Salvatore Bragantini, Corriere della Sera 12/01/2012, 12 gennaio 2012
IL GIUSTO CRITERIO PER TASSARE LA FINANZA
La tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf) torna d’attualità, trainata dalle urgenze della politica. Se il presidente francese Sarkozy ci vede un provvidenziale «pieno» per una campagna elettorale che parte in riserva, il premier britannico Cameron vuole combatterla come l’indomito campione di una perduta Britannia. Merkel, cancelliera tedesca, simpatizza col primo, ma senza farsi tirare dentro il gioco; il suo ministro delle Finanze sostiene la Ttf ma non tutta la coalizione è d’accordo. Davvero serve «gettare sabbia» — come disse l’inventore della Ttf ante litteram, l’economista James Tobin — negli ingranaggi del mercato finanziario? Quel mercato che, pur dipingendosi come «mano invisibile», pretende di guidare il mondo.
Cerchiamo di sfuggire agli opposti pericoli del populismo — che vede nella finanza il male — e della lobby di questa, contraria a ogni tassa, esaminando la proposta formulata dalla Commissione europea. Per il suo presidente, Barroso, con la Ttf banche e finanza restituiranno parte delle migliaia di miliardi che hanno inghiottito quando molti Stati hanno dovuto salvarle; la Ttf in verità pare più utile per ridurre il rischio di nuove crisi, che gli Stati non avrebbero fondi per sanare. Tali fondi, nei mercati globalizzati, sempre più verranno da entità sovranazionali.
La tassa sarebbe pagata sia dall’acquirente sia dal venditore dei titoli, con alcune importanti esenzioni per le nuove emissioni di azioni e obbligazioni, per i mutui casa, ecc. L’aliquota — dell’uno per mille su azioni e obbligazioni e dell’uno per diecimila sui prodotti derivati — dovrebbe dare un gettito annuo di oltre 50 miliardi di euro per la Ue; essa così avrebbe una nuova fonte di entrata essenziale quando le sue istituzioni rischiano di svaporare per l’avanzata delle intese intergovernative.
Per il settore finanziario, da sempre contrario alla manciata di sabbia, la Ttf ridurrebbe la liquidità dei mercati con effetti negativi sul Pil della Ue; la stessa Commissione ritiene probabile una caduta dello 0,5% annuo per l’introduzione della Ttf. Essa sarebbe fattibile, sostengono i contrari, solo se applicata ovunque. Altrimenti tutti «travestiranno» gli scambi per sfuggire alla Ttf, o scapperanno proprio dai Paesi che la applicano. Questo argomento, simile a quello degli evasori che promettono di pagare le tasse quando tutti lo faranno, contiene però qualche grano di ragione, su cui fa leva l’opposizione del Regno Unito; esso si ritiene la vittima predestinata della Ttf, che graverebbe per il 60% sulla City e mai accetterà la Ttf com’è oggi.
Certo, Londra, come per il futuro trattato intergovernativo, potrebbe restare fuori dall’ambito della Ttf, ma così calerebbe anche di molto il gettito. La Ttf va dunque disegnata tenendo conto delle obiezioni ragionevoli. Meglio una tassa che rende qualcosa, di un’altra più ricca che non si farà.
Come Avinash Persaud ha scritto (Lavoce.info), il Regno Unito ha già una tassa di bollo dello 0,5% che rende 5 miliardi di sterline, e la City non ne è morta. Tuttavia c’è il rischio che una Ttf proporzionale sui derivati (esenti oggi dal bollo) venga elusa in massa. Essa allora potrebbe essere cambiata, per colpire tutte le operazioni, senza eccezione alcuna, ma per importi minimi e fissi, non proporzionali all’operazione; chi mai andrebbe a Singapore pur di sfuggirle? La Ttf potrebbe restare proporzionale solo per le operazioni in derivati fuori dai mercati regolamentati e prive di controparte centrale di garanzia, in quanto esse aggravano i rischi di contagio in una crisi finanziaria.
I mercati, in Italia e fuori, sono intasati da miriadi di proposte di negoziazione (Pdn), che con sistemi ad altissima velocità mirano spesso, più che a vendere o comprare titoli, a sbirciare le offerte in arrivo sul mercato per profittare della tendenza che segnalano battendo sul tempo chi non ha strumenti informatici iperveloci: il fenomeno ha attratto le cure della Consob, che vuole conoscere i volumi delle Pdn e quelli delle operazioni effettivamente realizzate. Stranamente, né la richiesta della Consob né la risposta sono state rese pubbliche, ma la sproporzione fra Pdn e operazioni realizzate pare enorme; essa ingolfa i sistemi a solo vantaggio dei proventi dell’operatore iperveloce. Se una Ttf ridisegnata diminuisse un po’ questa fuffa, nessuno piangerebbe e forse i mercati tornerebbero a essere il luogo ove le imprese trovano i mezzi per crescere.
Quanto può incassare una Ttf così mutata? Forse 10, forse 5 miliardi, che sono solo un decimo di 50, ma infinite volte più di nulla e anche un segnale: un’era è finita. Il nuovo governo ha chiarito di concordare sulla Ttf e vuol lavorare per una maggiore equità, senza più genuflessioni davanti alla finanza. La Ttf gli dà occasione di attuare il proposito, magari tenendo in partita anche Londra.
Salvatore Bragantini