Goffredo Fofi, Domenica-Il Sole 24 Ore 8/1/2012, 8 gennaio 2012
MAIGRET, IL RIPARATORE DI DESTINI - È
difficile dire qualcosa di nuovo sul commissario e le sue imprese, sulla sua paziente signora e sui suoi pochi amici privati, sui suoi collaboratori e sui suoi superiori, sui ricchi e sui poveri e sul ceto medio tra i quali investiga, nelle grandi città (non solo Parigi, non solo la Francia) e nelle province nelle quali si muove conoscendone usi e costumi perché di lì egli viene e lì vuol tornare quando avrà raggiunta la pensione, sulle sue abitudini in fatto di cibo e di bevande, sulla sua attenzione alle condizioni climatiche eccetera. Troppi l’hanno già fatto, «tutto è stato già detto / e molto meglio che da me» recitava una poesia di Boris Vian, uno scrittore che non amò Maigret, contagiato dalla Série noire popolata di detective privati dalle maniere brusche, uomini vigorosi nel fior dell’età che erano tutto il contrario del commissario francese, d’apparenza banale, di mezza età e dalle abitudini consolidate, l’eterna pipa tra le labbra segno a indicarne, nei riflessi apparentemente lenti, l’instancabile rimuginare. Eppure Maigret resiste al tempo meglio di Philip Marlowe e di Sam Spade, e di tutti i commissari venuti dopo di lui. Eppure Maigret è diventato il centro di un vasto mondo cui milioni di lettori si sono andati nel tempo affezionando, di una fitta galleria di personaggi e situazioni, di crimini e dilemmi della Francia, dei Paesi Bassi e perfino degli Usa, dagli anni Trenta ai Settanta del Novecento (il primo Maigret è del 1930, l’ultimo del 1972, i romanzi che l’hanno al centro sono, pare, 76, cui va aggiunta una trentina di racconti alcuni dei quali avrebbero potuto facilmente diventare romanzi).
È esperienza comune incontrare lettori dei Maigret che non sopportano la complessità e la durata dei romanzi simenoniani senza Maigret, e lettori dei romanzi "seri" che non amano particolarmente i Maigret, ma è anche comune incontrare lettori, come chi scrive, che amano entrambi, e non vedono tra i due filoni altra distanza che quella della rapidità o dell’approfondimento concessi dal numero minore o maggiore delle pagine. L’assenza o presenza di un protagonista che ritorna e che, soprattutto, "fa giustizia", non basta a farli lontani, e così come è difficile, per un lettore di Simenon, distinguere tra un buon Maigret e un Maigret medio (di cattivi non ne conosco), così gli è difficile non vedere le somiglianze tra gli indagati dal commissario e i personaggi, se "criminali" o meno è secondario, indagati dallo scrittore, poiché l’atteggiamento dell’autore è sempre lo stesso e Simenon e Maigret sembrano rispondere agli stessi impulsi, alla stessa esigenza di fondo.
"Allievo" di Balzac e Maupassant e non di E.A.Poe e A.C.Doyle, lontanissimo dalle Agatha Christie di tutti i Paesi, Simenon è partito dalla letteratura di genere prima di tentare l’altra. Ma forse che Dickens Hugo Dostoevskij si ponevano il problema della differenza tra letteratura "bassa" o "alta" che le università si sono inventate costruendo dogmi e steccati? E non è così vero che Simenon scrivesse i Maigret per il denaro e i senza-Maigret per la gloria, ché la spinta degli uni e degli altri e la penna che scrive e descrive, la mente che giudica o arretra di fronte alla difficoltà del giudizio è la stessa. E la stessa è l’angoscia di fronte a chi fa del male agli altri (e a se stesso), al mistero del male.
Quello che ha nuociuto a Simenon tra i professori? Voler scrivere per tutti, e inserire nelle pieghe della letteratura di genere problematiche invero altissime, scavi nella natura umana e nella sua fragilità, nella difficoltà di intendere e praticare il bene pur intuendone la verità.
Capire e non giudicare è la massima che Simenon segue in tutta la sua opera (anche se qualche Maigret è scritto così in fretta che le psicologie ne risultano superficiali e le si dichiara più che indagarle, ad avere il sopravvento sono i fatti). «Comprendere e non giudicare» è il motto dichiarato del Simenon senza-Maigret, un progetto di cui l’autore riesce quasi sempre a comunicarci la forza e a farci convinti della sua validità. Lo scopriamo nelle riflessioni che a Maigret capita di fare sul proprio operato mentre un caso si snoda lentamente e faticosamente; per esempio quando, come nel Kutuzov tolstojano, la sua unica strategia è quella dell’attesa. Come Simenon, Maigret guarda a chi commette un crimine o a chi è prigioniero dei suoi impulsi e delle sue passioni provocando dolore ad altri (e quasi sempre anche a se stesso) con un’attenzione quasi spasmodica, come qualcuno che vuol capire e che alla fine capisce, che non giustifica ma capisce, perché il cattivo, con le sue passioni e le sue mancanze, è fragile come lo sono tutti. L’uomo Simenon non fu sempre fedele al motto dello scrittore, ma anche questo rientra nella logica dell’umana fragilità, e il commissario Maigret l’avrebbe capito, però senza alcuna compiacenza, con austero rigore.
I colpevoli che Maigret sembra prediligere sono quelli che finiscono per assumere il proprio destino e ne accettano le conseguenze, anche le più tragiche, sono quelli che decidono di non sfuggire all’ingranaggio in cui hanno finito per perdersi, nella coscienza della propria limitatezza e miseria, della difficoltà a liberarsi dai legacci sociali o psicologici in cui sono imbrigliati o si sono lasciati imbrigliare. Sono quelli che finiscono per accogliere come una liberazione la loro punizione. Il compito di Maigret, allora, è anche quello di aiutarli a svelarsi a se stessi. Ma egli è pur sempre un commissario, e il suo dovere professionale è quello di scoprire chi ha compiuto il crimine, chi è il colpevole, chi è l’assassino, e assicurarlo alla giustizia.
«È stato in uno di miei Maigret che ho coniato l’espressione "riparatore dei destini" attribuendo al mio commissario la stessa confusa aspirazione che nutrivo io». Leggere le inchieste del commissario Maigret non è soltanto la perlustrazione di un mondo vario e appassionante, di ambienti e vicende che sollecitano la nostra curiosità, la nostra attenzione, la nostra identificazione, è anche affrontare un percorso morale, ed è proprio questo, credo, che fa di Simenon il maggior scrittore di polizieschi nella letteratura popolare del Novecento, e cioè di quando la letteratura per le masse non era inventata e programmata a tavolino dai funzionari al servizio della finanza, ma interagiva coi sentimenti e i problemi dei milioni di "gente comune" che noi tutti siamo.