Goffredo Buccini, Corriere della Sera 09/01/2012, 9 gennaio 2012
REFERENDUM E MONETA. FILETTINO HA UN PRINCIPE —
Posso chiamarla maestà? «Guardi, non mi fa ridere, è una cosa seria. Stiamo per chiedere il riconoscimento anche alla Chiesa cattolica». Non ha tutti i torti Carlo Taormina, principe reggente del Principato di Filettino, che giuridicamente esiste quanto Paperopoli, Fantasia o Gotham City eppure ha attirato per giorni tra i suoi vicoli accidentati troupe giapponesi e canadesi. Perché, parafrasando Flaiano, la faccenda potrebbe essere addirittura drammatica: e tuttavia, messa com’è, non sembra seria.
Un borgo di cinquecento anime appeso tra i monti della Ciociaria e ai bordi del Ventunesimo secolo — senza scuole medie, con un’incerta assistenza medica e il 90 per cento di disoccupazione — decide di sfuggire al Nulla che ormai ingoia giorno dopo giorno circa duemila piccoli Comuni italiani; e lo fa con una capriola d’immaginazione degna di Monicelli: ergendosi a Principato (il modello dichiarato sarebbe San Marino, con casinò e porto franco) e affidando la reggenza (fino all’elezione del vero principe) al gran maestro delle polemiche senza rete e del berlusconismo prêt-à-porter.
Ci crede o mostra di crederci l’inossidabile avvocato Taormina, sempre sguazzando fra trame vecchie e nuove, dal suo «libro-verità» sulla morte del povero Calipari «che nessuno vuole pubblicare» a un’autodifesa sul teatrino di Telekom Serbia, di cui si disse puparo: «Allora mi presi tutte le responsabilità per alleggerire la pressione su Berlusconi, ma ero innocente». Chiamato dal sindaco di Filettino, Luca Sellari, per dare una veste costituzionale a quella che sembra una goliardata, il nostro aveva dunque un po’ di tempo da spendere: «Questa cosa era incominciata per reazione al decreto che aboliva i Comuni sotto i mille abitanti. Ma è andata avanti. Adesso abbiamo fatto un referendum, abbiamo una Costituzione e trenta parlamentari. Io intanto sono il reggente, senza termine: poi... vedremo». Taormina ha l’aria d’un Machiavelli che ha scelto infine il proprio principe guardandosi allo specchio. Quassù lo chiamano il sovrano e un gioielliere di Fiuggi sta preparandogli un delicato ciondolo in oro massiccio con le insegne del principato. Dal tele-salotto di Vespa al trono? «Un po’ sì, ci si vede nel ruolo anche dopo la reggenza», ammette Sellari, ex camerata storaciano, che s’è inventato questa giostra quassù, a mille metri e passa, dove l’aria leggera fa sembrare i miraggi a portata di mano. È esperto di marketing. «Ma non fraintenda. Questo può diventare davvero un principato: di bellezza». Pare che altri Comuni si facciano avanti. E Taormina assicura anche che cinesi e giapponesi stiano per riconoscere il Principato («abbiamo i contatti»). Vista da piazza Tavani Arquati, cuore del borgo, la faccenda pare in effetti un po’ diversa.
Al referendum per il Principato, 711 sì, un no, tre nulle (una delle nulle è proprio del principe che, assediato da fotografi e telecamere, s’è impappinato e ha imbucato la scheda senza scrivere sì), hanno votato quelli delle seconde case, una bella pattuglia di amici degli amici e poco più d’un centinaio di residenti, dicono i filettinesi malmostosi. L’elenco dei trenta parlamentari, eletti da un listone unico di quaranta, pare più che altro un verbale di condominio: ci sono perfino il segretario del sindaco e il gioielliere che sta progettando il ciondolo regale per Taormina. E il fiorito, la moneta inventata da Sellari che, sobriamente, ci si è effigiato come Verdi o Leonardo, segue in piazza un «corso legale» che racconta molto di Filettino e forse delle debolezze di tutti noi. Al bar Casina della Neve, con una banconota da dieci fioriti (se i sogni fossero realtà varrebbe venti euro) il padrone Paolo Cerrocchi ti offre la migliore bottiglia d’amaro e una battuta che l’addolcisce: «Sono il premier. Nel senso del primo: 53 voti ho pigliato al parlamento!». Tutti amici di Sellari e Taormina, qua dentro. Marco Lenci, dirigente di banca e memoria storica del paese, dice che questa «è un’utile provocazione: gli ultimi investimenti li fece Silverio Benassi, sindaco e nonno di mia moglie... i nazisti lo deportarono all’Aquila». Dall’altro lato della piazza, al bar Risorgimento, tiri fuori i soliti dieci fioriti, ordini un caffè e Franco, il padrone, quasi ti salta addosso: «Valli a rida’ a chi te l’ha mollati! Nun pijamo robbaccia». Qui stanno tutti con Chiara Catena, figlia dell’ex sindaco, battuta alle elezioni da Sellari. Bevono campari con facce carbonare, e si coccolano antologie di aneddoti contro il nuovo sindaco: «Non gli frega niente di Filettino», «ci usa per farsi eleggere alla Provincia», «ha incoronato il principe degli esauriti dopo il consiglio comunale»... un fior da fiore animato persino da un Pasquino filettinese su Facebook. Tra i bar in guerra, la grande griglia all’aperto dove durante le feste la gente del paese cuoce la bistecca e beve un goccetto, è anche una trincea. «Manco un pezzo di bruschetta insieme ci arrostiscono, qui». Attendendo il principe che li salvi, litigano sul pianerottolo. «C’era un tempo che se tiravi una moneta per aria non cascava per terra per quanti eravamo!», sospira Gino. Adesso i ragazzi scappano. Ci sarebbe l’acqua migliore di queste montagne, ci sarebbero i campi da sci. Ma l’acquedotto non rende nulla ai filettinesi, e l’ultima seggiovia è costata due milioni ma nessuno ha pensato a portarci l’energia elettrica. Pietropaolo Gianfelice, uno dei dottori della guardia medica che faticosamente il paese ha ottenuto a novembre, s’è fatto parlamentare pure lui, ma va al sodo: «Regione e Provincia ci hanno abbandonato. Vediamo se col Principato arriva qualche soldo. Non penso a incoronare Taormina, ma a curare i miei malati. Prima, se ti sentivi male quassù eri spacciato». Ogni tornante una speranza, ogni tornante una delusione: se non cittadini, almeno sudditi.
Goffredo Buccini