Giusi Fasano, Corriere della Sera 09/01/2012, 9 gennaio 2012
I TIMORI DI SABRINA IN AULA: «ORA RISCHIO L’ERGASTOLO» —
La scena sarebbe tutta sua, se volesse. Come nell’estate di due anni fa. Lei da una parte e una selva di microfoni, telecamere e macchine fotografiche dall’altra. Ma la Sabrina Misseri di oggi, 24 anni il prossimo 10 febbraio, non è più la stessa. Niente riflettori, ha deciso a sorpresa. «Non farò la tigre in gabbia, quelli se lo possono scordare», annuncia. E per «quelli» intende i tantissimi cineoperatori e fotografi già da oggi a Taranto per cogliere una sua espressione, uno sguardo che valga più di tante parole.
«Non mi presto a nessuna curiosità morbosa, non voglio fotografie e non voglio essere ripresa» si raccomanda lei con Nicola Marseglia, l’avvocato che la difende assieme al professor Franco Coppi. E sempre che entro domani non cambi idea, a Marseglia Sabrina ha chiesto (testuale) di battersi «come un leone» per evitare che anche una sola immagine esca dall’Aula Alessandrini di Taranto dove, domattina appunto, si aprirà il processo per il delitto di Sarah Scazzi, sua cugina.
Aveva 15 anni, Sarah. È stata uccisa ad Avetrana il 26 agosto del 2010, il suo cadavere è stato ripescato dal fondo di un pozzo 42 giorni dopo, nella notte fra il 6 e il 7 ottobre. «L’hanno sequestrata e ammazzata Sabrina e sua madre Cosima», sostiene la Procura, «e poi hanno chiesto aiuto al capofamiglia Michele Misseri per disfarsi del corpo». Movente: la gelosia per Ivano, ragazzo che Sabrina amava e del quale si era invaghita anche Sarah.
Ora madre e figlia sono in carcere a Taranto, nella stessa cella. Giurano innocenza e accusano Michele che nel frattempo è stato scarcerato e scagionato dall’accusa iniziale di omicidio e che però ripete da mesi come un disco rotto la sua primissima versione (poi cambiata mille volte): «Sono stato io, ho fatto tutto da solo. Ho detto bugie ma per colpa degli altri. L’assassino sono io che sono libero, non loro che sono in prigione». Da domani al suo avvocato, Armando Amendolito, toccherà difenderlo da se stesso più che dall’accusa di soppressone di cadavere.
Scrive lettere, Michele. In questi ultimi giorni ne ha spedite due a sua moglie e una a sua figlia. («Scrivo a Sabrina ma non ho risposte e mi fa rabbia», dice). «Finalmente in queste lettere parla del perché mi ha tirato in ballo», commenta sua figlia con l’avvocato, «ma so già che questo non cambierà le cose…». Non che sia rassegnata, sia chiaro: «Combatterò fino alla fine perché non sono un’assassina, non mi arrenderò mai. Sarah era una sorella per me». Ma finora dal Palazzo di giustizia di Taranto Sabrina ha incassato soltanto rifiuti: no, sempre no a una miriade di ricorsi, istanze e controricorsi, anche quando la Cassazione le aveva fatto sperare in un risultato diverso. Per questo adesso è lei stessa a mettere in conto anche l’ipotesi peggiore: «Lo so che diranno cose orribili di me, e magari mi condanneranno all’ergastolo…» si è lasciata sfuggire nell’ultimo colloquio in carcere con il legale. «Ma io sono innocente e non ho intenzione di mollare».
Fra accusa e difesa, se saranno ammessi tutti, sfileranno davanti alla Corte più o meno trecento testimoni. «Voglio guadarli negli occhi ad uno ad uno quando racconteranno bugie» promette Sabrina. «Voglio prendere nota di ogni dettaglio, voglio fare l’elenco di tutte le assurdità di questa storia».
In cella accanto a sua madre Cosima — «determinata almeno quanto lei a dimostrare la propria innocenza», come dice il suo legale Franco De Jaco — Sabrina passa il tempo a studiarsi le carte del processo, da un mese non esce dalla cella nemmeno per l’ora d’aria. «Mi porterebbe un codice penale al prossimo colloquio?» ha chiesto all’avvocato Marseglia.
Forse potrà averlo fra le mani già domattina, sfogliarlo davanti a suo padre, alla madre di Sarah, e agli altri imputati di questo processo: nove, lei compresa, e soltanto cinque avrebbero a che fare con l’omicidio o il pozzo che ha nascosto Sarah al mondo per 42 giorni. Cioè Cosima, Sabrina, Michele, suo fratello Carmine e suo nipote Cosimo.
Il contadino di Avetrana — è la ricostruzione delle indagini — avrebbe chiesto una mano a Cosimo e a Carmine per spostare il masso che copriva quel pozzo e infilare il corpo della ragazzina nella bocca stretta di quella «tomba» segreta e piena d’acqua. Gli altri quattro imputati sono accusati di reati minori. Figure di secondo piano in un dramma che come nessun altro è stato sempre in primo, primissimo piano.
Giusi Fasano