi e nel primo trimestre contiamo di crescere ancora del 10%». Per fornire Bmw, Volkswagen, Mercedes e Porsche, l’azienda ha aperto nel 2008 un sito in Repubblica Ceca e non esclude, così come Brovedani, nuovi sviluppi positivi.
L’auto è la punta di diamante del sistema, che comunque in termini di export "puro", ha rappresentato nel 2011 il traino principale per l’Italia, con tassi di crescita comparabili a quelli delle economie emergenti e una leadership consolidata (13%) nella quota globale del nostro export. Sui nostri distretti, come mostra l’analisi di Intesa Sanpaolo e Prometeia, una pioggia di ordini: ben 275 milioni in più nel terzo trimestre rispetto allo stesso periodo 2010. Una corsa che ha ricomposto la frattura creata dopo la crisi Lehman Brothers, con vendite verso la Germania superiori del 3,5% rispetto al 2008, mentre i 138 distretti monitorati presentano in generale ancora un gap del 4,7% con il resto del mondo.
Metalli di Brescia, rubinetti di Lumezzane, metalmeccanica di Lecco e componentistica friulana guidano la carica della nostra meccanica, comparto che ha tratto i maggiori benefici dalla ripresa di Berlino.
Da ottobre in avanti, però, il clima è cambiato. Se per l’auto tedesca lo scenario resta positivo, la crisi dei debiti sovrani ha avuto un impatto rilevante su altri settori, fermando a ottobre le nostre esportazioni verso la Germania ad un misero +1,7%, un terzo rispetto alla comunque magra performance mondiale.
Le prospettive 2012 non sono rosee (l’associazione Bga di esportatori e grossisti prevede un Pil a +0,8%) e tuttavia si tratta ancora di performance di gran lunga migliori rispetto al nostro mercato interno. Intesa Sanpaolo stima importazioni tedesche in crescita del 5,4%, trend interessante anche se dimezzato rispetto al biennio precedente. E le valutazioni degli imprenditori sul futuro non sono più univoche. Impressionante, nelle percentuali, la corsa del distretto metalmeccanico di Lecco, al top della crescita con un balzo del 48,4% verso Berlino. «Ma da settembre tutto è cambiato – racconta Cinzia Cogliati, contitolare di un’azienda lecchese di minuteria meccanica – gli ordini si sono rarefatti e si comincia a vedere anche qualche ritardo nei pagamenti: per noi in Italia è ordinaria amministrazione ma se accade in Germania significa che anche lì non sono messi benissimo». «Resto ottimista – spiega il presidente di Ucimu Giancarlo Losma – e per le macchine utensili la frenata di questi ultimi mesi non è stata drammatica. Per la mia azienda si tratta del primo mercato estero, con un 20% di ricavi realizzati. Il traino di quel Paese è duplice: da un lato c’è il mercato interno, dall’altro le produzioni che poi vengono riesportate. La Germania è una sorta di trampolino per il mondo».
E quando non è un mercato di sbocco, Berlino rappresenta comunque un benchmark, anzi "Il" benchmark. «È il nostro vero concorrente ovunque – spiega il presidente di Amafond Piero Starita – e quando riusciamo a superarli, a fare prodotti di qualità migliore, allora significa che siamo leader mondiali. Confrontarci con loro è uno stimolo costante a migliorare».