Christopher Hitchens, Vanity Fair n. 2 18/1/2012, 18 gennaio 2012
ME LA SONO GIOCATA FINO IN FONDO
Quando il momento arrivò, con un demoralizzante e disorientante tracollo, il vecchio Kingsley si mise a letto e, infine, voltò la faccia verso il muro. Non si trattò di sdraiarsi e attendere il servizio ospedaliero in camera – «Uccidimi, pezzo di idiota!», aveva detto una volta in maniera allarmante al figlio Philip – ma fu sostanzialmente un rimanere in passiva attesa della fine. La quale debitamente arrivò, senza troppo chiasso e senza spese.
Un anno e mezzo fa, prima che mi venisse diagnosticato un cancro all’esofago, ho raccontato in maniera piuttosto vivace ai lettori delle mie memorie che di fronte alla fine avrei voluto essere pienamente cosciente e sveglio, per morire in modo «attivo», e non passivamente. E sto ancora tentando di alimentare quella piccola fiamma di curiosità e di sfida, desideroso di giocarmela fino in fondo e vivere tutte le esperienze possibili che appartengono al corso di una vita. Tuttavia, una cosa che accade quando ci si ammala gravemente consiste nel ritrovarsi a esaminare detti famosi e massime in apparenza affidabili. In particolare, ce n’è una che ho scoperto di non pronunciare più con la stessa convinzione di una volta: «Quello che non mi uccide mi fortifica».
A volte mi chiedo perché mai la considerassi profonda. Il detto viene attribuito a Friedrich Nietzsche: «Was micht nicht umbringt macht mich stärker». Ma questo verso porta con sé una verità? Forse lo fa, o può farlo, nell’ambito dei sentimenti. Ricordo di aver pensato, a proposito di situazioni difficili riguardanti l’amore o l’odio, di esserne, per così dire, uscito a testa alta, con una forza accresciuta dall’esperienza, che non avrei potuto acquisire in altro modo. Una o due volte poi, allontanandomi sulle mie gambe da un incidente d’auto o, quando facevo il corrispondente dall’estero, dall’incontro ravvicinato con una tragedia ho provato la sensazione un po’ fatua di essere stato temprato da quell’incontro. Ma il significato è semplicemente: «Grazie a Dio non è successo a me».
Nel brutale mondo fisico, e in quello che è oggetto della medicina, ci sono fin troppe cose che potrebbero ucciderti, oppure non ucciderti ma lasciarti notevolmente indebolito. Nietzsche era destinato a scoprirlo nel modo più duro, il che ci fa ulteriormente interrogare sul perché egli abbia scelto di includere il detto nella sua antologia del 1889 Crepuscolo degli idoli.
Nel prosieguo della sua vita, però, pare che Nietzsche si sia beccato la sifilide, molto probabilmente durante la sua primissima avventura sessuale, che gli causò violente emicranie, attacchi di cecità e si propagò come metastasi in demenza e paralisi. Tutto questo, anche se non fu una diretta causa di morte, contribuì al suo decesso, e dunque non si può certo dire che lo fortificò. Nel corso del suo declino mentale, Nietzsche si convinse che la più importante impresa culturale sarebbe consistita nel dimostrare che l’autore delle opere di Shakespeare era in realtà Francis Bacon, segno infallibile di avanzata prostrazione intellettuale e mentale.
Alla fine, e in tristi circostanze nella città italiana di Torino, Nietzsche fu sconvolto alla vista di un cavallo crudelmente picchiato per strada. Mentre correva per buttare le braccia intorno al collo dell’animale, il filosofo fu colpito da una crisi terribile, e a quanto pare per il resto della sua straziante e tormentata vita rimase sotto le cure della madre e della sorella. La data del trauma di Torino è fonte di spunti interessanti. L’evento si verificò nel 1889, e sappiamo che nel 1887 Nietzsche era stato fortemente influenzato dalla scoperta delle opere di Dostoevskij. Sembra esserci una corrispondenza piuttosto inquietante tra l’episodio sulla strada e il terribile sogno vissuto da Raskolnikov la notte prima di commettere l’omicidio decisivo in Delitto e castigo. L’incubo, che una volta letto è quasi impossibile da dimenticare, riguarda terribili e prolungate percosse sino alla morte inferte a un cavallo. Il proprietario lo flagella in mezzo agli occhi, gli fracassa la colonna vertebrale con un bastone, invita gli astanti ad aiutarlo nella fustigazione... Non ci viene risparmiato nulla. Se la macabra coincidenza fu sufficiente a portare Nietzsche a quello sconvolgimento finale, significa che egli doveva essere fortemente indebolito, o reso terribilmente vulnerabile, da altre sconosciute sofferenze. Le quali non sono certo servite a fortificarlo. Tutt’al più quel che si può intendere, ritengo, è che egli riuscì a sfruttare al massimo i pochi intervalli dal dolore e dalla follia per scrivere la sua raccolta di paradossi e penetranti aforismi. Questo può avergli dato l’euforica impressione di stare trionfando, di stare usando la Volontà di Potenza. Crepuscolo degli idoli di fatto venne pubblicato quasi in contemporanea con l’orribile evento di Torino; perciò la coincidenza fu spinta al limite estremo.
Oppure prendiamo un esempio da un filosofo del tutto diverso e più moderato, più vicino ai nostri tempi. Il defunto professor Sidney Hook era un famoso materialista e pragmatista, autore di sofisticati trattati che sintetizzano il lavoro di John Dewey e Karl Marx. Anche lui era un ateo inguaribile. Verso la fine della sua lunga vita, si ammalò gravemente e cominciò a riflettere sul paradosso che – vivendo nella mecca della medicina, a Stanford, in California – egli poteva avvalersi di un livello di cure senza precedenti ma, al contempo, era esposto a un grado di sofferenza che le generazioni precedenti non sarebbero state in grado di sopportare. Ragionando su tutto ciò dopo un’esperienza particolarmente terribile da cui si riprese a fatica, decise che dopotutto avrebbe preferito la morte: «Mi sono trovato in punto di morte. Un’insufficienza cardiaca congestizia è stata trattata a scopo diagnostico con un angiogramma che ha provocato un ictus. Singhiozzi dolorosi e violenti, senza interruzione per diversi giorni e notti, mi hanno impedito di assumere cibo. Il mio lato sinistro e una delle mie corde vocali hanno subito una paralisi. Si è manifestata anche una forma di pleurite e mi sono sentito come se stessi annegando in un mare di melma... In uno dei miei intervalli di lucidità, in quei giorni di agonia, ho chiesto al mio medico di interrompere tutti i mezzi di supporto vitale oppure di mostrarmi come fare».
Il medico si rifiutò, assicurando piuttosto altezzosamente a Hook che «un giorno avrei capito quanto sciocca era stata la mia richiesta». Ma lo stoico filosofo, dal punto di vista di chi è ancora vivo, continuò a insistere che avrebbe preferito che gli fosse concesso morire. A supporto, elencò tre motivi. Un altro attacco di tale violenza avrebbe potuto colpirlo, costringendolo a sopportare ancora una volta tutto da capo. La sua famiglia aveva vissuto un’esperienza infernale. Si stavano sprecando risorse mediche. Nel suo scritto, Hook utilizza un’espressione possente per descrivere la posizione di altri ammalati, sofferenti allo stesso modo, riferendosi a loro come sdraiati su «materassi tomba».
Se essere restituito alla vita non è sinonimo di quel che non ti uccide, allora che cosa lo è? Eppure non sembra esserci un’ottica secondo cui l’esperienza vissuta abbia «fortificato» Sidney Hook. Anzi, semmai, essa sembra aver concentrato l’attenzione del filosofo sul modo in cui ogni debilitazione si somma alla precedente, trasformandosi in un cumulo di sofferenza con un solo possibile esito. Dopotutto, se fosse altrimenti, ogni attacco, ogni colpo, ogni ignobile singhiozzo, ogni bavoso rigurgito sommandosi ai precedenti darebbe forza e rinvigorirebbe la resistenza del paziente. E ciò è chiaramente assurdo. Così ci ritroviamo con qualcosa di piuttosto insolito nell’annuario degli approcci non sentimentali all’estinzione: non il desiderio di morire con dignità, ma il desiderio di essere morto.
Il professor Hook alla fine ci ha lasciato nel 1989, e io appartengo alla generazione successiva alla sua. Non ho ancora navigato fino all’amara fine che ha dovuto raggiungere lui. Né ho ancora dovuto affrontare una conversazione così ardua con un medico. Però mi rivedo sdraiato a guardare il mio torso nudo ricoperto quasi interamente, dalla gola all’ombelico, da un’eruzione cutanea causata da uno sfogo rosso vivo da radiazioni. Era il risultato di un mese di bombardamento con protoni che avevano fatto piazza pulita del cancro ai linfonodi clavicolari e paratracheali, oltre al tumore iniziale all’esofago. La terapia mi ha posto nella ristretta classe di pazienti che possono affermare di aver ricevuto le migliori cure disponibili presso l’avanzatissimo MD Anderson Cancer Center di Houston. Dire che l’eruzione cutanea era dolorosa sarebbe inutile. Il problema vero è far capire il dolore che essa ha causato all’interno. Sono rimasto a letto per giorni e giorni, cercando invano di rinviare i momenti in cui dovevo deglutire. Ogni volta che accadeva, un’infernale marea di dolore fluiva nella mia gola, per terminare con quello che sembrava il calcio di un mulo nella schiena. Mi chiedevo se gli organi interni fossero rossi e infiammati come quelli esterni. Poi a un certo punto mi è venuto un pensiero improvviso: se avessi saputo tutto questo in anticipo, avrei optato lo stesso per la terapia? Ci sono stati diversi momenti in cui, mentre mi contorcevo, mi dimenavo, rimanevo senza fiato e imprecavo, ne ho seriamente dubitato.
Probabilmente il fatto che il dolore sia impossibile da descrivere affidandosi alla memoria è un atto misericordioso. Ma è anche impossibile mettere in guardia contro di esso. Se i miei dottori dei protoni me ne avessero parlato in anticipo, avrebbero forse usato parole come «grave disagio» o magari avrebbero detto che si sarebbe trattato di una sensazione di bruciore. Io so solo che nulla avrebbe potuto prepararmi a questa cosa che sembrava fregarsene degli antidolorifici e aggredirmi l’anima. Ora pare che le possibilità offerte dalla radioterapia in quei punti (35 giorni di fila possono essere considerati come il massimo che chiunque possa ricevere) siano esaurite, e nonostante questa non sia affatto una buona notizia, mi risparmia dal dovermi chiedere se avrei la forza di sopportare di nuovo il medesimo trattamento.
Ma, per fortuna, ora non sono in grado di evocare ricordi di come mi sentivo in quegli strazianti giorni e notti. E da allora ho avuto anche alcuni periodi di relativo benessere. Perciò, ragionando razionalmente, considerando nell’insieme la radioterapia, le conseguenze e la ripresa, devo ammettere che se avessi rifiutato la prima fase, evitando così la seconda e la terza, sarei già morto. E questo non mi piacerebbe per niente.
Tuttavia non posso sfuggire alla realtà che sono decisamente più debole di prima. Quanto tempo sembra passato da quando ho offerto champagne al team dei medici dei protoni, per poi saltare quasi agilmente su un taxi. Durante la mia successiva degenza, a Washington, l’ospedale mi ha fatto omaggio di una pericolosa polmonite da stafilococco (è successo per ben due volte) che mi ha quasi ucciso. La devastante debolezza che mi è piovuta addosso come conseguenza ha incluso anche la minaccia mortale della resa all’inevitabile: avrei sperimentato spesso ondate di triste fatalismo e rassegnazione mentre perdevo la battaglia contro il mio generale esaurimento fisico. Solo due cose mi hanno salvato dal tradire me stesso e lasciarmi andare: una moglie che non voleva sentirmi parlare in questo modo noioso e inutile, e vari amici che mi parlavano altrettanto senza peli sulla lingua. Oh, e anche prendere regolarmente gli antidolorifici. Come venivano felicemente calibrate le mie giornate dal vedere la preparazione dell’iniezione. Lo consideravo come un vero e proprio evento. Con alcuni analgesici, se siete fortunati, potete effettivamente «sentire» l’effetto mentre l’ago entra dentro: una sorta di tiepido formicolio associato a un’ebete beatitudine. Sono giunto a questo punto, come i tristi teppisti che fanno incursioni nelle farmacie per l’Oxycontin. Ma era una liberazione della noia, un piacere colpevole (non ce ne sono molti a Tumortown), e non ultimo il sollievo dal dolore.
Nella mia famiglia inglese, il ruolo di poeta nazionale non è stato assunto da Philip Larkin, ma da John Betjeman, cantore delle periferie e della classe media, una presenza molto più pungente rispetto alla figura piuttosto orsacchiottesca che a volte offriva al mondo. La sua poesia Five O’Clock Shadow evidenzia al meglio questo suo lato mordace: «Questo è il momento del giorno in cui nel reparto maschile / Pensiamo “ancora una scarica di dolore e rinuncio a combattere” / Quando colui che lotta per respirare ha meno forza di lottare: / Questo è il momento del giorno che è peggiore della notte».
Sono arrivato a conoscere molto bene quanto segue: la sensazione e la convinzione che il dolore non se ne andrà mai e che l’attesa fino alla prossima iniezione è ingiustamente troppo lunga. Poi un improvviso attacco di mancanza di respiro, seguito da alcuni colpi di inutile tosse, e in più – se è un giorno infame – da una maggior espettorazione di quanto riesca a sopportare. Litri di saliva, talvolta muco, e perché diavolo deve anche venirmi bruciore di stomaco in questo preciso istante? Non è un problema di mancanza di cibo: un tubo provvede a nutrirmi. È tutto l’insieme, e l’infantile rabbia che ne deriva, a costituire un indebolimento, oltre alla perdita di peso che il tubo sembra incapace di combattere. Ho perso quasi un terzo della mia massa corporea da quando mi è stato diagnosticato il cancro: magari non mi uccide, ma l’atrofia dei muscoli rende più difficile effettuare anche l’esercizio più semplice, senza il quale diventerò ancora più debole.
Sto battendo al computer questo testo dopo aver ricevuto un’iniezione per cercare di ridurre il dolore alle braccia, alle mani e alle dita. Il principale effetto collaterale di questo dolore è l’intorpidimento alle estremità, che mi riempie di una paura irrazionale di perdere la capacità di scrivere. Senza questa capacità, la mia «volontà di vivere» si ridurrebbe moltissimo. Mi capita spesso di dire in maniera altisonante che la scrittura non è solo il mio mestiere e la mia fonte di sussistenza, ma la mia vita. Quasi come la minacciata perdita della voce, attualmente temperata da qualche iniezione nelle corde vocali, sento la mia personalità e la mia identità dissolversi mentre guardo le mie mani morte e assisto alla perdita della cinghia di trasmissione che mi connette con la scrittura e il pensiero.
Questi sono indebolimenti progressivi che in una vita più «normale» avrei sperimentato nel corso di decenni. Ma, come con la vita normale, ogni giorno che passa costituisce inesorabilmente una sottrazione sempre maggiore da un tempo sempre minore. In altre parole, il processo ti debilita e ti spinge sempre più verso la morte. Come potrebbe essere altrimenti? Proprio quando stavo cominciando a riflettere in quest’ottica, mi sono imbattuto in un articolo sul trattamento dei disordini da stress post-traumatico. Grazie a esperienze acquisite a caro prezzo, ora sappiamo molto di più su questa malattia rispetto a una volta. Tra i sintomi che permettono di diagnosticarla vi sono le affermazioni dei veterani che, cercando di far luce sulla propria esperienza, dichiarano: «Ciò che non ha ucciso mi ha reso più forte».
Sono attratto dall’etimologia della parola tedesca stark e dal suo comparativo relativo utilizzato da Nietzsche, stärker, che significa «più forte». In yiddish, rivolgersi a qualcuno come a uno shtarker significa dargli del militante, del duro, del gran lavoratore. Sino a oggi ho deciso di accettare tutto quello che la mia malattia mi riversa addosso e rimanere combattivo, pur prendendo le misure del mio inevitabile declino. Ripeto, questo non è nulla più di quel che una persona sana deve affrontare a velocità ridotta. È il nostro destino comune. In nessun caso, comunque, si possono dispensare banali detti che non reggono alla prova dei fatti.
Christopher Hitchens è morto il 15 dicembre, poche settimane dopo aver scritto questo articolo.
(traduzione di Chiara Ujka)
Death has this much to be said for it: / You don’t have to get out of bed for it / Wherever you happen to be / They bring it to you – free
(Questo si può dire a favore della morte: / Non ti costringe ad alzarti dal letto / Ovunque tu ti trovi / Ti viene consegnata a domicilio – gratis)
- Kingsley Amis
Pointed threats, they bluff with scorn / Suicide remarks are torn / From the fool’s gold mouthpiece the hollow horn / Plays wasted words, proves to warn / That he not busy being born is busy dying
(Minacce aguzze ingannano con spregio / Osservazioni suicide sono strappate / Dal microfono d’oro dello sciocco, il corno vuoto / Suona parole sprecate, prova ad avvisare / che chi non è impegnato a nascere è impegnato a morire)
- Bob Dylan,
It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)