Antonio Pascale Corriere della Sera/La Lettura 8/1/2012, 8 gennaio 2012
Sull’«Espresso» del 21 dicembre 2011, Ascanio Celestini: «Ma le sembra sensato che io abbia comprato in Trentino delle mele che venivano dal Cile? Vuol dire che c’è un contadino sottopagato dall’altra parte del mondo che muore di fame (…)»
Sull’«Espresso» del 21 dicembre 2011, Ascanio Celestini: «Ma le sembra sensato che io abbia comprato in Trentino delle mele che venivano dal Cile? Vuol dire che c’è un contadino sottopagato dall’altra parte del mondo che muore di fame (…)». La questione delle mele cilene comprate in Trentino mi colpisce per vari motivi. Il primo: ho passato l’adolescenza ad ascoltare gli Inti Illimani, esiliati dopo il golpe del 1973. Ero così contento che girassero il mondo. Non pensavo che l’arte dovesse essere a chilometro zero. Sono sicuro che nemmeno Celestini la pensa così, se qualcuno lo inviterà in Cile, lui (credo e spero) accetterà il viaggio. I cileni saranno di certo contenti perché i suoi sono spettacoli belli. Insomma, nessuno dirà: ma perché comprare un biglietto per Ascanio Celestini quando in Cile abbiamo un eccellente movimento teatrale? Il secondo: la vocazione di sinistra è per me «globale». Essendo cresciuto in una città borbonica come Caserta, preferivo consumare prodotti (artistici, libri, dischi, vestiti e altro) di derivazione globale. Trent’anni fa lo scontro era tra le possibilità che il vasto mondo offriva e quello che invece proponeva la tua ristretta terra. A sinistra c’erano sentimenti di inquietudine e di curiosità, a destra sentimenti immobili e non contestabili quali mito e tradizioni locali. Un concetto come l’autarchia era nel bagaglio della destra, ora, invece, le idee di derivazione autarchica, come il chilometro zero, sono diffuse da movimenti di sinistra come Slow Food, da movimenti ecologisti e da associazioni agricole come la Coldiretti. Il terzo: siccome mi piacciono le mele sono informato sui flussi commerciali. Il fatto è che nel triennio 2003-2005 (dati Fao) tra i Paesi esportatori di mele l’Italia risulta al terzo posto, dopo Cina e Francia. Seguita a pochissima distanza proprio dal Cile (657,88 tonnellate l’Italia contro 634,99 tonnellate il Cile). L’Italia esporta mele in tutto il mondo, principalmente in Germania e Inghilterra, ma anche in Russia e in Brasile. Conviene stare sui mercati esteri, si sconta un prezzo più alto, infatti più della metà della nostra produzione va all’estero. Questo è anche il motivo per cui una piccola parte delle mele cilene (in alcuni periodi dell’anno) arriva da noi: per colmare il saldo tra autoconsumo ed esportazione. È il paradosso del chilometro zero: dannoso solo quando riguarda gli altri. Si tratta di attenzione alla sostenibilità o di egoismo e protezionismo? Il Cile produce mele molto buone, esporta più del 50%, soprattutto in Usa, Messico e, in piccole quantità, Europa. I contadini cileni non muoiono di fame, anzi il loro reddito pro capite è in piena ascesa, il Cile ha superato il Brasile e anche la Cina (dati gapminder.org). Per finire, diversi studi (scaricabili in Rete) tra cui quelli del ministero dell’agricoltura inglese, hanno verificato che un indicatore basato solo sullo spazio percorso non può essere una misura attendibile dell’impatto ambientale totale. Una delle difficoltà risiede nel fatto che circa la metà del chilometraggio percorso, il 48%, è attribuibile al compratore. Il mondo è complicato e siamo in tanti, la sinistra deve essere all’altezza dei tempi, evitare slogan e lottare per l’efficienza energetica (come produrre di più con meno input). Nel frattempo, compagni, possiamo ancora unirci al grido di Viva Chile!