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 2012  gennaio 08 Domenica calendario

«ANCHE VISCO HA PIANTO PER LE TASSE»


«Giù le mani dall’articolo 18». Rieccolo l’eretico. Stefano Fassina, classe 1966, romano ma bocconiano, laureato con 108 con una tesi sulla teoria del consumatore, consigliere economico del Tesoro ai tempi di Carlo Azeglio Ciampi, economista al Fondo monetario internazionale per cinque anni e braccio destro di Vincenzo Visco quando era viceministro delle Finanze. Si dà il caso che l’eretico oggi sia il pupillo di Pier Luigi Bersani, la sua eminenza grigia in tema di economia e welfare, di cui è il responsabile nel Pd. Con buona pace del riformista Pietro Ichino e dei veltroniani che avevano chiesto le dimissioni di Fassina. Inutilmente. E se oggi lui proclama che «la legge che vieta il licenziamento non deve proprio essere sul tavolo di discussione della riforma del mercato del lavoro», si può scommettere che è questo che Bersani dirà a Monti la prossima settimana. Fassina cavalca la linea gauchista per ritagliarsi un profilo di aspirante leader opposto a quello di Matteo Renzi. «Non sono così abile nel collocarmi sul mercato politico», si schermisce, «è uno schema che non mi ha mai convinto quello del ricambio generazionale. Io non voglio rottamare le persone, ma le idee. Un po’ le abbiamo rottamate».
Ad esempio?
«L’idea che facilitare i licenziamenti aiuti la crescita».
Sull’articolo 18 sembrava che avesse vinto lei contro Ichino. Invece la Fornero intende seguire la proposta del giuslavorista sui neoassunti e i disoccupati: licenziamento possibile per motivi economici, tecnici e organizzativi, con indennità invece del reintegro nel posto di lavoro.
«Noi continuiamo a non condividere quella proposta e a sostenere la nostra, approvata all’assemblea nazionale del Pd nel maggio 2010, che non prevede interventi sull’articolo 18, ma più ammortizzatori sociali e l’eliminazione dei vantaggi di costo dei contratti precari».
Quali condizioni sottoporrà Bersani a Monti?
«Lui esporrà al premier la nostra proposta ribadendo la non negoziabilità dell’articolo 18, che è una questione del tutto irrilevante. Il problema vero è ciò che avviene a Bruxelles, lì stanno le chiavi dello sviluppo».
Cosa farà il Pd se davvero i licenziamenti diventeranno più facili?
«Questo è un governo responsabile, non opera per mettere le dita negli occhi dei partiti che lo sostengono. Visto che la salvaguardia della legge contro il licenziamento, come ha detto Bersani, per noi è un punto nodale, ci aspettiamo che la nostra posizione venga presa in considerazione. Sono sicuro che si lavorerà per arrivare a una riforma che abbia il supporto del Parlamento e il consenso delle parti sociali».
I veltroniani l’accusano di strizzare troppo l’occhio alla Cgil.
«A me preoccupa molto di più una politica che frequenta troppo i palazzi e i salotti e troppo poco la realtà. Abbiamo bisogno di stare in mezzo ai lavoratori anche a costo di subire contestazioni».
Sta cercando di riconquistare la piazza che la Camusso ha rubato al Pd?
«A me piace stare in una squadra, non credo nelle leadership solitarie. Uno dei problemi che abbiamo avuto in questi anni, anche nel centrosinistra, è stato di fare troppo affidamento su singoli leader conferendo loro un’aura quasi miracolistica».
Ogni riferimento a Veltroni…
«Io non credo ai demiurghi della politica ».
Infatti continuava a considerare D’Alema il suo leader anche durante la segreteria di Veltroni.
«Non è un mistero che io mi sia sempre riconosciuto di più nella leadership di D’Alema».
Non è un mistero neppure che Veltroni miri a riappropriarsi della leadership del Pd, anche per interposta persona (vedi Enrico Letta). Come vede questa ipotesi?
«Gli iscritti e gli elettori del Pd hanno scelto Bersani con 3 milioni di voti. Dopo due anni sono sicuro che lo rivoterebbero ancora più convinti. L’ipotesi Veltroni non esiste».
I moderati del Pd la considerano un vetero-marxista, ma il suo percorso si colloca nel solco blairiano-riformista. Cosa l’ha fatta sterzare a sinistra?
«Io non ho sterzato a sinistra: la mia linea ostile al rigorismo della Bce è la stessa del Financial Times. Non possiamo sottostare in eterno ai conservatori tedeschi che stanno affondando l’euro. L’ho detto e lo ribadisco. Anche se le mie critiche all’Ue hanno fatto scandalo nel Pd». Facile fare l’eretico quando si ha alle spalle il capo. «Ho le spalle coperte non tanto da Bersani, ma da un partito che è sulla mia lunghezza d’onda».
Veramente i liberal del Pd hanno invocato la sua espulsione. E Bersani ha preso le sue difese.
«Bersani non ha difeso me, ma la linea politica del Pd».
Ma al Forum sul welfare che lei ha organizzato giovedì dovrà vedersela con Fioroni, Ichino, Follini, che sono agli antipodi da lei. Come può avere ambizioni di governo un partito così diviso?
«È naturale che in un grande partito, che rappresenta circa il 30% dell’elettorato, ci siano posizioni diverse».
Molti, anche nel Pd, ritengono che lei dica ad alta voce ciò che pensa il segretario, ma non può dire.
«Io parlo per me. Bersani non ha bisogno di un ventriloquo».
Lei non perde occasione di criticare Monti, eppure avete lo stesso identikit: tutti e due bocconiani e con un profilo europeo, che lui ha forgiato alla Commissione europea, lei al Fmi.
«Lui ha una statura inarrivabile, ammiro il suo profilo da civil servant, anche se siamo molto diversi. Per me l’economia è politica, non tecnica. Ecco perché mi licenziai dal Fmi dopo 5 anni. Ma Monti è un punto di riferimento per me».
Non la pensava così quando era studente alla Bocconi e occupava le aule in segno di protesta contro Monti, che era il rettore.
«L’occupazione della Bocconi non aveva come avversario Monti, ma il cda che nel 1989 voleva chiudere il nostro corso di laurea, Discipline economiche e sociali, che era molto di nicchia. Monti invece si dimostrò sensibile, ascoltò le ragioni degli studenti, tant’è che il nostro corso rimase. Lui poi venne anche ad altre iniziative studentesche. Lo ricordo come una persona molto aperta e disponibile all’ascolto, anche di posizioni diverse dalle sue».
Che giudizio dà oggi della manovra?
«I ritocchi l’hanno migliorata, ma l’indicizzazione delle pensioni fino a tre volte il minimo e l’incremento della tassa sui capitali scudati non hanno corretto l’iniquità di questa manovra, il cui aggravio fiscale colpisce i più poveri».
Paradossale che a criticare l’aumento delle tasse sia lei, che è stato il pupillo di Visco.
«Visco non è quel Dracula che hanno descritto, è una persona più simpatica e sensibile di come appare. Non gli faceva certo piacere aumentare le tasse».
Se l’è mai fatto un pianto alla Fornero?
«Se se l’è fatto io non l’ho visto, non lo escludo. Ma posso assicurare che umanamente gli pesò molto la manovra del 2006. Lui fu costretto a farla».
Lei ha mosso i primi passi nella Fgci di Gianni Cuperlo. Che sensazione le dà aver fatto parte dell’ultima generazione della sinistra giovanile post- Pci?
«Di privilegio, per aver potuto percepire un mondo che stava chiudendo i battenti – c’era ancora Achille Occhetto, eravamo a Botteghe oscure – ma anche di impegno ad eliminare i difetti di quel mondo e a portarne avanti gli obiettivi di giustizia sociale».
Lei è figlio di padre falegname e di mamma casalinga. Cosa sognava da piccolo?
«Di andare all’università».
Mentre lei veniva da Nettuno, i suoi compagni della Fgci appartenevano alla Roma bene. È per riscatto sociale che si iscrisse alla Bocconi?
«No, perché aveva un corso che mi piaceva e mi dava la possibilità di vivere a Milano, grazie alla borsa di studio concessa a chi, come me, non aveva grandi possibilità economiche».
Non si sentiva un parvenu tra i fighetti della Fgci?
«No, c’era molto interclassismo, come nel Pci. Invidiavo le loro grandi case con immense librerie, ma non lo vivevo come un complesso, bensì come uno stimolo al miglioramento».
A differenza loro, lei lasciò la politica per darsi allo studio. Perché?
«Non mi sentivo abbastanza preparato».
Quanto ha influito sulle sue scelte di vita essere diventato padre a ventidue anni?
«Moltissimo, anche sulla politica. Una paternità precoce e non scelta ha determinato una restrizione della mia autodeterminazione, quindi ha reso più forte la mia esigenza di misurarmi con la politica, che è l’unico strumento di cui disponiamo per forzare i confini entro i quali ci muoviamo».
Che effetto le fa a 45 anni avere un figlio di 23, ingegnere a Varsavia?
«Lo considero il risultato più importante della mia vita».

Barbara Romano