Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 18 Mercoledì calendario

FACILE ANDARE IN CRISI QUANDO LA VITA CAMBIA BRUSCAMENTE DIREZIONE. MA LA GRANDE STORIA, FRA ZOLA, CHURCHILL E PICASSO, OFFRE PIU’ DI UNO SPUNTO PER IMPARARE A PRENDERSI BEFFE DELLA CATTIVA SORTE


Che idea geniale usare un film muto, The artist per raccontarci la fine del cinema muto nell’America degli anni Venti ! Solo cosi si può intuire quale sia stata la sua grandezza. Del resto Charlie Chaplin sarebbe passato al parlato solo nel 1940, con Il grande dittatore. In The artist viene narrata la brusca interruzione della gloriosa carriera di una stella del muto, incapace, o meglio intimamente ostile, di adattarsi alla nuova moda. La bellissima Louise Brooks, che aveva trionfato anche lei senza bisogno di parole, riassumeva icasticamente la nuova situazione: «I vecchi film erano brutti, I nuovi film erano sempre i migliori. Un attore era considerato solo perii suo ultimo film. I produttori enunciarono questi tre articoli di fede e i meccanismi dell’industria cinematografica li confermarono. E per quanto riguarda il pubblico, fu educato a disprezzare i vecchi film». Il presente ci ha abituato a una rapida successione di mutamenti cui si può sopravvivere solo adeguandosi. Una mobilità che, fra l’altro, spinge molti giovani a non approfondire conoscenze che potrebbero rivelarsi effimere e a privilegiare la versatilità sull’abilità. Un tempo per sentirsi sorpassati occorrevano mutamenti epocali, che tuttavia si affermavano con garbata lentezza. A lungo, dopo l’affermazione dell’automobile, il cavallo aveva conservato la sua importanza nei trasporti. Solo un avvenimento epocale come la rivoluzione francese era riuscito a trasformare i cuochi degli aristocratici in ristoratori. Mi sono sempre chiesto dove fossero finiti i raffinatissimi creatori di parrucche, diffusissime prima del 1789, che per un attimo si erano illusi di farla franca con un prodotto intermedio, un vero controsenso: la parrucca nera, detta alla Rousseau, in omaggio all’illuminista, che simulava la naturalezza perduta. Dopo un altro sussulto, quando avevano avuto l’idea di usare i capelli dei numerosissimi ghigliottinati per fare parrucche eccessive, quasi caricaturali per gli eleganti, la loro utilità era sfumata. Ma allora che fare quando la vita sembra avere perso il suo valore? A volte si può ritrovare un po’ del sapore perduto nel rischio, come fecero gli ex ufficiali di Napoleone che, alla sua sconfitta, passavano il tempo a sfidare a duello all’ultimo sangue gli ufficiali del nuovo esercito borbonico, promossi solo per motivi ideologici o, peggio ancora, traditori dell’imperatore. Tuttavia, non si è mai definitivamente salvi dai sussulti della storia pubblica e privata, come dimostra, per esempio, il recente caso di Lucio Magri, che sono la maschera edonista del viveur era sopravvissuto a una serie di shock, come la radiazione dal Partito comunista per avere fondato Il manifesto, per poi soccombere alla scomparsa della moglie e, sentendo la propria estraneità alla vita, optare per un suicidio assistito in Svizzera. Però a minare la nostra vita può anche essere semplicemente la vecchiaia. Meglio allora accettarla che cercare di negarla. Samuel Beckett aveva girato uno straziante film in cui si vede un anziano mal ridotto aggirarsi malinconicamente su uno sfondo solitario. Quell’uomo devastato dal tempo era il divo del cinema muto Buster Keaton, venerato da Beckett. La pellicola avrebbe ricevuto molti riconoscimenti e Keaton, scordato da tutti, sarebbe tornato alla ribalta. Altre volte invece passiamo talmente avanti da irritare i nostri contemporanei, che tentano di respingerà nel passato. È successo a Emile Zola: era uno scrittore all’apice del successo quando la palese ingiustizia del caso Dreyfus, il capitano ebreo ingiustamente accusato di spionaggio, lo aveva spinto a uscire dalla sua torre d’avorio per lanciare il famoso «J’accuse» che gli sarebbe costato la Legion d’onore, la collaborazione cui tanto teneva al Figaro e poi l’esilio per sfuggire alla condanna. Ma, sia pure dopo molti anni, la storia aveva raggiunto Zola e l’innocenza di Dreyfus era stata riconosciuta. Continuare sulla propria strada, malgrado ogni timore, è un’altra soluzione. Una sera il giovane Pablo Picasso, ubriaco, aveva annunciato di volersi suicidare perché dopo l’affermazione della fotografia non c’era più posto per la sua pittura. Invece, proprio accentuando i lati meno fotografici dell’arte, raggiunse la fama. Un’occupazione, estremamente assorbente, può aiutare a sopportare le soste della vita. Winston Churchill, nei momenti in cui, con suo sommo dolore, la storia sembrava averlo dimenticato, si dedicava pervicacemente alla pittura. Rinunciare alla propria identità e iniziare una nuova vita ma sotto uno pseudonimo può essere pericoloso. Basti pensare allo scrittore Romain Gary, che aveva trionfato sotto «nom de piume», per poi suicidarsi. O a Lawrence d’Arabia, arruolatesi come soldato semplice sotto falso nome nel tentativo di sfuggire a una gloria troppo pesante per lui. Solo il saggio Dekobra, autore di culto negli anni 20 e 30, aveva saputo tramutarsi, con uno pseudonimo, in un abile creatore di polizieschi. «Qualsiasi vita è, naturalmente, un processo di demolizione» spiegava Francis Scott Fitzgerald, la cui immensa gloria letteraria era stata travolta e bruscamente accantonata dalla crisi economica del 1929. Il mondo di lusso che aveva magistralmente evocato era diventato in pochi mesi obsoleto, mentre sua moglie aveva definitivamente perso la ragione. Solo e abbandonato, Fitzgerald aveva reagito cercando di arginare il suo alcolismo e di lavorare per la massima incarnazione del nuovo universo, Hollywood. Non si era mai veramente affermato e ormai la gente pensava che fosse morto da anni quando aveva scritto il suo libro più bello. Tenera è la notte, in cui trasponeva il suo fallimento esistenziale. Karen Blixen, che, costretta a vendere la tenuta in Kenya che era la sua vita, era stata obbligata a tornare in Europa sola e malata, ma pronta a scrivere capolavori, diceva sempre: «Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi».