Umberto Eco, Tullio De Mauro, Domenica-Il Sole 24 Ore 8/1/2012, 8 gennaio 2012
ANONIMI PROVERBI STRUTTURALISTI
Tullio De Mauro e Umberto Eco sono «i due noti studiosi di linguistica e di semiologia» che nel 1972, sulla rivista «il Caffè», pubblicavano i «Novantanove proverbi strutturalisti» firmandosi, in onore a Ferdinand de Saussure, Anonimo ginevrino. Li riproponiamo qui in buon numero (grazie alla gentile concessione di Anna Vicari), per la prima volta da allora, per il divertimento dei lettori della Domenica, ricordando che l’Anonimo confidava nel fatto che questi proverbi venissero «adottati nelle scuole come mezzo pratico di memorizzazione e riassunto di più nutrite esperienze teoriche. Essi sono particolarmente consigliabili ad alunni delle scuole materne, ispettori della pubblica istruzione, crociani della Riserva, elzeviristi, attori di cabaret, rettori magnifici, dirigenti di programmi culturali della tv, compilatori di lunari». L’intento pedagogico, benché ironico, dovrebbe apparire con il massimo della chiarezza.
Chi Lacan l’aspetti.
Can che abbaia non Sebeok.
Meglio Wittgenstein all’uscio che De Mauro alla porta.
La struttura assente ha sempre torto.
Il Propp stroppia.
Far di ogni tratto distintivo un fascio.
Meglio un paradigma oggi che un sintagma domani.
Chi va al computer s’informa.
Chi semina semi raccoglie sememi.
Chi struttura la vince.
Assenza, se ci sei barth due colpi.
Chi mette il proverbio nel computer non trova semi.
Senza Pottier, il pouf non c’è.
Proverbio cinese non teme Cirese.
Chi fa Dumezil fa per tre.
Il diavolo fa i lessici ma non i contesti.
Asse semantico non fa altalena.
Chi trasforma la sentenza - fa grammatica e non scienza.
Tra moglie e marito non mettere il mito.
Atomo parentale non vuole neutroni.
Storicista in dubbio, struttura aperta.
Due braccia di Croce non fanno una struttura.
Modello di cultura non lo cuce il Sartre.
Stadio dello specchio, fallo nel secchio.
Derrida bene chi scrive ultimo.
Lingua in bocca, parola inutile.
Chi manda la moglie come messaggio la firmi in calce.
Aiutati che Greimas ti trova l’adiuvante.
La lingua batte dove il senso duole.
Per un tratto Martinet perse il fonema.
Morfema, vita mea.
Chi non ha segni ha sogni
(a Cesare Brandi).
Chi bene articola doppio diventa.
Chi non Cratilo non critica.
Il diavolo fa gli ossimori ma non le metafore.
Chi mangia anafora caca epifora.
Chi Propp vuole, nulla string.
Il paradigma proprone, ma il sintagma dispone.
L’ermeneuta troppo furbo perdette il binario.
Tema maggio, il pensiero selvaggio.
Il Phallus non vive di solo pene.
Un Cirese tira l’altro come i cavoli a Maranda.
Il discorso dell’arcivescovo ha l’arcifonema.
Denotatum reale, fregatura in vista.
Chi non Praga, Frege.
Vedi Peirce e poi Morris.
Ama la prossemica come te stesso.
La castrazione non è un’apocope.
Triangolo di Richard, semantica in panne.
Come il gatto di Jakobson, niente arbitrarie e tutte icon.
Chi non fa semiologia trova le stringhe ma perde la via.
La forma per la fretta fece il fonema errans.
Codice che appaia non Morse.
Chi manda segnale si aspetti feedback.
Espression fatta, contenuto ha.
Brutta figura non ha tratti distintivi.
Rima baciata non chiude struttura.
Chi compera Frege mangia Bedeutung.
Chi lancia noemi fa scherzi da Prieto.
Segnale che informa non sbaglia binario.
Saussure, dolci strutture.
Corti e Valle, Segre alle spalle.
Segre e Isella, Corti più bella.
Meglio Tarski che mai.
Non mettere mai troppa Carnap al Fodor.
Chi non connota, commuti.
Se fori il referente, metti il triangolo.
da «il Caffè», 5-6, 1972