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 2012  gennaio 12 Giovedì calendario

Così la partita fra scienza e calcio finisce zero a zero - Perché il campionato dovrebbe vin­cerlo la squadra migliore, se ha sol­tanto il 28 per cento di probabilità di farlo? Non sarebbe più giusto se i mi­gliori avessero il 51 per cento di probabili­tà, cioè la maggioranza assoluta, antica­mera della monarchia costituzionale ti­po Ajax anni Settanta? Del resto le regole del calcio, secondo un dotto studio di John Wesson, sono state stabilite in mo­do tale da mantenere basso il numero di gol, quindi per favorire i più deboli

Così la partita fra scienza e calcio finisce zero a zero - Perché il campionato dovrebbe vin­cerlo la squadra migliore, se ha sol­tanto il 28 per cento di probabilità di farlo? Non sarebbe più giusto se i mi­gliori avessero il 51 per cento di probabili­tà, cioè la maggioranza assoluta, antica­mera della monarchia costituzionale ti­po Ajax anni Settanta? Del resto le regole del calcio, secondo un dotto studio di John Wesson, sono state stabilite in mo­do tale da mantenere basso il numero di gol, quindi per favorire i più deboli. Se poi aggiungiamo che dribblare costa il 7 per cento in più di dispendio energetico ri­spetto alla semplice corsa, mi spiegate perché il Milan ha acquistato Zlatan Ibrahimovic invece di Simone Tiribocchi e il Barcellona non propone alla Lazio lo scambio fra Lionel Messi e Cristian Broc­chi? Direte, sono i misteri del pallone. In­vece no, è La scienza nel pallone , il saggio scritto da Nicola Ludwig e Gianbruno Guerrerio (Zanichelli, pagg. 176, euro 10,50). Sta al lettore decidere se «nel pallo­ne »sia da intendere come «dentro il pallo­ne », cioè dentro quell’oggetto a forma di icosaedro troncato e opportunamente gonfiato che fa palpitare i cuori dalla Fin­landia alla Patagonia, oppure come espressione idiomatica che sta per «anda­re in confusione». Proponendosi di svelare i segreti del gioco più popolare al mondo usando la fi­sica e la statistica, i due autori, oltre a ri­schiare l’interdizioni dai pubblici Bar Sport dell’universo mondo, dove, se tutti ragionassero come loro, non ci sarebbe più nulla di cui discutere intorno a un caf­fè o a un bianchino, si fanno un bel po’ di nemici fra gli addetti ai lavori. Primi fra tut­ti, i portieri, Yashin, Albertosi e Buffon compresi. I quali, 937 volte su mille si com­­portano da perfetti idioti, tuffandosi in an­ticipo sulla battuta nel tentativo di parare un rigore. Se non lo facessero, la probabili­tà di successo dei poveri tapini salirebbe dal 15 al 33 per cento. Al secondo posto nella black list di di Ludwig e Guerrerio c’è chiunque abbia sbagliato almeno un rigore nella vita, Pelè, Rivera, Maradona e Platini compresi: tutti fuoriclasse, è vero, ma sonoramente bocciati in matemati­ca, visto che è sufficiente far viaggiare la sfera alla velocità di 28 metri al secondo per buttarla dentro. La rapida consulta­zione della calcolatrice sentenzia che fan­no 100,8 chilometri orari, una bazzecola rispetto al calcio di punizione record con cui l’armadio olandese Ronal Koeman re­galò al Barcellona, stroncando la resisten­za della Sampdoria, la Coppa dei Campio­ni del 1992. Ma nemmeno gli arbitri la fan­no franca, ovviamente. È stato infatti pro­vato al di là di ogni ragionevole dubbio (?!) che, corrotti od onesti che siano, i di­rettori di gara tendono a fischiare di più quando l’azione si sviluppa da destra a sinistra. A quanto pare è un loro difetto costituzionale, come vedere il fuorigio­co del tuo centravanti e non vedere il fallo dell’ altrui terzino. Insomma, questo calcio da laborato­rio, fra un’ala che s’invola sulla fascia te­nendo ben fisso lo sguardo sulla «variazio­ne incrementale » della sfera, proprio alla maniera dei pipistrelli che mettono una zanzara nel mirino, e un colpo di tacco del dottor Sócrates (riposa in pace, caro Dottore) sferrato replicando la tecni­ca di un cavallo che scalcia, è affasci­nante come uno zoo pieno di at­trazioni che lo spettatore­bambino non si sogna ne­anche. Mentre Totti e Pirlo si appresta­no a calciare in porta, per esempio, noi pensiamo che la magia prossima a scatenarsi risieda nei loro pie­di. Sbagliato: la magia è invece nell’effet­to Magnus, dottamente illustrato dal commentatore di Sky Fabio Caressa in un frammento televisivo cult, dal cognome del chimico e fisico tedesco Heinrich Gu­stav Magnus ( 1802-1870). Sia «il cucchia­io » del romanista, sia «la maledetta» dello juventino, che l’ha copiata dal brasiliano Juninho Pernambucano, scaturiscono dal lavoro invisibile dell’aria. I «pendoli doppi», pardon , le gambe dei due campio­ni si limitano a «tagliare»su misura l’effet­to desiderato, affidandosi per il resto al buon cuore degli «estremi difensori». Leggere La scienza nel pallone non ser­ve a migliorare le proprie prestazioni cal­cistiche, ma soltanto a capire che cosa le rende ciò che sono. Tutto questo, ovvia­mente, al netto delle famose «motivazio­ni » oggi tanto in voga. Ma non al netto del­la pratica, assai più importante della grammatica, secondo il vecchio detto. E anche secondo il Barone Nils Liedholm. «In dieci contro undici - argomentava il sommo Liddas suscitando i risolini degli ignoranti - si gioca meglio». Ed è proprio così. Se il numero dei giocatori diminui­sce, il tempo di azione del singolo aumen­ta, favorendo azioni più lunghe e un gioco più lento. Per questo, narra la leggenda, la prima volta che Liedholm vide giocare Paulo Roberto Falcao si commosse. Ave­va so­tto gli occhi la prova provata che il cal­cio è la scienza applicata più esatta e diver­tente.