Matteo Persivale, Corriere della Sera/La Lettura 8/1/2012, 8 gennaio 2012
Essere o non essere Laurence Olivier, pensa il ragazzino di Belfast figlio di un idraulico. Olivier come una montagna inarrivabile, la vetta del talento e del portamento da rampollo dell’Inghilterra nobiliare, nipote di un barone governatore coloniale della Giamaica e poi segretario di Stato in India
Essere o non essere Laurence Olivier, pensa il ragazzino di Belfast figlio di un idraulico. Olivier come una montagna inarrivabile, la vetta del talento e del portamento da rampollo dell’Inghilterra nobiliare, nipote di un barone governatore coloniale della Giamaica e poi segretario di Stato in India. Olivier con l’accento elegante — «Gli inglesi portano la loro classe sociale marchiata a fuoco sulla lingua», diceva George Orwell — tutto il contrario di quello irlandese al 100% del giovane Kenneth Branagh che temeva un futuro da aiutante di papà. L’esplosione dei «troubles», la guerra civile a bassa intensità che insanguina l’Ulster durante la sua infanzia (è nato il 10 dicembre 1960) trasforma il suo quartiere protestante «in una zona di guerra con i tank parcheggiati davanti a casa». Il passo decisivo, attraversare quei venti chilometri di mare per lui più vasti di un oceano che separano l’Irlanda dall’Inghilterra, è la decisione dei suoi genitori di emigrare «per motivi di sicurezza». A scuola Kenneth deve recitare il suo primo ruolo, non in uno spettacolo per bambini ma tutti i giorni, senza intervallo: è costretto a cambiare accento, perdere quello irlandese che — protestante o no — attira su di lui solo insulti e bullismo. È la sua prima performance. Si innamora del teatro e tenta la carriera di attore: si presenta alla porta principale, la Royal Academy of Dramatic Art dove studiarono Alan Bates, John Gielgud, Vivien Leigh, Derek Jacobi, Peter O’Toole, John Hurt e tanti altri giganti. Con incoscienza che oggi definisce «la stupidità assoluta di colui che non ha la minima idea di quel che sta facendo» si presenta all’audizione portando il monologo più famoso della storia del teatro (e della carriera del suo idolo Olivier): «To be or not to be». Alla fine del monologo di Amleto, dal buio della platea, dove c’è la commissione d’esame, sente una voce: «Ragazzo, non ho creduto a una sola parola di quel che dicevi». Gioca la carta d’emergenza, Mick ne Il guardiano di Pinter. Non ricorda bene, improvvisa qua e là, ma l’audizione è passata. Diventa uno degli studenti più promettenti e appena diplomato, a vent’anni, è protagonista nel West End di Another Country: successone e premio di miglior debuttante della stagione. Ma per il ragazzo che sognava di essere Olivier non basta, e a 25 anni ha già la sua compagnia teatrale sull’esempio del giovane Orson Welles. La Renaissance Theatre Company costruita a sua immagine e somiglianza, classici e moderni con regie nuove, tournée avventurose senza sussidi pubblici ma con la benedizione del principe Carlo del quale diventa amico, spettacoli subito notati dai critici e ripresi dalla tv. Invita i grandi attori — Judi Dench, Derek Jacobi — a debuttare come registi e come regista, al cinema, debutta anche lui: Enrico V da uomo di teatro e di cinema totale, come Olivier. Ma se Olivier regala ai posteri un re eroico combattente per l’Inghilterra (è il 1944) Branagh scavalca il maestro e fa un passo in più. Il suo Enrico con l’immortale discorso «Noi, banda di fratelli...» porta le truppe a macellare diecimila francesi. E attraversa, in un indimenticabile piano sequenza di quattro minuti, il campo di battaglia coperto di cadaveri portando in braccio uno dei suoi morti mentre risuonano le note del Non nobis Domine. Enrico piange: la battaglia di Agincourt — fotografata da Olivier nella luce accecante del giorno, da Branagh nella nebbia di un’alba livida — raccontata per quello che fu: una carneficina. Con polemiche britanniche sull’Enrico V «revisionista» che trionfa agli Oscar e fa di Branagh una star globale, «il nuovo Olivier» il titolo più utilizzato, a 28 anni sulla vetta del mondo con la sua Emma Thompson a amplificare i confronti con la coppia Olivier-Leigh. E quando, pochi mesi dopo, Olivier muore all’età di 82 anni, il principe Carlo chiede all’amico Kenneth di presenziare alle esequie in sua vece ma la famiglia di Sir Laurence — un aneddoto che resterà segreto per un ventennio — si rifiuta: teme che Branagh rubi la scena al protagonista del funerale. Come tutte le vittorie, ha un prezzo. Dal glorioso 1989 la carriera continua con momenti di splendore (la leggerezza di Molto rumore per nulla del ’93 girato nel Chiantishire con Denzel Washington e Keanu Reeves, l’Amleto integrale portato al cinema nel ’96 anche qui scavalcando Olivier che aveva operato i classici tagli alla lunghissima tragedia, e girato a Blenheim Palace dove nacque Winston Churchill, poi uno struggente corto, Il canto del cigno tratto da Cechov con l’anziano maestro John Gielgud e poi ancora un Shakespeare da ricordare, Nel bel mezzo di un gelido inverno) e inevitabili fiaschi (il thriller extrasensoriale L’altro delitto del ’91, un Frankenstein intellettuale e mal riuscito con De Niro, e poi attore in due brutti film di due maestri, Celebrity di Woody Allen e Conflitto d’interessi di Altman, il western da dimenticare Wild Wild West nel ’99). Tormentato dal fantasma di Olivier come Amleto da quello di suo padre, Branagh cerca di sottrarsi dal destino-condanna di attore-autore shakespeariano proprio grazie alla lezione di Sir Laurence: è sempre stato fan di un film tra i meno considerati di quelli con Olivier, Dracula, nel quale il maestro interpreta l’ammazzavampiri Van Helsing «perché quando entra in scena Olivier il kitsch immediatamente scompare». Per lo stesso motivo, Branagh — non è più al fianco di Emma Thompson, dopo una storia con Helena Bonham Carter ha trovato moglie e serenità — accetta un ruolo nella parata (miliardaria in dollari) hollywoodiana di star che è la serie di Harry Potter. Poi tra 2006 e 2007 ecco un’altra regia revisionista — Il flauto magico mozartiano portato fra le trincee della Prima guerra mondiale, con Papageno che usa i suoi piccioni per controllare che non ci sia gas nervino nelle trincee — e Sleuth nel quale dirige due star, Jude Law e Michael Caine, sul testo di Pinter. Torna definitivamente sulla vetta grazie alla tv nei panni di Wallander, detective esistenzialista e depresso dello scrittore svedese Henning Mankell, poliziesco dal volto umano. E oggi dirige Thor, kolossal americano da mezzo miliardo di dollari al botteghino ispirato a un fumetto, e l’ultimo passo della lunga marcia cominciata quel giorno, nella scuola di Reading, quando vestì il suo accento dei panni da inglese, è il ruolo (in odore di Oscar) di Laurence Olivier in My Week With Marilyn già visto al Festival di Roma. Branagh cinquantenne nei panni di Olivier cinquantenne: quando Sir Laurence temeva di essere stato superato dagli attori del Metodo che lui odiava, quelli alla Marlon Brando, ed era alla vigilia di una metamorfosi artistica, cominciare in patria a interpretare il teatro contemporaneo degli «arrabbiati» per trovare una nuova carriera. L’ultima resa dei conti con il fantasma che l’ha sempre inseguito, finalmente esorcizzato ascoltando tutte le mattine, al trucco (un mento finto), la voce registrata di Olivier che legge la Bibbia, decenni fa, lontana come se venisse dall’aldilà, solenne come quella di Dio.