Luca Vinciguerra, Il Sole 24 Ore 8/1/2012, 8 gennaio 2012
I TESORI DI SINGAPORE E HONG KONG
«Questa è una città aperta a tutte le persone di talento: qui non conta chi sei, ma che cosa sai fare». E forse, anche se il tassista tutto casa e nazione non lo dice perché sarebbe politicamente scorretto, conta anche quanti soldi hai nel portafoglio.
Dopo aver rivaleggiato per decenni con Hong Kong per diventare la grande capitale della finanza asiatica, Singapore ha trovato come mettere fine a un agone che ha sempre appassionato i media internazionali: specializzandosi in una serie di attività del terziario avanzato che l’altra città-Stato asiatica non è in grado di fare, o non ha mai pensato di sviluppare.
Come, giustappunto, raccogliere e gestire i quattrini dei grandi patrimoni privati che, dagli Usa alla Russia, dalla Cina all’Europa, in questa piccola Svizzera-Montecarlo del Sud-Est asiatico trovano un porto sicuro, al riparo dalle incertezze politiche, sociali, economiche e finanziarie che gravano sulla congiuntura globale. «Oggi nessuno vuole più mettere i propri soldi in un posto dove rischia di essere controllato e tassato dal Governo locale – spiega candidamente un funzionario di una delle tante boutique locali di private banking –. Così Singapore è diventata la stella polare dei nuovi ricchi di tutto il mondo che ci stanno letteralmente inondando di quattrini. Il problema, per noi banchieri, è come farglieli fruttare senza prendere troppi rischi».
A metà 2011, nelle casseforti della cittadella del Far East giacevano circa 840 miliardi di euro di attività finanziarie gestite. L’80% di questo tesoro fa capo a investitori internazionali. «Oltre il 60% dell’asset management asiatico è qui a Singapore – aggiunge il private banker –. Hong Kong, benché sia più vicina alla Cina, non riesce ad attirare nemmeno la metà di questi flussi».
Una Cina che, nella competizione ingaggiata tra le due città-Stato asiatiche, ha giocato un ruolo decisivo. Oggi, la finanza di Hong Kong parla sempre più mandarino e sempre meno inglese. Questa trasformazione ha aumentato i vantaggi comparati dell’ex colonia britannica del Nord rispetto a quella del Sud in altri settori dell’alta finanza.
Più del 50% delle società quotate sull’Hang Seng battono bandiera rossa. Nel 2011, per il terzo anno consecutivo, la Borsa di Hong Kong ha stabilito il record mondiale di offerte pubbliche di vendita: 31 miliardi di dollari, generati quasi per intero dai collocamenti di aziende cinesi. Il mercato offshore dello yuan di Hong Kong (l’unico esistente al mondo, a parte qualche timido tentativo effettuato a Singapore), dopo aver effettuato 110 miliardi di emissioni di dim-sum bond (le obbligazioni di società cinesi denominate in renminbi) nel 2011, quest’anno prevede di lanciarne per altri 260 miliardi.
«Non c’è dubbio che, grazie all’abbraccio di Pechino, oggi come polo finanziario in senso stretto Hong Kong sia più forte di Singapore», osserva Alvin Liew, economista di United Overseas Bank. Nell’azionario e nell’obbligazionario, in effetti, complice anche la cattiva fama della Borsa singaporeana, tra le due ex colonie britanniche non c’è più gara: chi vuole raccogliere capitali tra gli investitori asiatici va diretto a Hong Kong.
Singapore capitale dell’asset management. Hong Kong capitale dell’equity. E il resto? «La verità è che Singapore e Hong Kong non sono più in competizione perché le due città hanno imboccato sentieri di sviluppo diversi, e così oggi sono in grado di proporre un’offerta specifica e differenziata di servizi e di prodotti finanziari agli investitori internazionali diretti in Estremo Oriente», spiega Manu Bhaskaran, direttore di Centennial Asia Advisors.
Per entrambe le ex colonie britanniche, il punto di svolta si colloca negli anni immediatamente successivi alla crisi asiatica che nel 1997-’98 investì violentemente le economie dell’Estremo Oriente, ridimensionando le ambizioni delle Tigri del Far East, e ponendo le premesse per l’avvento della nuova superpotenza cinese.
Da allora, ciascuna è andata per la sua strada al traino delle nuove, poderose forze economiche emerse in Estremo Oriente per effetto della globalizzazione.
Se Hong Kong ha consolidato il proprio ruolo di piazza finanziaria di riferimento dei grandi capitali cinesi, Singapore è diventata l’avamposto obbligato delle aziende indiane che vogliono internazionalizzare il loro business. Oggi nella cittadella del Sud-Est asiatico ci sono circa 4mila società indiane; una decina di anni fa, nonostante la presenza storica di una robusta comunità indiana, si contavano sulla punta delle dita di una mano.
«Hong Kong è diventata parte integrante dell’economia cinese, mentre Singapore si è trasformata nella piattaforma finanziaria e logistica di India, Indonesia e di tutta l’area Asean», aggiunge Bhaskaran. Il che, nel lungo periodo, offre alle due metropoli asiatiche delle opportunità, ma anche dei rischi. Per Hong Kong, la sempre più stretta dipendenza dalla Cina potrebbe diventare un’arma a doppio taglio. Per Singapore, invece, la scommessa su due economie più volatili e meno dinamiche come quelle indiane e indonesiane potrebbe rivelarsi meno premiante del previsto.
Nella storia della contesa tra le due ex colonie britanniche per il primato asiatico un fatto è certo: la mancanza di un polo di attrazione naturale, com’è stata storicamente la Cina per Hong Kong, ha costretto Singapore a uno sforzo di fantasia strategica supplementare.
I due casinò aperti negli ultimi anni, il Gran Premio di Formula Uno, i parchi ricreativi e di divertimento senza rivali in Asia, rappresentano infatti solo la parte più visibile della colossale operazione di rebranding operata dal Governo di Singapore nell’ultimo decennio per ridare slancio a una città che sembrava destinata un inesorabile declino.
Dietro le quinte, Singapore è riuscita a fare molto di più di una semplice operazione d’immagine. Ha sfruttato la vicinanza con Paesi ricchi di materie prime come Australia, Malesia e Indonesia per sviluppare un efficiente e voluminoso mercato delle commodity. Ha varato una serie d’incentivi fiscali che le hanno consentito di attirare massicci capitali dall’estero. Grazie alla sua formidabile posizione geostrategica, è riuscita a cavalcare abilmente il boom del commercio mondiale trasformando i propri porti in un crocevia obbligato del traffico navale internazionale. Ha costruito la più grande struttura per fiere e congressi del mondo. È stata capace di attirare migliaia di talenti dall’estero nei più svariati campi dell’economia, della scienza e dell’arte.
«Non dobbiamo competere con i Paesi emergenti, ma con quelli ricchi e industrializzati, perché vogliamo giocare la nostra partita nella serie A delle nazioni sviluppate del pianeta», proclamò nei primi anni Novanta il padre fondatore della moderna Singapore, Lee Kuan Yew. Il fatto stesso che, vent’anni dopo quella dichiarazione programmatica, la grande sfida con Hong Kong si sia chiusa con un sostanziale pareggio dimostra che l’obiettivo indicato da Lee è stato raggiunto.
A favore dell’eterna rivale, però, resta un punticino di vantaggio per così dire "fuori classifica": nonostante l’abbraccio fatale con la Cina, grazie alla fermezza dei suoi cittadini che dal 1997 a oggi si sono puntualmente opposti a qualsiasi svolta autoritaria tentata da Pechino, oggi a Hong Kong c’è ancora piena di libertà di espressione, di associazione e di stampa.
A Singapore chi alza la voce contro l’autorità costituita rischia di fare quasi la stessa fine di chi mastica sbadatamente una gomma americana per strada: una multa salata, se non addirittura la galera.