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 2012  gennaio 12 Giovedì calendario

“IL MUCCHIO SELVAGGIO” SMETTE DI CANTARE?

Neil Young con la camicia a scacchi , i capelli lunghi e la chitarra. Era l’ottobre 1977 e il grande rocker canadese veniva ritratto nella prima copertina de Il mucchio selvaggio, mensile fondato da Max Stefani (che l’ha diretto fino al maggio 2011) e i critici musicali Paolo Carù e Aldo Pedròn (che invece nel 1980 fondarono Buscadero). In America Lester Bangs era già stato licenziato da Rolling Stone , reo di parlar male di tutti, ed era già uno spauracchio per i musicisti che, da critico, bistrattava. In Italia, negli anni Settanta si muovono i primi passi del settore, ma l’interesse per la musica cresce. Il mucchio selvaggio da 34 anni accoglie la richiesta, con alterne vicende e uno zoccolo duro di affezionati (oggi conta 7mila lettori in edicola e 1500 abbonati). Ma se si va sul sito del giornale, www.ilmucchio.it  , si trova una spiacevole sorpresa: i tagli pubblici all’editoria rischiano di farlo chiudere. Così il mensile ha lanciato una super-campagna abbonamenti: con duemila nuove adesioni si possono pagare i debiti creati da quel -15% di contributi relativi al 2010 deliberato dal governo. “E per il 2011 – dice il caposervizio musica Federico Guglielmi, che al Mucchio è entrato nel 1979, a 19 anni – è previsto il dimezzamento dei fondi su cui avevamo già fatto affidamento”. Ovvero, il problema sono i soldi messi in bilancio che non si sa come ripescare. “Duemila persone – dice Guglielmi – e possiamo farcela. A quel punto diremo addio alla forma cooperativa, scelta nel 1996 per aver accesso ai fondi statali: continueremo a esistere come società privata”. Che il mensile – ora diretto da Daniela Federico – sia amato da chi segue da vicino la musica, si vede anche dagli appelli pubblicati da gruppi come Afterhours o Subsonica sulle proprie pagine Facebook.
IN DIECI GIORNI cisonostati 590 abbonamenti in più. Ma c’è anche qualcuno che evidentemente detesta Il mucchio, visto che il 3 gennaio è arrivata in redazione una lettera anonima: “Se non vi uccide Monti, vi fermerò io. Il Mucchio deve chiudere, altrimenti facciamo saltare in aria te (riferito alla direttrice, ndr) e il giornale”. Un brutto episodio denunciato subito alla Questura che arriva in un momento delicato. Difficile, in ogni caso, pensare che non esista più Il mucchio, nato come osservatorio sul rock e il blues americani, con 32 pagine in bianco e nero. Nel 1980 la rivista inizia a puntare anche sul punk e la new wave e passa al colore con il numero del gennaio 1982 che aumenta di 20 pagine. È nei primi anni Ottanta che il giornale amplia lo sguardo sulla spinta del critico Maurizio Bianchini, che ha un’intuizione: “Che l’appassionato di musica – dice Guglielmi – sia anche appassionato di un certo cinema, di una certa letteratura. Che il rock sia colto. Il giornale cominciò a occuparsi anche di altre discipline”. Le vendite arrivano oltre le 25 mila copie e si consolida l’immaginario legato alla rivista. L’icona assoluta, musicalmente parlando, è da 30 anni Bruce Springsteen, adorato dai lettori. “Per questo – racconta Guglielmi – una volta scrivemmo che avevamo l’anteprima di un live ufficiale del Boss. Non era vero. Ma facemmo impazzire la casa discografica, i lettori: ci fu un discreto putiferio”. L’anima ludica della testata raggiunge l’apice con il “referendum” (a ridosso del 2000) sui 50 dischi e le 500 canzoni migliori di tutti i tempi. Impresa titanica per molti. Arrivarono oltre 100 mila risposte dei lettori. Il verdetto fu classicissimo: Sgt. Pepper’s dei Beatles risultò il miglior album di sempre e Stairway to heaven degli Zeppelin la miglior canzone. I guai, editorialmente parlando, iniziano nel 1996 quando il giornale diventa cooperativa e soprattutto un settimanale. Non funziona: “Nello stesso periodo – racconta Guglielmi – nasce anche Musica di Repubblica, gratis e allegato a un quotidiano. Inoltre Internet iniziava a essere usato sul serio”.
LA VERSIONE settimanale va avanti fino al 2004 e mette a punto una linea editoriale aggressiva, fatta di copertine polemiche (come quella con la foto di Vasco Rossi e il titolo “Senza niente dentro”) e un’apertura ai temi politici, mai più abbandonata. Nasce anche Extra, il trimestrale di approfondimento diretto da Guglielmi che è, in fondo, il portabandiera della “vecchia guardia”. Massimo esperto italiano di punk (ha scritto un libro enciclopedico per Giunti), esordisce sul Mucchio “con due recensioni di oscure band dell’Ohio. La mia prima intervista è stata, nell’ottobre del 1979, una lunga conversazione con gli americani Devo. Facevo Giurisprudenza, ma come potevo competere con i miei musicisti preferiti? Guadagnavo ed era divertente”. Però, nell’epoca del web a che serve una rivista di musica? “All’approfondimento – risponde Guglielmi – a informare con un’esperienza accumulata negli anni. Infatti i nostri lettori non sono solo quelli della prima ora. Ma anche i loro figli e tanti giovani. A dispetto dei tempi c’è ancora chi ascolta buona musica. Anche in questo paese”.