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 2012  gennaio 08 Domenica calendario

LE 5 PAGINE MEMORABILI DELLA STORIA DELLO SPORT: I GOL

LE 5 PAGINE MEMORABILI DELLA STORIA DELLO SPORT: I GOL - Nel 1954, Vladimir Dimitrijevic era un giovane profugo serbo che contrabbandava munizioni da caccia tra Milano e il suo Paese, per aiutare due connazionali ebrei. Nel 1998, Dimitrijevic era il direttore della prestigiosa casa editrice franco-svizzera L’Âge d’Homme. Una volta tanto, però, decise di scrivere lui un libro (La vita è un pallone rotondo, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2000), che sta a metà fra autobiografia e calcio. Perché, spiegava Dimitrijevic stesso (morto in un incidente d’auto il 28 giugno 2011), due sono state le grandi passioni della sua vita: la letteratura e appunto il calcio. E la ragione è interessantissima: entrambi, scrisse, «custodiscono, senza vantaggi, privilegi o profitti, la cosa più importante: il luogo in cui nasce il senso del sacro». Una bella pagina o un bel gol, quindi, possono destare la medesima sensazione. Figurarsi cosa può fare il racconto ben riuscito di un gol. Come i cinque che seguono.
Valdano, Il sogno di Futbolandia
In un certo senso, Jorge Valdano è l’incarnazione di tutto questo ragionamento. Nella sua (finora) molto invidiabile vita, Valdano è sopravvissuto alla caduta di un elicottero da un palazzo di 10 piani, è stato un ottimo dirigente al Real Madrid ma soprattutto ha scritto di calcio così bene da far a volte scordare che, prima di tutto, è stato un grande calciatore: per capirci, campione del mondo nell’Argentina del 1986, segnando anche il secondo dei 3 gol nella finale contro la Germania. Siccome però Valdano ha classe anche fuori dal campo, non è la sua rete che racconta ne Il sogno di Futbolandia. E nemmeno quella, ormai leggendaria, di Maradona all’Inghilterra, nel quarto di finale di quel torneo. Troppo facile (e troppo scritto). Valdano racconta invece il gol di Burruchaga a 7’ dalla fine, quello che dà la vittoria all’Argentina, raggiunta sul 2-2 dopo essere stata in vantaggio 2-0. Una rimonta che avrebbe ammazzato un toro, ma non Maradona (che, ricorda sempre Valdano, per il medico della nazionale Ruben Oliva era infatti un gatto e «tu hai mai visto allenarsi un gatto?»). Con il suo «prodigioso grandangolo Maradona vide smarcato Burruchaga e gli passò un pallone con moltissime possibilità di gloria. Burruchaga corse con gli occhi grandi di speranza. Schumacher (il portiere tedesco, ndr) lo aspettava con gli occhi grandi di paura. È giusto che la speranza vinca sulla paura: fu gol». E fu un assist di Diego che, per Valdano e pochi altri amanti del calcio, vale molto più del gol all’Inghilterra.
Brera, Storia critica
del calcio italiano
Se c’è Maradona, ci dev’essere anche Pelé. Anche perché merita senza dubbio citazione il racconto di Gianni Brera (il Pelé del giornalismo sportivo) del gol di testa segnato da O Rei nella finale di Messico ’70 contro l’Italia: «Si lascia cadere da un ramo di mango al quale sembrava appeso per incornare un traversone di Rivelino da sinistra». Ma poche pagine prima, nella Storia critica del calcio italiano (1975), Brera aveva probabilmente toccato il suo apice descrivendo il gol del 3-3 tedesco nella memorabile semifinale. Tutto ruota attorno a Rivera, appostato sul palo per il corner di Libuda. Seeler tocca di testa verso Müller «una palletta morta», che il centravanti corregge piegandosi in avanti. Albertosi, scrive Brera, non sembra preoccuparsi più di tanto e grida: «Tua!». Ma «l’old golden boy conferma la sua natura amletica scansandosi incomprensibilmente: potrebbe opporre l’addome, se non addirittura la fronte: invece si toglie in disparte con una ridicola contorsione, come chi creda che gli convenga lasciar uscire la palla sul fondo: e però quella entra, boja mondo!». Palla al centro, «mentre Albertosi, letteralmente uscito pazzo, si avventa a Rivera e lo insulta con selvaggio furore». Ma tutto questo durerà, per fortuna di Rivera, non più di un minuto: il tempo di segnare («olimpicamente») il gol della leggenda.
Galeano, Splendori e miserie
del gioco del calcio
Allora, ricapitoliamo. Per Dimitrijevic letteratura e calcio custodiscono il luogo in cui nasce il senso del sacro e la letteratura sul calcio costituisce un primo possibile upgrade. Si può quindi ipotizzare che il secondo si abbia quando un gol, per quanto meraviglioso, riesce a non superare in bellezza il suo racconto. Tutto questo per dire che se Brera è stato il Pelé del racconto di calcio, Eduardo Galeano è Zico. In particolare, lo Zico che, sotto la pioggia di Tokyo, nel 1993, con la maglia dei Kashima Antlers si stava giocando la finale di Coppa dell’Imperatore contro il Tohoku Sendai. Il Galinho entrò in area dal centrosinistra, dettando il passaggio a un compagno dietro di lui, sulla destra. Ma quello si produsse in un pallonetto lento, che avrebbe reso inutile lo scatto per chiunque. Non per Zico. Che si tuffò, e in volo con «la faccia rivolta verso terra» colpì la palla di tacco, ricostruisce Galeano in dieci righe perfette, miracolo nel miracolo dentro un libro (Splendori e miserie del calcio) composto di tante brevi storie, di cui questa è il capolavoro, come lo scorpione di Zico lo fu tra tutti i suoi gol (lo confermò lui stesso in un’intervista — in italiano — visibile su YouTube). «Una rovesciata, ma al contrario»: 5 parole e sembra di vederlo, Zico in volo. Ma anche Galeano ha in serbo il suo colpo dello scorpione, nella riga sotto, dopo l’a capo che aveva potuto illudere che il racconto fosse finito.
«"Raccontatemi questo gol", chiedevano i ciechi». Ecco fatto.
Facchetti,
Se no che gente saremmo
Ma il calcio non è solo quello dei fuoriclasse, degli stadi strapieni e dei gol che valgono un Mondiale. È anche un padre che gioca nel giardinetto di casa col figlio. Il ragazzino sogna di diventare un portiere, colleziona guantoni che il padre gli porta dai suoi (frequenti) viaggi. Solo che quel padre si chiamava Giacinto Facchetti, raccontato dal figlio Gianfelice in Se no che gente saremmo. Quando Facchetti junior inizia a immaginarsi fra i pali, Facchetti senior si è ritirato da tempo dal calcio professionistico. Ma proprio come si comincia (per strada o in giardino), col pallone non si smette mai. E così Gianfelice si metteva in porta, dove Giacinto «nonostante la sua età non fosse più quella del campione (...) mi piazzava dei gol imprendibili». Il che non è difficile da immaginare. Meno ovvio, invece, è quello che accadeva alla fine degli allenamenti. Forse consapevole di avere esagerato (ma involontariamente perché, insomma, i piedi sono quello che sono non solo per gli scarsi), Giacinto andava da Gianfelice e provava a consolarlo così: «Non buttarti giù, non ero affatto male quando giocavo». Non affatto male, eh?
Kuper, Calcio e potere
Siccome però letteratura è (anche) la felicità dell’immaginazione, non c’è gol più letterario di quello, anzi, di quelli raccontati (anzi-bis: non raccontati) da Simon Kuper ne «Il dissidente del pallone», secondo capitolo di Calcio e potere. È la storia di Helmut Klopfleisch, «un uomo grande, biondo, dalla faccia tonda (...) espulso dalla Ddr per aver tifato le squadre sbagliate»: Bayern Monaco e Germania Ovest (anche nel celebre derby al Mondiale tedesco del 1974) ma soprattutto Hertha Bsc, club di Berlino Est trasferitosi a ovest quando la città non era ancora stata divisa in due. Da bambino, Klopfleisch andava regolarmente allo stadio ma dal 1961, all’età di 13 anni, la costruzione del Muro glielo impedì. Lo stadio, però, non era lontano e quindi, tutti i sabati, una massa di tifosi dello Hertha si radunava sotto il Muro «ascoltando i suoni che arrivavano dal campo di gioco (...). Quando la folla allo stadio esultava, il gruppo al di là della Cortina di ferro esultava a sua volta». Ovviamente «nel giro di poco tempo, le guardie di frontiera fecero in modo che la cosa cessasse». E poi lo Hertha si spostò allo stadio Olimpico, all’estremità occidentale della città, «a chilometri di distanza dal Muro, e non a portata d’orecchio». A quel punto, i gol non si potevano più nemmeno immaginare. E ai tifosi come Klopfleisch non restò che rischiare la galera per organizzare incontri clandestini con allenatori, giocatori o dirigenti dello Hertha: «Dovevano pensare che fossimo un mucchio di pazzi», racconta Klopfleisch a Kuper. Molto vero. Ma che bello.
Tommaso Pellizzari