Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 13 Venerdì calendario

LA NUOVA GUERRA DELLE FALKLAND

Sfondo blu, Union Jack e stemma con la pecora e il vascello. Stop: le navi che battono la bandiera delle isole Falkland o Malvinas – bandiera mai riconosciuta da Buenos Aires – non entrano nei porti dell’U­ruguay, del Cile e del Brasile. L’annoso con­flitto sull’arcipelago più disputato del mon­do si riaccende a 30 anni dalla guerra che co­stò la vita a 255 inglesi e 649 argentini. La ban­diera coloniale è sempre stata al centro del braccio di ferro fra la Gran Bretagna e l’Ar­gentina: durante lo scontro bellico del 1982, venne adottata quella della Terra del Fuoco, provincia argentina alla quale apparterreb­bero le Malvinas (secondo la versione bo­naerense). In occasione del trentesimo anni­versario dello scontro bellico, ricominciano le frizioni sull’insegna. Ma questa volta vie­ne coinvolto il Mercosur, il mercato comune dell’America del Sud.
I vicini e alleati hanno deciso di appoggiare il governo di Cristina Fernández Kirchner, bloccando l’ingresso alle imbarcazioni con il vessillo della discordia. Il ministro degli E­steri britannico, William Hague, ha avvertito i membri del Mercosur: nessuna «complicità» con Buenos Aires. Ma l’invito non è stato se­guito. «Le differenze di opinione sulla sovra­nità britannica» dell’arcipelago – ha tuonato – «non possono giustificare interferenze nel­l’intimidazione contro la popolazione civile innocente, attraverso pressioni economiche». Per le isole – a 460 chilometri dalle coste ar­gentine, nell’Atlantico meridionale – i rap­porti con il Sud America sono fondamentali. L’Argentina non accetta le navi con lo sten­dardo «coloniale» e non le ammette nep­pure il Paraguay. A dicembre, Kirchner ha convinto gli altri tre membri del Mercosur ad unirsi a questo rifiuto: più simbolico che concreto, secondo la stampa, giacché quel­le imbarcazioni possono attraccare, purché cambino la loro bandiera prima di arrivare al molo. L’ultimo episodio di questa batta­glia è stato uno schiaffo diplomatico per Londra: Hague aveva assicurato che Uru­guay, Cile e Brasile non avrebbero parteci­pato all’«embargo commerciale» (come lo definiscono i britannici), ma i fatti lo hanno smentito. Il “bloqueo” delle navi vorrebbe essere uno strumento di pressione per con­vincere la Gran Bretagna a sedersi al tavolo dei negoziati con gli argentini: Londra, che ha governato le isole per 180 anni, non ha mai accettato una trattativa sul tema. La so­vranità dell’arcipelago per la Corona ingle­se non è negoziabile. Al di là dell’orgoglio coloniale, nazionale o nazionalista dei due Paesi, di mezzo ci sono anche forti interessi economici. In primis, il petrolio. «Quella delle Malvine non è una cau­sa argentina, è una causa globale», disse Cri­stina Kirchner al vertice Mercosur di dicem­bre, convincendo i suoi alleati: «Ci stanno portando via risorse peschiere e petrolifere». L’inglese Rockhopper sta esplorando l’area marina a nord delle isole. È possibile che l’e­strazione inizi nel 2016: la compagnia stima che si possano recuperare circa 350 milioni di barili. Nel frattempo le società Borders & Southern e Falkland Oil & Gas inizieranno l’e­splorazione nel Sud dell’arcipelago. In tem­pi di crisi, l’oro nero fa gola a tutti. Ma la ten­sione potrebbe crescere se si verificassero in­cidenti petroliferi e il carburante finisse in mare, a 13mila chilometri dalla Gran Breta­gna e di fronte alla costa argentina.