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 2012  gennaio 09 Lunedì calendario

Da Avetrana a Torpignattara: il cellulare meglio di Maigret - Un cellulare che squilla insi­stente nel bagagliaio: così una suo­neria sabato scorso ha fatto recu­perare il corpo di Pietro Tevere, l’uomo sparito nel nulla e poi tro­vato cadavere all’imbocco dell’au­tostrada Milano­ Torino

Da Avetrana a Torpignattara: il cellulare meglio di Maigret - Un cellulare che squilla insi­stente nel bagagliaio: così una suo­neria sabato scorso ha fatto recu­perare il corpo di Pietro Tevere, l’uomo sparito nel nulla e poi tro­vato cadavere all’imbocco dell’au­tostrada Milano­ Torino. Il suo te­lefono aveva lasciato una traccia precisa: si era agganciato a una cel­la e proprio lì vicino la moglie ha composto il numero del coniuge. Il suono familiare l’ha guidata al bagagliaio dell’auto dove ha sco­perto il corpo senza vita del mari­to. Nello stesso giorno la borsa con 10mila euro sottratta a una coppia cinese durante una rapina culminata con l’uccisione di Zhou Zheng, e di sua figlia Joy, è stata ritrovata grazie al telefonino lasciato al suo interno. Il cellulare è sempre con noi, ci insegue ovun­que andiamo, e racconta a tutti la nostra storia. Anche agli inquiren­ti che indagano su un omicidio. «Dal caso Meredith al quello di Melania Rea, da Yara Gambirasio a Garlasco, nei delitti più dramma­tici degli ultimi anni c’è sempre stato un cellulare di mezzo- spie­ga il criminologo Francesco Bru­no - . Tanto che il criminale che vuol compiere il delitto perfetto per prima cosa si sbarazza del tele­fono. Tenerlo è come avere un po­­liziotto nel taschino». Lo sapeva bene Totò Riina che affidava le co­municazione con l’esterno ai fa­mosi pizzini, ma non tutti sono sta­ti accorti quanto lui: sfuggire al grande fratello della telefonia mo­bile non è uno scherzo. Lo sa bene Salvatore Parolisi: la sua colpevolezza è ancora tutta da dimostrare, ma per l’omicidio di Melania Rea una delle prove dell’accusa è proprio un cellula­re, quello «segreto» con cui il capo­rale del 235˚ Reggimento «Pice­no » manteneva le comunicazioni con l’amante. A destar sospetti il fatto che Parolisi lo abbia gettato via in un campo sportivo. «Il poliziotto da taschino» in re­altà può rivelarsi anche un prezio­so alleato del criminale nel depi­staggio delle indagini: allora ecco i cellulari che spariscono nel nul­la, o quelli che spuntano fuori mi­racolosamente e quando meno te lo aspetti. Quello di Sarah Scazzi, ad esempio fu ritrovato dallo zio Michele e proprio la sua segnala­zione insospettì a tal punto gli in­quirenti da far pensare a un tenta­tivo di confondere le acque. Che i mezzi comunicazione se­minino tracce lo aveva già capito Leonarda Cianciulli 70 anni fa. A saperle usare possono depistare alla grande: nel 1939 iniziò ad atti­rare donne in casa sua a Correggio per ucciderle e saponificarle con la soda caustica. Ma ogni volta ave­va l’accortezza di far firmare loro delle cartoline che venivano spe­dite dopo la loro scomparsa: i pa­renti e gli amici stavano tranquilli e lei poteva agire indisturbata. Chissà quale stratagemma diabo­lico si sarebbe inventata la Cian­ciulli con un cellulare in mano. Ma c’è anche chi dopo un delit­to, non tenta nemmeno il depi­staggio: a Vignola in provincia di Modena un 35enne brasiliano lo scorso maggio ha ucciso con undi­ci coltellate una badante polacca. Poi non ha resistito all’impulso di raccogliere il cellulare della vitti­ma e di usarlo offrendo in questo modo ai carabinieri la possibilità di inchiodarlo. «Casi di questo tipo oggi sono sempre più rari - spiega Bruno ­perché tutti sanno che il cellulare è uno strumento di controllo. Ep­pure qualcuno non riesce a rinun­ciare ». In parte perché, spiega il criminologo «chi commette un re­ato spesso inconsciamente vuole essere scoperto». E poi anche per­ché della co­municazione telefoni­ca è difficile capire le implicazioni pubbliche: «Vale soprattutto per internet, ma anche per il telefono è vero: parlare attraverso la cornet­ta ti fa sentire più libero e ti spinge a comunicare in maniera più di­sinvolta ». E magari a commettere quei passi falsi che sono tanto utili agli inquirenti. Sembrerà paradossale, ma que­sta protesi chiamata telefono che ci segue ovunque e sa tutto di noi, riesce ad alimentare ancora l’illu­sione dell’anonimato. E per molti portare a casa il cellulare della vit­ti­ma o fare telefonate compromet­tenti è una tentazione a cui è diffi­cile resistere: è come impadronir­si di un pezzo della sua vita. Ucci­derla un’altra volta.