Gianni Toniolo, Domenica-Il Sole 24 Ore 8/1/2012, 8 gennaio 2012
NUMERI PER USCIRE DAI LUOGHI COMUNI
Sono spesso stupito dalla quantità di informazioni immagazzinata nel cervello dei miei studenti. La rete non ha solo reso più facile il procurarsi ogni sorta di dato, di cronaca, di commento ma indirizza anche autonomamente verso di noi le informazioni più svariate, anche quelle marginali ai nostri principali interessi. Siamo l’oggetto passivo di un enorme flusso di notizie. Chi è cresciuto in questo ambiente le immagazzina più rapidamente di chi appartiene a generazioni costrette alla selettività dal maggiore sforzo una volta necessario a procurarsi l’informazione. Mi chiedo però spesso, senza avere una risposta definitiva, quale uso i miei studenti facciano della massa di dati e fatti che acquisiscono. Keynes diceva che sono necessari sia il «Financial Times» (le notizie, i fatti) sia la teoria per interpretarli. Altrimenti i fatti restano, nella migliore delle ipotesi, muti. Nella peggiore, la nuda informazione sui fatti può creare un "senso comune" che costruisce miti più o meno dannosi piuttosto che avvicinare alla comprensione della realtà.
Non so se Dalla Zuanna e Weber, un demografo e un economista, siano partiti da considerazioni simili alle mie ma il Saggio Tascabile Laterza scritto a quattro mani cerca di inquadrare, in modo semplice ma rigoroso, le percezioni più o meno corrette di fenomeni di grande rilievo sociale e politico, largamente diffuse non solo sulla stampa ma nelle informazioni che corrono su blog, Twitter, Facebook. Otto brevi capitoli offrono le coordinate per leggere i numeri con i quali siamo bombardati su famiglia, sesso, fertilità, invecchiamento, pensioni, casa, immigrazione, esplosione demografica.
Ecco esempi di "miti" sfatati spiegando in modo piano ma rigoroso statistiche e inchieste demoscopiche: «I bamboccioni italiani vivono con i genitori non, come si pensa, per sfuggire alla povertà ma per vivere appieno in condizioni di agiatezza» (pag. 19); contrariamente all’opinione diffusa, la famiglia italiana non si sta sfaldando; gli italiani fanno pochi figli non per basso reddito o carenza di servizi ma perché per i figli «le coppie italiane vogliono il "massimo" e quindi non accettano servizi di basso livello o situazioni abitative inadeguate» (pag. 50); «l’idea sbagliata che le immigrazioni frenino la modernità e lo sviluppo trae origine dall’insicurezza che i grandi cambiamenti sempre generano» (pag. 116). Anche chi, come me, ha una familiarità con le statistiche forse un po’ superiore alla media ha visto distrutto, in queste pagine, uno dei suoi "miti". Contrariamente a quanto sinora pensavo, sulla base di osservazioni personali prive di sistematicità, Dalla Zuanna e Weber mi hanno convinto che l’andare in pensione non genera depressione. Sono i depressi dal lavoro quelli che traggono maggior vantaggio dall’uscita verso la pensione che spesso allenta la depressione, soprattutto in chi riesce a mantenersi attivo con nuove occupazioni e interessi. Uno dei principali messaggi del volumetto è proprio l’invito a diffidare delle percezioni della realtà tratte dalla personale osservazione o da informazioni acriticamente assunte dai media vecchi e nuovi.
Oltre a sfatare o ridimensionare alcuni "miti", Dalla Zuanna e Weber fanno un lavoro forse più utile e profondo. Conducono il lettore per mano a capire come devono essere letti alcuni dati, alcune analisi demoscopiche. L’esempio più illuminante viene dal secondo capitolo il cui allusivo titolo in inglese (Italians do it better) introduce alle indagini sul comportamento sessuale. Con molta chiarezza gli autori spiegano perché dobbiamo stare in guardia da risultati gridati (per esempio quelli circa la sempre minore età del primo rapporto). Il lettore è condotto, in modo piano e diretto, attraverso la differenza tra media e mediana e l’impatto dell’una o dell’altra sui risultati, oppure a comprendere come sia facile ottenere risultati desiderati cambiando, anche in modo lieve, la formulazione delle domande poste agli intervistati. È un volumetto agile, facile, scritto in modo gradevole. Si raccomanda al grande pubblico. Si raccomanda, forse ancora prima, a quelli di noi che scrivono sui giornali, cartacei o immateriali. A volte, in perfetta buona fede, chi dà senso e diffusione alle notizie è il primo a cadere vittima di miti, che a propria volta diffonde per la scarsa attenzione prestata alla fonte, al modo con cui l’inchiesta è stata costruita, alla numerosità del campione, alla varianza (in senso statistico) dei risultati o, appunto, alla differenza tra media e mediana. È un libro, insomma, che oltre a informare, mette in guardia sull’uso inadeguato o scorretto che facilmente facciamo delle informazioni con cui siamo bombardati.