Francesco Battistini, la Lettura (Corriere della Sera) 08/01/2012, 8 gennaio 2012
KADISHAM: IO, IL SIGNORE DELLE PECORE
«Ma che è ’na stalla, questa?».
«Ma che stalla! Questa è un’opera d’arte israeliana! È la natura che con le pecore entra in un luogo deputato all’arte e lo trasforma...».
«Un’opera d’arte? Ma so’ pecore!
Mi scusi, sa, io è la prima volta che vengo alla Biennale...».
(Alberto Sordi, Le vacanze intelligenti, 1978)
A Menashe Kadishman viene ancora da ridere. Per anni nessuno gli aveva mai detto dell’Albertone nazionale e di quella vecchia commedia all’italiana che sfotteva le sue pecore vive, il celebre gregge macchiato di blu esposto a Venezia con grande scandalo, più di trent’anni fa: «Una volta ero a Milano e con molte cautele mi hanno fatto vedere il film. Temevano, chissà, che mi sarei offeso: all’epoca, in fondo, quelle pecore colorate alla Biennale m’avevano reso famoso, le avevo portate da una malga sopra Cortina ed erano finite perfino su "Time", perché scrissero che simboleggiavano il target, la vittima sacrificale colpita, e così per un’estate diventai un caso, si parlava di me come se fossi Mastroianni o una grande star... Mi sono divertito tantissimo, invece: Sordi non rideva delle mie pecore, rideva dell’arte. Questa coppia poco istruita che va per mostre, perché i figli esigono che si elevi culturalmente, e poi si siede sulle sculture, inciampa nelle opere, si domanda che roba sia... Fantastico! Quanta gente vive lo stesso imbarazzo, senza confessarlo».
È tarda mattina nell’ovile artistico di Kadishman, un piccolo appartamento al centro di Tel Aviv dove le pecore sono dipinte, scolpite, abbozzate, replicate ovunque («Ogni giorno mi sveglio alle 5 e ne disegno una»). L’enorme pancia straborda, nuda, da una mezza tunica bianca aperta sull’ombelico e pure sotto: come sempre, il più famoso artista israeliano riceve in mutande, «mi sento più comodo», perché in mutande è abituato ad andare pure per strada o ai vernissage, «l’ultima volta che mi sono vestito è stata per il Papa». Ha le unghie dei piedi smaltate, «me le ha fatte la mia nipotina», ciascuna d’un colore diverso. Re del caos, troneggia su una poltrona smollata fra due statuette della regina Elisabetta, un Mao, un’Ultima Cena di legno, manichini bambini stile Cattelan con la maglietta «Libertà per Gilad Shalit», una vasca d’enormi pesci rossi, pile di libri d’arte, ventilatori, giocattoli, radioline, gessetti, vassoi di falafel, un Piccolo Principe che chiede al suo pilota di disegnare la pecorella, foto ricordo con Gregory Peck e Rabin, ritratti di Oz e Yehoshua, lettere ingiallite di Ionesco e di Henry Moore... Gli portano l’email d’un invito a Pechino: neanche la legge. Gli interessa di più l’omaggio d’un tonno portoghese, «in Israele non si trova», e d’una scatola di Bleu d’Auvergne: «Io nasco prima pastore e poi pittore, il formaggio è la mia debolezza». Pastorale israeliana. A vent’anni, figlio d’ebrei ucraini sfuggiti ai pogrom, Kadishman pascolava davvero le pecore nei kibbutz dell’Alta Galilea. «Da artista, per me è stato normale colorarle: nei kibbutz impari che le madri vanno marchiate all’uscita, perché gli agnelli restano all’ovile e la sera, appena torni, devi sapere quali far allattare. Quando negli anni 50 andai alla St. Martin’s di Londra, ero minimalista. Da giovane vivi il Rinascimento e il mio Rinascimento era la Pop Art. Lavoravo con vetro e metallo. Mi piaceva già riprodurre la natura che mi circondava. Alberi. Linee di colore che tagliavano la terra come ere geologiche, la geologia dei sentimenti. Poi mi spostai a New York, ero vicino di casa di Anthony Quinn, uno che nel cinema e nella vita era la stessa persona: avete presente Zampanò? Siccome là stavo nel giallo, i taxi e i semafori, i cartelli e gli elenchi telefonici, colorai tutto di giallo: Central Park, Washington, i prati di Gerusalemme, una cosa che fece impazzire il mio amico Christo».
Le pecore arrivarono più tardi, più lente: «Per tanti anni non sapevo d’essere un pittore pastore. Lo scoprii quando mi chiesero che cosa rappresentasse la natura d’Israele. M’interrogai sull’identità: se il mondo di Andy Warhol era la Campbell’s Soup, il mio erano le pecore». Clonate molto prima della Dolly inglese... «Non posso smettere di farle. Mio figlio partì per la guerra del Libano, il 1982 fu la svolta: avevo scoperto Ungaretti, imparato che la guerra è sempre uguale a se stessa, anche se la vinci. Il libro di Grossman sul figlio morto in Libano, ad esempio, mi è insopportabile: l’ho dovuto strappare in due parti, per rifiatare e leggerlo con una pausa. Le mie pecore significano questo: non abbiamo più bambini da dare alla guerra, solo agnelli. Una pecora ha sempre un’altra pecora che la sostituisca, i nostri ragazzi no: loro sono Isacco. Mio padre era soldato, io ero soldato, mia figlia ora è attrice ma è stata soldato, mia nipote è soldato. Ognuno di noi è Isacco e poi diventa un Abramo che deve sacrificare un altro Isacco. Tutti combattiamo per un pezzo di terra. Ma finisce che la terra ci mangia tutti».
Quante ne ha dipinte? Migliaia. Tenui, psichedeliche, inghirlandate, sfumate, destrutturate, anche falsificate, battute da Sotheby’s, esposte alla Tate Gallery, al Moma, al Metropolitan di New York: ora che ha ottant’anni, le pecore di Kadishman sono diventate l’icona che turba i sonni d’Israele. Ti guardano dappertutto, umane: «Se in ogni casa cristiana c’è una Madonna, vorrei che in ogni casa ebrea ci fosse una pecora. Mi piacerebbe saperle fare come Chagall o Caravaggio. Il Sacrificio di Isacco è un’opera che spaventa: quella mano che stringe il collo del ragazzo». Israele ha un’arte giovane ed esistenziale, non sta con un governo ma testimonia l’esistenza d’un popolo, e il pastore è il suo signore: «Kadishman ne rappresenta l’intera storia» dice Ermanno Tedeschi, il gallerista torinese che più l’ha fatto conoscere. A Berlino c’è una famosa installazione, ventimila dischi di ferro arrugginiti e sparsi a terra, occhi sbarrati e bocca spalancata: il visitatore ci cammina sopra e sente un sinistro sferragliare, come d’un treno verso il lager. Memorabili le terre palestinesi e israeliane siccitose e mischiate, ingrandite da una lente, perché «è da sempre che mi chiedo come possiamo cambiare questa situazione, ma è un tango ballato all’infinito. A volte la vita è troppo realistica e l’arte non la cambia, serve solo ad accarezzarne il dolore: la musica di Lili Marlene leniva le ferite, non zittiva le armi».
Scolpisce come un pittore e dipinge come uno scultore, scrisse di lui un critico: i suoi giganteschi acciai colorati, «M’ispiravo alla calligrafia araba», adornano i parchi di mezzo mondo, dal Giappone al Texas. Kadishman ha un magazzino alla periferia di Tel Aviv, mandrie di cavalli rantolanti e cani di bronzo da 25 mila dollari. Li fa in serie, in una fonderia usata anche dall’esercito israeliano. «Ma è come un bambino coi suoi giochi», si dispera un assistente: se c’è da venderne uno, ogni volta lui dice che quello no, a quello è affezionato. Unica eccezione, il Papa: «Il presidente Peres mi chiese qualcosa per la storica visita a Gerusalemme. Pensai a due agnelli crocifissi. Dal governo mi fecero notare che non era il caso, dopo le polemiche fra Vaticano ed ebrei. Allora stortai le croci, le trasformai in un pastorale e in un abbraccio. Dissi a Benedetto XVI di scegliere. Li volle tutt’e due. Stavamo in quella stanza, Ratzinger e io: un pastore di popoli e un pastore vero». Che incontro emozionante... «Sì. Ma una domanda avrei voluto fargliela: che ci fa un pastore con tutto quell’oro indosso?».
Francesco Battistini
(Ha collaborato Ariela Piattelli)