Isidoro Trovato, Corriere della Sera 12/01/2012, 12 gennaio 2012
«AVVOCATI, OSTACOLI AI PROFESSIONISTI STRANIERI»
Diventa avvocato senza esame di abilitazione. Nel 2010 il Cepu usava questo slogan per convincere i laureati in Giurisprudenza a usare una strada «alternativa» per aggirare l’ostacolo dell’esame di Stato per l’avvocatura in Italia. Allora il Consiglio nazionale forense presentò un esposto all’Antitrust considerando quella di Cepu come pubblicità ingannevole.
Oggi è l’Antitrust a mettere nel mirino gli avvocati aprendo un’istruttoria per verificare se dodici Ordini degli avvocati stiano ostacolando l’esercizio della professione in Italia da parte di colleghi qualificati in un altro Stato dell’Unione Europea. Secondo l’Autorità presieduta da Giovanni Pitruzzella, le prassi seguite dagli Ordini al centro dell’istruttoria (Chieti, Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari) «sarebbero discordanti dai criteri imposti dal diritto comunitario».
Il caso nasce da due segnalazioni, effettuate da un avvocato che aveva conseguito il titolo in Spagna e dall’Associazione Italiana Avvocati Stabiliti, che rappresenta i possessori di titolo di laurea in giurisprudenza e chi ha acquisito l’abilitazione alla professione di avvocato in ambito comunitario. Secondo il decreto legge 96/2001 la professione può essere esercitata dai cittadini degli Stati membri in possesso di un titolo corrispondente, conseguito nel paese di origine. Quindi il professionista che vuole esercitare in Italia deve iscriversi alla sezione speciale (quella degli avvocati abilitati) in modo da lavorare sia pur con alcune limitazioni. Successivamente, dopo tre anni di esercizio regolare ed effettivo nel paese ospitante, l’avvocato può iscriversi all’albo degli avvocati ed esercitare la professione senza alcuna limitazione. Adesso l’Antitrust vuol capire se questi avvocati sono stati «discriminati» dagli Ordini sotto osservazione ostacolando la concorrenza tra professionisti comunitari.
«Se qualcuno ha deciso di distruggere la professione di avvocato in Italia, ha imboccato la strada giusta — dice con rabbia, Paolo Giuggioli, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano — addirittura siamo al paradosso: sotto inchiesta ci siamo finiti noi che cercavamo solo di accertare che persone che avevano aggirato il sistema italiano avessero realmente effettuato un tirocinio e un’esperienza qualificante in Spagna».
Il sospetto però è che gli Ordini «inquisiti» abbiano attuato procedure restrittive finalizzate a escludere dal mercato professionisti abilitati nel resto dell’Unione. Insomma l’accusa è sempre la stessa: corporativismo per rallentare la concorrenza. «Io mi chiedo in che paese vivano queste persone — sbotta Giuggioli —. A Milano esercitano 19.500 avvocati, a Napoli hanno svolto l’esame di Stato 5.960 laureati in giurisprudenza e almeno la metà di loro diventerà avvocato. E ancora si parla di mancata concorrenza? Ma lo sanno che in media gli avvocati italiani guadagnano 38 mila euro lordi l’anno? E dovremmo pure avallare la concorrenza sleale di chi va all’estero per aggirare le regole? È bene però ricordare che la categoria degli avvocati, come quella dei medici, non può essere soppressa. La si può umiliare e penalizzare con scelte assurde come quella che apre alla possibilità di creare spa professionali in cui la maggioranza stia in mano a gente non iscritta all’albo. Ma non ci elimineranno. E allora forse sarebbe più produttivo per tutti che Monti e Catricalà dialoghino anche con noi di riforme e di futuro».
Isidoro Trovato