Michela Coricelli, Avvenire 13/01/2012, 13 gennaio 2012
LA NUOVA GUERRA DELLE FALKLAND
Sfondo blu, Union Jack e stemma con la pecora e il vascello. Stop: le navi che battono la bandiera delle isole Falkland o Malvinas – bandiera mai riconosciuta da Buenos Aires – non entrano nei porti dell’Uruguay, del Cile e del Brasile. L’annoso conflitto sull’arcipelago più disputato del mondo si riaccende a 30 anni dalla guerra che costò la vita a 255 inglesi e 649 argentini. La bandiera coloniale è sempre stata al centro del braccio di ferro fra la Gran Bretagna e l’Argentina: durante lo scontro bellico del 1982, venne adottata quella della Terra del Fuoco, provincia argentina alla quale apparterrebbero le Malvinas (secondo la versione bonaerense). In occasione del trentesimo anniversario dello scontro bellico, ricominciano le frizioni sull’insegna. Ma questa volta viene coinvolto il Mercosur, il mercato comune dell’America del Sud.
I vicini e alleati hanno deciso di appoggiare il governo di Cristina Fernández Kirchner, bloccando l’ingresso alle imbarcazioni con il vessillo della discordia. Il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha avvertito i membri del Mercosur: nessuna «complicità» con Buenos Aires. Ma l’invito non è stato seguito. «Le differenze di opinione sulla sovranità britannica» dell’arcipelago – ha tuonato – «non possono giustificare interferenze nell’intimidazione contro la popolazione civile innocente, attraverso pressioni economiche». Per le isole – a 460 chilometri dalle coste argentine, nell’Atlantico meridionale – i rapporti con il Sud America sono fondamentali. L’Argentina non accetta le navi con lo stendardo «coloniale» e non le ammette neppure il Paraguay. A dicembre, Kirchner ha convinto gli altri tre membri del Mercosur ad unirsi a questo rifiuto: più simbolico che concreto, secondo la stampa, giacché quelle imbarcazioni possono attraccare, purché cambino la loro bandiera prima di arrivare al molo. L’ultimo episodio di questa battaglia è stato uno schiaffo diplomatico per Londra: Hague aveva assicurato che Uruguay, Cile e Brasile non avrebbero partecipato all’«embargo commerciale» (come lo definiscono i britannici), ma i fatti lo hanno smentito. Il “bloqueo” delle navi vorrebbe essere uno strumento di pressione per convincere la Gran Bretagna a sedersi al tavolo dei negoziati con gli argentini: Londra, che ha governato le isole per 180 anni, non ha mai accettato una trattativa sul tema. La sovranità dell’arcipelago per la Corona inglese non è negoziabile. Al di là dell’orgoglio coloniale, nazionale o nazionalista dei due Paesi, di mezzo ci sono anche forti interessi economici. In primis, il petrolio. «Quella delle Malvine non è una causa argentina, è una causa globale», disse Cristina Kirchner al vertice Mercosur di dicembre, convincendo i suoi alleati: «Ci stanno portando via risorse peschiere e petrolifere». L’inglese Rockhopper sta esplorando l’area marina a nord delle isole. È possibile che l’estrazione inizi nel 2016: la compagnia stima che si possano recuperare circa 350 milioni di barili. Nel frattempo le società Borders & Southern e Falkland Oil & Gas inizieranno l’esplorazione nel Sud dell’arcipelago. In tempi di crisi, l’oro nero fa gola a tutti. Ma la tensione potrebbe crescere se si verificassero incidenti petroliferi e il carburante finisse in mare, a 13mila chilometri dalla Gran Bretagna e di fronte alla costa argentina.