Stefano Righi, CorrierEconomia 09/01/2012, 9 gennaio 2012
MPS. QUELLE LITI IN FONDAZIONE COMPLICANO L’ESORDIO DI VIOLA
Tra i film in programmazione a Siena il più visto e discusso è la riproposta di un classico della cinematografia italiana: Don Camillo e l’onorevole Peppone. Succede infatti che attorno all’istituzione più importante della città, il Monte dei Paschi, la banca più antica del mondo, si stia combattendo una battaglia di posizione tra il presidente della Fondazione, Gabriello Mancini e il sindaco della città, Franco Ceccuzzi. Entrambi sono espressione del Partito democratico: Ceccuzzi ne rappresenta l’anima rossa, quella che un tempo si riconosceva nel Partito comunista, mentre Mancini affonda le proprie radici nella Democrazia cristiana. Sembra una storia d’altri tempi, con sigle da prima repubblica e grande partecipazione popolare. Ma dietro al folclore si stanno giocando i destini della terza banca italiana, che naviga di suo in cattive acque e che non ricava certo serenità dalla netta contrapposizione dialettica in seno al suo primo azionista.
Curve pericolose
Banca Mps è stata una delle istituzioni finanziarie maggiormente bersagliate dagli ultimi quattro anni di crisi. Ne sta uscendo a fatica, con un recente aumento di capitale da 2,15 miliardi di euro, il titolo ridotto in Borsa a valere meno di 23 centesimi di euro e un cambio di guida che si concretizzerà giovedì prossimo, 12 gennaio, quando al posto di Antonio Vigni verrà nominato direttore generale Fabrizio Viola, che in primavera diventerà amministratore delegato del gruppo. Il Monte vive una delle stagioni più pesanti della sua secolare storia sociale. L’acquisizione di Banca Antonveneta alla vigilia della crisi internazionale ha condizionato il cammino del gruppo negli ultimi esercizi e ora che la banca padovana è stata portata a redditività da Giuseppe Menzi, si assommano sul gruppo le tensioni legate agli investimenti nel debito sovrano italiano e alle lunari richieste dell’Eba, l’Autorità bancaria europea, che nel caso specifico chiede a Siena altri 3,267 miliardi di euro di capitale.
Appuntamento a Roma
La partita del capitale si giocherà la prossima settimana, quando, il 20 gennaio Banca d’Italia riceverà le proposte che i vari istituti avranno varato per rispondere alle esigenze di solidità imposte dalla neonata autorità continentale. Siena, come altre, si è già mossa su questo piano, convertendo 300 milioni di strumenti Fresh (Floating rate equity-linked subordinated hybrid preferred securities), in modo da portare la richiesta sotto quota 3 miliardi. Ma molto su questo fronte deve ancora essere delineato, da altre operazioni simili, alla valutazione di alcune poste di bilancio, fino alla cessione di società o di quote. Il piano, delineato e avviato da Vigni, sarà presentato da Viola, che poi dovrà, alla luce delle decisioni delle autorità di vigilanza, tratteggiare un altro piano industriale capace di governare la banca nei prossimi mesi.
In un simile, delicatissimo, momento va in scena la riedizione di Don Camillo e Peppone. Perché Don Camillo-Mancini rifiuta nettamente il ruolo di guastatore della patria senese. Io, dice Mancini, ho fatto quello che tutta la città mi ha chiesto: ho lavorato per mantenere l’indipendenza della banca, di cui la Fondazione Mps è prima azionista. Peccato che per far questo la Fondazione abbia dovuto ricorrere al prestito bancario. In occasione dell’ultimo aumento, ben 600 milioni chiesti soprattutto a Unicredit e a Intesa per mantenere la maggioranza in banca.
In programmazione
Recentemente però si è scoperto che i debiti della Fondazione sono quasi raddoppiati e superano il miliardo di euro. Un’enormità. Per questo e sulla scorta dell’esempio della banca, il sindaco di Siena che parla con la voce del primo «azionista» della Fondazione, ha chiesto un atto di discontinuità anche nella gestione della Fondazione Mps. Insomma, Peppone-Ceccuzzi ha chiesto a Don Camillo-Mancini di andarsene, per il bene comune. Ma ne ha ricavato un sonoro diniego: perché dimettersi con 18 mesi di anticipo, dice in buona sostanza Mancini, se ho interpretato la volontà della città nel mantenere il controllo della banca? Non si tratta solo di banale occupazione di poltrone pregiate. Nella posizione di Mancini c’è di più, c’è la rivendicazione di un ruolo e di una funzione. Ed è proprio per questo che dall’altra parte si evidenzia come la situazione sia drammatica e che se il debito per l’ultimo aumento sia giustificabile, non lo è per la parte eccedente. Gli investimenti in Mediobanca, nel fondo F2i e in Sator pesano sulla gestione Mancini e a Siena recentemente si è vissuto un momento in cui tutto sembrava volgere al peggio.
Al dunque
Il gran finale, con l’immancabile avvicinamento di Peppone e Don Camillo nella piazza di Brescello-Siena è ancora tutto da scrivere. La banca ha voltato pagina. Fuori Vigni, dentro Viola. Giuseppe Mussari, anche presidente dell’Abi, non si candiderà (dice) al terzo mandato al vertice di Banca Mps, che rinnoverà i vertici in primavera, su indicazione della Fondazione, sua prima azionista. Anche per questo il sindaco Ceccuzzi vuole discontinuità in Fondazione, fin da subito. Ma non trova ascolto. E così i vertici della banca hanno un grattacapo in più.
Stefano Righi