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 2012  gennaio 08 Domenica calendario

MEMORIA. LA MALATTIA DELLA LETTERATURA

Mordecai Richler comincia con un mestolo. «Ieri notte, quando finalmente stavo per prendere sonno, mi sono reso conto di non ricordarmi come si chiamava il coso per tirar su la minestra. Ma tu pensa. L’avrò usato un milione di volte» dice all’inizio del suo irresistibile monologo Barney Panovsky, alle prese con le prime avvisaglie di una malattia implacabile e diffusa chiamata Alzheimer. Per Alice Munro il morbo è una padella che la protagonista del racconto «L’orso attraversò la montagna» (raccolto nel volume Nemico, amico, amante, edito da Einaudi, diventato anche un film intitolato Lontano da lei) si ritrova in mano senza sapere dove metterla, e che finisce per riporre in frigorifero mentre il marito la guarda attonito.
La memoria (e la sua erosione da parte della malattia) è uno dei grandi temi della letteratura contemporanea. Luogo in cui si custodisce il vero io di un individuo, cerniera che lo collega al mondo esterno e lo consegna alle relazioni famigliari e sociali, offre da sempre spunti infiniti agli scrittori (e ai registi) di genere, che sulle amnesie e sulle possibili manipolazioni mentali hanno costruito bestseller e film campioni di incassi (vedi Memento o Se mi lasci ti cancello). Recentemente il tema è stato battuto dal tedesco Sebastian Fitzek con Schegge (Elliot), psicothriller che ruota intorno alla possibilità di cancellare dalla memoria le esperienze più traumatiche della nostra vita, mentre proprio in questi giorni arriva nelle librerie italiane Non ti addormentare (Piemme), romanzo d’esordio dell’inglese S. J. Watson (diritti cinematografici acquistati da Ridley Scott), dove la protagonista, Christine, in seguito a un (presunto) incidente, si ritrova con una mente che ogni 24 ore cancella tutte le tracce della sua esistenza: ogni mattina si risveglia pensando di essere una giovane single con tutta la vita davanti e invece deve accettare di essere una donna di mezza età nel letto di un uomo (il marito) che non conosce.
Ma sono soprattutto le malattie degenerative, quelle che toccano le facoltà intellettuali, l’Alzheimer prima di tutto, a mostrare la loro potenza narrativa e a entrare con forza nei romanzi degli autori che abitano i piani alti della letteratura e che spesso registrano, o trasfigurano, esperienze personali. Se Oliver Sacks con L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello ha dato una forma narrativa al racconto di diverse patologie neurologiche, sulla scena letteraria è ormai arrivata una generazione di scrittori che vede i propri padri vivere più a lungo ma spesso perdersi nelle nebbie della demenza senile che li trasforma nei figli dei loro figli. Insomma, se la malattia mentale è stata la grande protagonista della letteratura vittoriana e il «mal sottile», ovvero la tisi, nell’Ottocento ha ispirato grandi figure (femminili soprattutto) legate nell’indissolubile binomio amore-morte, dalla Silvia di Leopardi alla signora della camelie di Dumas, le malattie degenerative della vecchiaia che portano con sé, oltre a un’alterazione della personalità, anche un’idea di destino terrible e ineludibile, dagli anni Novanta sono diventate parte integrante della rappresentazione della società. Il tema è arrivato naturalmente anche al cinema, basti pensare, solo per fare un esempio recente, a Una sconfinata giovinezza, film di Pupi Avati con Fabrizio Bentivoglio nel ruolo di un giornalista sportivo che all’improvviso scopre di essere affetto dalla malattia e si ritrova a ripercorrere la sua adolescenza spensierata sull’Appennino bolognese che lo salva dalla smemoratezza del presente.
Il prossimo mese uscirà da Bompiani il nuovo romanzo dello scrittore tedesco Arno Geiger, Il vecchio re nel suo esilio, delicato memoir in cui racconta, con commozione mista a ironia, il lento declino del padre malato di Alzheimer, mentre Stefan Merrill Block nel suo recente La tempesta alla porta (Neri Pozza) si ricollega a Io non ricordo, romanzo d’esordio che, poco più che ventenne, gli ha dato un grande successo: là si parlava di un ragazzino, Seth, alle prese con una variante dell’Alzheimer particolarmente precoce che colpisce la madre, qui si ricomincia con una donna anziana, Katharine, affetta dalla stessa malattia. D’altronde per Merrill Block, a cui interessa anche denunciare una eccessiva medicalizzazione della società, l’Alzheimer è una sorta di condanna che da cinque generazioni colpisce il ramo materno della sua famiglia. La neuropsichiatra di Harvard Lisa Genova, invece, ha raccontato nel romanzo Perdersi, dove usa efficacemente la prima persona, il lento dissolversi della memoria di una scienziata che si scopre malata. Anche la coreana Kyung-Sook Shin ha raccontato in Prenditi cura di lei (uscito qualche mese fa da Neri Pozza), la storia di una donna affetta da Alzheimer scomparsa in metropolitana, mentre si reca a Seul. L’autrice ne ricostruisce la presenza partendo dall’assenza, facendo raccontare ai figli e al marito la storia della donna che per una vita li ha accuditi.
Jonathan Franzen ha trasferito nella figura di Alfred Lambert, protagonista delle Correzioni, l’Alzheimer del padre, malattia di cui parla anche in uno dei saggi raccolti in Come stare soli, dove l’annullamento dell’individualità diventa il centro della riflessione («Mi dispiace vedere il significato personale staccarsi da certi errori di mio padre, come confondere la moglie con la suocera — scrive —, una cosa che allora mi parve bizzarra e misteriosa e dalla quale racimolai ogni sorta di nuove e importanti intuizioni sul matrimonio dei miei genitori»). Perdita di individualità, ma anche della consapevolezza del mondo esterno: Anne Fine le ha sintetizzate benissimo nel suo romanzo Lo diciamo a Liddy quando scrive che sulle pareti dell’ospizio sta scritto «Oggi è mercoledì. Il prossimo pasto è il pranzo» mentre Tahar Ben Jelloun in Mia madre, la mia bambina le spiega così, proprio nell’incipit del romanzo: «Da quando è malata, mia madre è diventata una cosetta dalla memoria vacillante. Convoca i familiari morti da tempo. Parla con loro, si stupisce che sua madre non venga a trovarla, tesse le lodi del fratello minore che, dice lei, le porta sempre dei regali. Loro sfilano al suo capezzale e insieme passano lunghi momenti». La malattia per lo scrittore marocchino si trasforma in un’occasione per mettere ordine nelle reminescenze disordinate della madre, rinfilando, come in una collana, le perle della sua vita — la giovinezza a Fès, in Marocco, i tre matrimoni, i figli — in un lungo, pacato addio.
La memoria evanescente diventa così il pretesto di una nuova memorialistica, affidata agli epigoni.
Cristina Taglietti