Angela Frenda, Corriere della Sera 12/01/2012, 12 gennaio 2012
CODICE ETICO PER LE CARICHE PUBBLICHE DA LONDRA AGLI USA — A
Liam Fox, ex ministro della Difesa britannico, la violazione del codice ministeriale di condotta è costata cara: si è dovuto dimettere. E a ordinare l’ispezione, nell’ottobre 2011, è stato il primo ministro David Cameron. Le motivazioni? «Non è stato all’altezza della normativa».
Accanto al codice etico per i funzionari pubblici, diffuso un po’ in tutt’Europa, in Gran Bretagna esiste un Codice ministeriale per l’esecutivo che, nella sua prima versione, risale al 1992, aggiornato poi da Tony Blair nel 1996/7 e da Gordon Brown nel 1997. Lo stesso codice scagionò Tessa Jowell, ex ministro della Cultura inglese e moglie dell’avvocato David Mills, dall’aver partecipato alle transazioni finanziarie del marito, accusato dai pm milanesi di aver ricevuto 600 mila dollari da Silvio Berlusconi. In Spagna è stato introdotto dall’ex premier Josè Luis Zapatero un Codice del buongoverno, che obbliga politici, ministri e funzionari a rispettare severe norme di comportamento. Mentre in Francia esiste solo un codice etico per i dipendenti pubblici, legato molto al criterio della riservatezza e con clausole stringenti.
Tutta un’altra storia, spiega Nicola Pasini, docente di Sistemi politici o amministrativi alla Statale di Milano, «negli Stati Uniti. Dove con l’amministrazione Carter e dopo lo scandalo Watergate si sviluppò un movimento etico che portò a un codice di regolamentazione per chi riveste incarichi pubblici, gestito dall’American society for PA». C’è da dire che esistono una serie di commissioni etiche che controllano, invece, il comportamento di parlamentari e dei funzionari di governo. Accanto a questo, esistono una serie di regole: da anni, ad esempio, è vietato farsi invitare a pranzi oltre i 50 dollari. Ancora: il blind trust esiste per i funzionari pubblici, ma di riflesso vale anche per i politici. E lo stesso presidente può ricevere regali, ma non può tenerli per se stesso.
E da noi? «Il problema — rileva Lorenzo Sacconi, docente di Politica economica — è che in Italia un codice etico esiste ed è quello redatto dall’allora ministro della Funzione pubblica Sabino Cassese nel 1993, sull’onda di Tangentopoli, e poi rivisto dal suo successore, Franco Bassanini, nel 2000. Era rivolto ai dipendenti pubblici e regolamentava nel dettaglio anche i casi di regali, viaggi, etc. Per Malinconico, dunque, la risposta c’era già. Il problema è che, a differenza dell’America, dove esistono uffici e funzionari preposti ad attuare le regole, in Italia è rimasto un pezzo di carta inanimato e inascoltato». Gli fa eco Emilio D’Orazio, direttore del Centro studi della rivista Politeia: «Il codice Cassese lo si potrebbe estendere anche agli uomini di governo, intesi come civil servant. Il problema è che da noi non è mai stato implementato. Non si sono mai introdotti gli strumenti necessari ad attuarlo. Facendolo divenire, malgrado le intenzioni dell’allora premier Ciampi che lo volle fortemente, un’operazione di facciata». Aggiunge Pasini: «Già Umberto Ambrosoli, dopo il caso Penati a Milano, ha proposto un codice etico per chi governa. E io stesso, assieme al mio collega Luciano Fasano, in un articolo su Politeia, nel 2007, abbiamo redatto un codice etico per funzionari pubblici e per politici. Ma la verità è che se manca una cultura della reputazione e si continua a non insegnare etica pubblica, le nostre carenze sono giustificate da una componente culturale. Se non si risolve quella, ogni proposta è destinata a morire».
Angela Frenda