Claudio Plazzotta, ItaliaOggi 12/01/2012, 12 gennaio 2012
Mimun, io direttore risparmioso – Il Tg5, domani, compie 20 anni e il direttore Clemente Mimun ha in mente di celebrare l’evento con una fusione: quella tra la redazione politica e quella economica, «perché ormai gli argomenti si sovrappongono»
Mimun, io direttore risparmioso – Il Tg5, domani, compie 20 anni e il direttore Clemente Mimun ha in mente di celebrare l’evento con una fusione: quella tra la redazione politica e quella economica, «perché ormai gli argomenti si sovrappongono». Quanto a un serio programma di informazione politica su Canale 5, «noi siamo pronti, anche a una trasmissione aggressiva. Si tratta solo di trovare il conduttore giusto». Con Mimun, però, che fa il direttore di tg da 18 anni, è il caso di ripercorrere anche tanti aspetti del giornalismo televisivo: da divertenti aneddoti, tipo «il meteo affidato ai giornalisti fu una mia idea nel 1994. Ma il presidente della Rai, Letizia Moratti, me la bocciò su suggerimento di Carlo Rossella, che voleva gli ufficiali dell’aeronautica con le loro uniformi così belle», fino a un inatteso mea culpa: «Tornando indietro, darei il sonoro dello scontro tra Silvio Berlusconi e Martin Schulz al Parlamento europeo. Le notizie non vanno mai nascoste». Riflessioni, poi, sul cattivo gusto di Attilio Romita e del suo finto tg per una convention di pannolini, su La7 che «sembra una Rai Tre militarizzata», e su Augusto Minzolini, «che non giudico. Io, comunque, ho sempre fatto risparmiare le mie aziende. Al Tg2, in otto anni e mezzo di direzione, ho fatto risparmiare 14 miliardi di lire rispetto al budget». Domanda. Partiamo dal futuro: obiettivi del Tg5 nei prossimi anni? Risposta. Il Tg5, dalla sua nascita a ora, è il primo tg italiano sul target 15-64 anni. Questo continuerà a essere il nostro obiettivo pure nei prossimi anni. Ovvio, ci sono 23 milioni di italiani che navigano su internet, sui siti gratuiti dei quotidiani, ci sono tre reti all news (Sky Tg24, Rai News, Tgcom24), è chiaro che dovremo tenere conto delle novità. D. E il Tg1, che lei ha diretto per quattro anni e mezzo, che fine farà? R. Il Tg1 ha lo zoccolo duro nel pubblico anziano, deve nutrire l’audience tradizionale e cercare nuovi fan. Non è facile, è una missione molto complicata, anche perché in Rai, con l’informazione, fanno molta confusione. Spesso il Tg1 delle 20 sfora sul Tg2 delle 20,30. La fascia che precede il Tg2 è stata molto indebolita. Non possono continuare così. Anche perché il Tg1 ha 58 anni di avviamento, è la storia. Quando si sentiva la sigla del Tg1 l’Italia, una volta, si fermava. D. Che effetto le ha fatto sentire quella sigla usata in una convention di pannolini, con Attilio Romita, volto di punta del Tg1, a condurre un finto tg per fini commerciali? R. Sono cose che non vanno fatte, di cattivo gusto, molto cattivo gusto. Io escludo categoricamente che dei conduttori di tg possano utilizzare sigle, loghi, scenografia del loro telegiornale per fini commerciali. Posso ammettere eccezioni solo per campagne sociali. D. Caso Minzolini. Lasciamo perdere linea politica ed editoriali. Ma sull’uso della carta di credito aziendale che ne pensa? R. Minzolini ha ringiovanito molto la conduzione del Tg1. Anche la sua idea di affidare il meteo a giornalisti è molto buona. Era una mia idea del 1994. La proposi alla presidente Rai, Letizia Moratti, ma fu Carlo Rossella (all’epoca direttore del Tg1, ndr) a bocciarla. Disse alla Moratti che dovevamo tenere gli ufficiali della aeronautica, perché avevano delle uniformi così belle. D. Sì, ma la carta di credito? R. Non giudico Minzolini. Lui è vittima di un pregiudizio. Saprà far valere le sue ragioni. Non credo proprio che se ne sia approfittato, lo conosco bene, si taglierebbe un braccio per una notizia, non per un pranzo gratis. D. Ma lei come direttore del Tg1 ha avuto così tante spese di rappresentanza? R. Mai avuto questioni amministrative con la Rai. D. A proposito di budget, lei ha fama di essere uno che fa risparmiare le aziende... R. In cinque esercizi al Tg5 ho sempre consumato meno del budget. Al Tg2 in otto anni e mezzo ho fatto risparmiare circa 14 miliardi di vecchie lire. Risparmioso pure al Tg1, anche se in quel caso ci sono stati eventi molto costosi come le guerre in Iraq e Afghanistan, e la morte del Papa. Ma in Rai erano abituati a fare collegamenti via satellite per qualunque cosa, a mandare frotte di inviati al Festival di Sanremo o di Cannes. Con me è entrata in vigore la politica della «saggia lesina». Voglio vedere ora la Rai a fare i conti con l’economia di mercato. D. Il tg a cui è più affezionato? R. Il Tg2 e il Tg5. Il Tg1 è troppo complicato, ci sono regole aziendali che non consentono al direttore di fare il tg che vorrebbe, troppa politica, troppi sindacati. D. Idee per il nuovo Tg5? R. Parlare tanto delle nostre tasche, di lavoro, pensioni, sicurezza, sanità. Attenzione totale a questi temi. Sto pensando di fondere la redazione politica con quella economica, perché ormai gli argomenti si sovrappongono. Se non ci fosse già lo spazio dell’Indignato, aprirei una redazione sui diritti dei cittadini. D. Con Berlusconi un po’ più sullo sfondo, è venuta l’ora per un programma serio di politica su Canale 5, a cura del Tg5? R. Per fare quei programmi occorrono conduttori adatti. Per il momento gli approfondimenti sono affidati a Matrix e Terra. Se ci venisse chiesto di dare una mano per fare un programma politico, anche aggressivo, noi ci siamo. D. Lei ha fatto molto bene al Tg2, che ha diretto dal 1994 al 2002. Spostamento di orario, alle 20,30. E lancio di tante rubriche nuove... R. Il Tg2, dopo Tangentopoli, stava morendo. Era crollato il Psi, e quindi tutti i riferimenti del Tg2. Io ero di area Psi. Diventato direttore, mi ricordavo le potenzialità di Diogene (di Antonio Lubrano, ndr), sapevo che il Tg2 aveva i giornalisti più brillanti della Rai. D. Come è andata circa lo spostamento di orario? R. Il mio Tg2 delle 19,45 faceva ottimi risultati, al 17%, e non perdeva ascolti quando iniziavano, alle 20, pure il Tg1 e il Tg5. Quella dello slittamento era una vecchia idea di Giovanni Minoli, che poi sposò la presidente della Rai, Letizia Moratti. Mi disse: ti sposti alle 20,30 e trasferisci la redazione a Milano. Riuscimmo a rimanere a Roma, e con quel Tg2 raggiungemmo medie del 15%. D. E le rubriche? R. Il mio Tg2 delle ore 13 era leader grazie al paghi uno prendi tre. Nel senso che c’era il tg, e poi due rotocalchi: Costume e Società (curato da Mario De Scalzi, che Mimun ha appena preso al Tg5, ndr) e Salute, di Luciano Onder, che è ancora lì. Quelle rubriche hanno successo tuttora. Non avevo sbagliato. D. Ora al Tg5? R. Niente rivoluzioni, non servono. È nato moderno, non è invecchiato in questi 20 anni. Con tutto quello che è successo, e parlo del web e del digitale terrestre, ha del miracoloso che siamo sempre sopra il 20%. D. Enrico Mentana? R. Ha fatto il boom a La7 perché è andato contro natura e ha spinto sulla politica. Ha portato via pubblico soprattutto alla Rai. Io ho una stima infinita nei confronti di Mentana, che è mio amico, ma verso il quale non ho complessi di inferiorità. Lui, a La7, ha sfruttato al meglio il momento, facendo un tg sbarazzino. Ora la intera rete si è munita di personaggi che la fanno sembrare una Rai 3 militarizzata. Ma la guerra a chi la fanno? Perché Il Fatto quotidiano è un giornale aggressivo a prescindere. Ma La7? Io credo che se il tg di Mentana, nei prossimi mesi, dovesse mantenersi a quota 9%, i dirigenti della tv di TiMedia dovrebbero fare la ola tutti i giorni. D. Mentana ha diretto il Tg5 dal 1992 al 2004, 13 anni. Però non è considerato un berlusconiano. Lei, invece, sì. Perché? R. Io non ho mai fatto parte dei partiti che però ho votato. Mentana, invece, era parte del Psi. Eppure è considerato autonomo e indipendente. Boh, non so. Dico solo che a me Silvio Berlusconi sta sicuramente più simpatico di quanto stia a Mentana. D. Qualche mese fa ho parlato con un importante giornalista di Mediaset, che mi ha detto: «Io penso col mio cervello, io non sono come Mimun e Brachino. Altrimenti, col mio talento, chissà dove sarei ora». Quindi? R. Beh, quel collega è un cretino. Io ho dimostrato di avere coraggio. Quando Indro Montanelli mi mise in prima pagina sulla Voce con la divisa da nazista, io non ho avuto problemi a ricordargli il suo passato fascista e i suoi scritti, diciamo così, bizzarri, sulle persone di colore. Lui, poi, si scusò. Lo incontrai, per caso, una volta a Milano, in via Turati. E lui mi disse: «Ah, cazzo, sei tu Mimun? Beh, allora ti offro un caffè. Io non ero in redazione quel giorno, la prima pagina della Voce l’ho vista solo il giorno dopo, in edicola. Mi scuso molto». D. Insomma, la solita manfrina dei direttori che non ci sono mai quando arrivano le magagne. Come è andata la vicenda dello scontro al Parlamento europeo tra Berlusconi e Martin Schulz, di cui il Tg1, all’epoca diretto da lei, non fece sentire il sonoro? R. Beh, io non ero al giornale, ero a un colloquio privato, e il mio cellulare rimase spento per tre ore fino alle 15. Una giornalista del Tg1 (Susanna Petruni, ndr) pensò bene di mandare la corrispondenza senza i sonori, e il pezzo andò in onda nel Tg1 delle 13,30. Quando io riaccesi il cellulare, vidi decine di sms. Mi attaccavano con toni durissimi. Io diedi una occhiata alla storia, e a quel punto decisi di tenere botta. E al tg delle 20 feci fare un servizio in cui si riportavano integralmente le parole di Berlusconi e di Schulz, ma senza il sonoro. D. Un errore... R. L’aggressione scatenata era eccessiva, come avessi lanciato una bomba su un asilo. Quindi presi quella decisione. D. Ma fu un errore? R. Tornando indietro darei il sonoro di Schulz e Berlusconi. Le notizie non le puoi nascondere. Al massimo le puoi gestire, puoi fare emergere altri punti di vista. Ma mai nascondere una notizia. D. Tra l’altro Schulz è socialista, come lei... R. Io sono socialista e quindi...mi piace Berlusconi. Però non sopporto chi dice che sono di centro-destra. No, io mi sono formato leggendo Bertrand Russell, ammirando Marco Pannella e Cesare Musatti. D. Tutta roba che c’entra poco con Berlusconi politico... R. Ma continuo a preferirlo a tutti gli altri. D. I suoi scoop migliori da cronista? R. Lavoravo all’agenzia Asca. Nel 1976 ci fu l’ultima riunione congiunta delle segreterie Pci-Psi, con Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer. La riunione si tenne in un salotto al terzo piano del palazzetto dei gruppi a Montecitorio. Alla fine della riunione tutti i giornalisti andarono fuori, in attesa delle dichiarazioni di rito. Io entrai nel salotto, ormai vuoto, e rubai tutte le cartacce nei cestini e i fogli sui tavoli. Attraverso gli appunti, riconoscendo le varie calligrafie, ricostruii tutto il dibattito, quasi parola per parola. Tanto che giorni dopo il settimanale Espresso ci chiese tutto il resoconto per farne un servizio. Poi c’è lo scoop che non lo fu... D. Nel senso? R. Ero al Tg1, da poco, in quota socialista. Quindi mi facevano seguire le fetecchie. Nel 1985 mi mandarono a un inutile convegno sull’ambiente, con una troupe. In una pausa, beccai per caso Luciano Lama, segretario della Cgil. Gli feci alcune domande sul referendum per bloccare la scala mobile (quella che fu poi una vittoria per Craxi, ndr). Fino a quel momento Lama non si era mai espresso. Portai in redazione sia il servizio sul convegno sia quello su Lama, che consegnai al mio caporedattore. Il quale mi disse: Ma chi ti ha chiesto niente? Ma chi ti ha detto di fare domande a Lama? Io, allora, decisi di bypassarlo e andai direttamente dal direttore del Tg1, Albino Longhi. Mi chiese di lasciare la cassetta sulla sua scrivania. Ma al Tg1 non uscì nulla. Il giorno dopo, allora, io feci filtrare la notizia alle agenzie stampa tramite alcuni amici. Il Corriere della Sera ci fece la prima pagina. E, il giorno dopo ancora, il Tg1 fu costretto a riprendere la notizia. D. Lei si chiama Clemente. Un nome che le si addice? R. No. Mi piace in ebraico, Rahamin. Ma in italiano no, è un nome da Papa, non mi si addice. E comunque, nonostante il nome, sono amico anche di Mastella.