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 2012  gennaio 12 Giovedì calendario

«VIA DA LONDRA». SCOZIA VERSO IL REFERENDUM — E

se il Regno Unito diventasse molto meno unito, anzi spaccato? Conservatori, liberaldemocratici e laburisti sono terrorizzati dalla sfida che l’indipendentista Alex Salmond ha lanciato.
Da quando ha vinto con lo Scottish National Party, nel maggio 2011, le elezioni in Scozia conquistando la maggioranza dei seggi al Parlamento di Edimburgo e insediandosi come primo ministro ha puntato le sue carte su una promessa: il referendum per andarsene via da Westminster, la secessione legale da Londra.
Credevano forse che non volesse spingere troppo oltre le sue fantasie politiche e costituzionali, che non osasse mettere in discussione l’Atto di Unione del 1707 con il quale Londra legò a sé la Scozia, che si dimostrasse più accomodante. Invece, Alex Salmond, classe 1954, una laurea in Economia all’Università di St. Andrews (la stessa della love story di William a Kate), ha risfoderato in modo provocatorio la croce di Sant’Andrea, la croce bianca su sfondo blu, bandiera della nazione, e ha detto chiaro e tondo che gli scozzesi, nel 2014, saranno chiamati alle urne per decidere se restare legati a Londra o se mollarla al suo destino. La devoluzione conquistata nel 1999, nell’era di Tony Blair, non basta più.
Il leader scozzese, con la sua uscita, ha ribaltato la Camera dei Comuni costringendo David Cameron, Nick Clegg e Ed Miliband, maggioranza e opposizione, a urlare la loro incrollabile fede e determinazione a difendere il Regno Unito. Si sono tolti di bocca le stesse parole per dare addosso a Alex Salmond: «Siamo più forti insieme e più deboli se ci separiamo. Combatteremo con tutte le nostre forze». La questione si gioca sul filo del legalismo. Londra ritiene che Edimburgo non abbia la legittimità di indire il referendum: va bene che si tenga («Rispettiamo la volontà dei separatisti scozzesi che sono maggioranza a Edimburgo», ha ammesso il premier britannico) ma se, quando e con quali modalità lo delibera Westminster e su questo non si discute. «Condizione irragionevole», ha replicato a stretto giro di posta il primo ministro scozzese.
Muro contro muro. Londra non si tira indietro, non intende negare la consultazione, forte del fatto che gli ultimi sondaggi danno gli indipendentisti anti britannici fermi al 38 per cento e gli unionisti ben oltre il 50, con una fascia intermedia di incerti. Pertanto David Cameron, con supporto degli alleati liberaldemocratici e degli avversari laburisti, sostiene che il quesito da proporre agli elettori debba essere semplicissimo, un sì o un no al Regno Unito e che la data possa essere addirittura anticipata al 2013. Alex Salmond, che ha persino inciso un Cd cantando inni separatisti, gioca un’altra partita: con più tempo a disposizione confida di recuperare chi è lì sospeso a mezz’aria, chi è un tiepido unionista, confida così di vincere. Al limite inserendo una terza opzione nella scheda. Non solo un sì o un no a Londra ma anche un pronunciamento su una sostanziosa e forte devoluzione di poteri, con Edimburgo legittimata a legiferare su bilancio, finanze e materie che oggi le sono negate.
Magari Cameron e Salmond si siederanno a un tavolo per dirimere la questione, per vedere qual è la strada legittima da seguire. Ma lo scenario per Downing Street e per Buckingham Palace (i Windsor adorano la Scozia e la loro residenza di Balmoral è quella che amano di più) è da incubo. Se i tentativi di mediazione saltassero accadrebbe questo: Londra si rivolgerebbe alla Corte Suprema per risolvere la questione, Edimburgo marcerebbe per conto proprio indicendo il referendum per la seconda metà del 2014. Per ora Alex Salmond ne è certo: «Abbiamo il diritto di svolgerlo, come e quando decidiamo noi. Westminster non ha alcuna voce in capitolo». I festeggiamenti per i 60 anni di potere di Elisabetta, il giubileo di diamante, sono cominciati. Forse, come la regina non sperava: coi fuochi d’artificio scozzesi.
Fabio Cavalera