Nicola Lombardozzi, la Repubblica 12/1/2012, 12 gennaio 2012
QUEL CARCERE DOVE IL REGIME CANCELLA LA TYMOSHENKO
Yiulia sorride dietro alle sbarre, ma è solo una vecchia foto che qualcuno ha incollato al cancello della prigione. Nessuno sa di preciso dove sia rinchiusa la treccia bionda più famosa di Ucraina in questa assurda piazzetta di periferia, intasata da operai in tuta gialla, guardie armate di kalashnikov, militanti infreddoliti e giardinieri del comune. Ogni volta che il portone si apre, tutti guardano dentro al cortile, oltre i cespugli, dove un pastore tedesco spelacchiato cerca qualcosa nell´erba. L´ultima soffiata attendibile dice che l´ex premier Yiulia Tymoshenko, simbolo della Rivoluzione arancione, stia proprio lì, in quel capannone di mattoni bianchi. Lo ha giurato sottovoce una donna che l´altro ieri ha finito di scontare una pena per furto. È solo Radio Carcere ma resta la sola fonte di informazione praticabile in un Paese dove la storia di Yiulia la Tigre è scomparsa da giornali e tv, seppellita dall´eterna questione del prezzo del gas e dai preparativi per gli Europei di calcio di giugno. Anche le sue condizioni di salute restano affidate al passaparola da strada e a brevi, irridenti, comunicati ufficiali.
I seguaci di Yiulia temono il peggio. Raccontano del misterioso svenimento «di oltre due ore» avvenuto la notte del Natale ortodosso dopo una misteriosa somministrazione di farmaci. Temono un lento avvelenamento, sollevano dubbi sulla misteriosa detenuta che dorme in cella con lei ma che nessuno sa chi sia in realtà. La direzione del penitenziario liquida tutto come fantasie e parla di un malessere «provocato da una doccia troppo calda». Ma tutto resta vago e imprecisato come del resto tutto il processo cominciato con un´accusa inconsistente (avrebbe favorito la Russia nel contrattare le forniture del gas) e finito con una condanna a sette anni di carcere che la tagliano fuori dalla scena politica.
Perfino qui a Kharkiv, antica città industriale dell´Ucraina occidentale, rimessa a lucido a spese degli oligarchi vicini al presidente Yanukovich, tutto si svolge in un´atmosfera ovattata e quasi nascosta, ignorata da chi vive anche a poche centinaia di metri di distanza. Via dei Castagni, dove sorge la colonia penale femminile Kachanivska è un lungo serpentone disabitato fatto di buche, fango, e spazzatura. Scorre parallelo, e invisibile, a fianco del grande viale Gagarin che porta all´aeroporto finito appena in tempo per accogliere i tifosi di Olanda e Germania che qui disputeranno il loro girone eliminatorio. Impossibile per i tanto attesi turisti occasionali, avventurarsi in questo scenario che sembra uscito da un vecchio documentario sull´Unione Sovietica, tra aggrovigliate condutture del gas e gloriosi capannoni industriali divorati dalla ruggine. La donna più odiata e temuta dal governo in carica, è stata trasportata qui dal carcere di Kiev la notte del 30 dicembre. Senza preavviso e senza spiegazioni. Di certo c´è solo che la sua cella ha le stesse condizioni della precedente: telecamere puntate anche sui momenti più intimi, luce accesa giorno e notte. La figlia Evgenja e l´avvocato, gli unici ammessi ad una visita settimanale, possono vederla solo in una stanza riservata agli incontri dove si presenta accompagnata a spalla dalla sua misteriosa coinquilina di prigione e dove è costretta a restare sdraiata sul letto. Ha i capelli lunghi e sciolti. Tra i tanti divieti c´è quello più offensivo e meno giustificabile dal punto di vista della sicurezza carceraria: il divieto di farsi la treccia.
Vietato ai suoi compagni di partito, che resta comunque il secondo del Paese, incontrarla, inviare dei messaggi, perfino organizzare un sit-in davanti alle mura del carcere. Prima della polizia, ci ha pensato il sindaco che ha inviato squadre di giardinieri a potare sempre gli stessi alberi e di operai a riempire sempre la stessa buca. Giusto per invadere con uomini, camion e trattori i pochi spazi accessibili. Davanti al cancello si alternano volontari e fedelissimi che arrivano un po´ da tutto il Paese. Sono pochi, e hanno l´aria sconfitta. I poliziotti li conoscono uno per uno. Sono gli stessi che hanno seguito Yiulia al processo, che hanno allestito una tendopoli davanti al tribunale di Kiev e che ora implorano i rari giornalisti di «non dimenticare Yiulia Tymoshenko». C´è Vera, cinquantenne imprenditrice di Leopoli che mostra ai passanti le foto del processo e dice: «Questa è dittatura, fermiamoli o faremo tutti questa fine». C´è l´anziano pensionato Aleksandr che arriva dalla capitale e ripete con un nodo alla gola: «La stanno torturando, la vogliono morta».
«Siamo soli davanti a un´azione politica criminale», ammette sconsolata Irina Efremova, deputata locale del partito Batkvscina (Patria) fondato, e teoricamente ancora diretto, dalla Tymoshenko. È una corpulenta quarantenne che sa di politica e capisce quanto sia importante il morale dei militanti. Lancia una cortina fumogena di segnali di ottimismo: «Il popolo è con noi», «Yiulia è destinata a diventare il presidente dell´Ucraina», «gli Usa e l´Europa ci aiuteranno, quando la rabbia della gente esploderà». Ma sa bene che la situazione dei democratici ucraini non è mai stata così difficile: «Ci stanno schiacciando lentamente, l´Occidente dovrebbe sbrigarsi a fare qualcosa».
Toni drammatici che si stemperano nella linea formale e reticente delle autorità. Inutile bussare al cancello di Kachanivska per chiedere di parlare con un dirigente, di sapere qualcosa in più sulle condizioni della detenuta eccellente. L´ufficiale di turno ha la faccia da bambino e il colbacco troppo grande. Parla a scatti come una segreteria telefonica: «Purtroppo non siamo in grado di esaudire questa vostra richiesta. Grazie. Ci dispiace». E il cancello si richiude.