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 2012  gennaio 08 Domenica calendario

RUOTOLO

Dice il generale Leandro Cuzzocrea, comandante del Nucleo valutario della Guardia di finanza: «Il rischio del sistema dei trasferimenti di capitali all’estero attraverso il mercato parallelo a quello 1000 bancario rappresentato dai Money Transfer è che veicoli capitali frut- euro to di attività illecite del contrab-

bando, della contraffazione, del- di tetto l’immigrazione clandestina e del-

l’evasione fiscale».

Con l’ultima manovra il limite

I numeri di questo mercato sono massimo dei trasferimenti

da capogiro. Ogni anno solo i lavora- è stato dimezzato tori cinesi emigrati in Italia spediscono a casa, ufficialmente, un miliardo e 700 milioni di euro, che rappresentano il 28% di quella torta complessiva delle rimesse degli stranieri nei rispettivi paesi d’origine. Quelli che vivono a Roma, quasi 900 milioni. Ancora due numeri: un cinese che vive nella capitale riesce a inviare in media 78 mila euro all’anno; ma se prendiamo un cinese che vive in Italia, la media scende ad appena 10 mila euro all’anno.

Quante sorprese dal mondo del lavoro sommerso, parallelo, legale ma invisibile del Paese del Dragone.

Zhou Zengh, il papà della piccola Joy, entrambi trucidati mercoledì sera sotto casa, a Torpignattara, faceva la raccolta delle rimesse dei suoi connazionali che poi versava allo sportello ufficiale di un money transfer. E nel suo borsello abbandonato dai rapinatori trasformatisi in killer, c’erano oltre 16 mila euro.

L’Osservatorio di MoneyGram International sostiene che «ogni cinese in Italia mantiene poco meno di tre cinesi in patria. Complessivamente i flussi finanziari che partono dall’Italia sono in grado di sostenere mezzo milione di cinesi in Cina».

Ma quanti sono i lavoratori stranieri che utilizzano altri sistemi di trasferimenti di capitali? Il generale della Guardia di Finanza, Leandro Cuzzocrea: «È difficile fare una stima della ricchezza trasferita illegalmente. Di certo esiste ed ha una sua consistenza. Basti pensare che i cittadini dei paesi arabi utilizzano il sistema cosiddetto “Hawala” che trae origine dalla legge islamica ed è totalmente fuori da ogni sistema legale. Le transazioni avvengono sulla parola e l’onore».

Il dato interessante che emerge e che può sembrare un paradosso è che in Cina non esiste il sistema dei money transfer. E dunque a un certo punto il flusso dei capitali si incanala nel sistema bancario e creditizio ufficiale.

Solo a Roma sono quasi 8.000 gli agenti del sistema dei money transfer, poco più del 10% rispetto a quelli presenti in Italia (70.547). Il comandante del Nucleo valutario della Gdf, il generale Cuzzocrea sottolinea quanto sia «severa la normativa di questo settore»: «Quando era consentiva una movimentazione privata di capitali fino a 12.500 euro, per il money transfer il limite era fissato a 5.000 euro. La regola prevedeva che per spedire 2.000 euro fosse necessaria la identificazione del cliente, ma se la somma arrivava fino a 5.000 euro, oltre l’identificazione era necessaria allegare anche la documentazione su quella somma, come per esempio una busta paga. Successivamente, ed arriviamo all’oggi, la legge antiriciclaggio ha stabilito che se nell’arco di una settimana un cliente effettua più di un versamento che supera complessivamente i 1.000 euro, il versamento frazionato non è regolare».

In diverse inchieste, la Guardia di finanza ha documentato le continue violazioni delle norme. L’anno scorso, a Firenze il volume di trasferimenti illegali ha raggiunto un miliardo di euro da parte di un solo intermediario finanziario.

Fa riflettere un dato sulla specificità romana: qui la comunità cinese ha una capacità di produrre profitti molto alti se è vero che in media un cinese manda ogni anno in Cina 78.000 euro, a fronte dei 10.000 spediti in media da un cinese che vive in Italia (il dato si riferisce al 2007). Fa riflettere in sé, a maggior ragione se confrontato con un cittadino di un altro paese. Per esempio un marocchino manda a casa 1.188 euro se svolge la sua attività a Roma, 925 euro se invece lavora in un’altra città del Paese. Un dato abbastanza omogeneo.

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Un money transfer può incassare tranquillamente anche 30-40 mila euro al giorno, soprattutto ora, all’avvicinarsi della ricorrenza per noi più importante, il Capodanno cinese (prossimo 23 gennaio), che ha un valore altamente simbolico per l’unità familiare». Per Hu, un imprenditore da anni in Italia, aiutare i propri parenti è un dovere sacrosanto come è abitudine di ogni cinese che si rispetti, soprattutto se ha la fortuna di guadagnare bene in un paese straniero. Al punto che, dati alla mano, è come se ogni cinese che vive in Italia mantenesse tre suoi connazionali in patria: significa che in Cina oltre mezzo milione di persone riescono a vivere un po’ meglio di come altrimenti potrebbero grazie ai quasi 1,8 miliardi di euro in rimesse che ogni anno i loro figli, fratelli e nipoti emigrati in Italia affidano ai vari intermediari finanziari. Non stupisce perciò che, sebbene siano la quarta popolazione straniera in Italia, i cinesi risultino invece primi, per quantità di soldi inviati ogni anno a casa.

Proprio Roma, teatro della sanguinosa rapina, è la provincia dalla quale parte il maggior volume di rimesse: da soli, i circa 9 mila cinesi residenti nella capitale producono ogni anno oltre il 40 per cento dei soldi rimpatriati, 78 mila euro pro capite (contro una media nazionale di 10 mila euro) che prendono il volo verso la Cina. Cifre consistenti che trovano conferma nelle stime di chi i soldi cinesi guadagnati in Italia li maneggia quotidianamente e che, con pudore e sotto garanzia di anonimato, accetta di fare. Anche perché, accanto ai versamenti «in chiaro», c’è tutto il tesoro delle attività sommerse. In un grosso processo concluso a Milano, il gestore di una bisca ha testimoniato questo retroscena dietro il ritrovamento, in una sola serata di gioco, di 22 mila euro, 1.200 franchi svizzeri e assegni per altri 62 mila euro: «Le vincite e le perdite venivano annotate su un quaderno, poi c’era una persona di fiducia che veniva incaricata di recuperare i soldi dai vari perdenti, raccoglierli e andare a consegnarli ai creditori». C’è però un’apparente contraddizione.

Malgrado le rimesse sfiorino appunto i 1.800 milioni di euro l’anno, nel 2010 sono però diminuite di oltre il 10 per cento. Un corto circuito di cui sa offrire una spiegazione chi opera nell’imprenditoria italo-asiatica: i cinesi viaggiano sempre di più, e addosso a loro viaggiano anche le banconote. «Le rimesse stanno diminuendo per effetto delle nuove abitudini di vita e di business dei cinesi di seconda generazione, che hanno spesso occasione di fare viaggi in patria, o se non loro stessi i loro familiari e amici, e di consegnare così personalmente il frutto del lavoro ai propri cari», racconta da Roma Tian, una cinese originaria del sud della Cina che con i genitori importa nel suo paese prodotti alimentari italiani. Sono schegge di verità carpite a una comunità gelosa della propria riservatezza, che – confessa Tian - «malvolentieri, e lo si è visto anche dalle reazioni di questi giorni, parla pubblicamente di sé per paura di essere ulteriormente presa di mira e perseguitata per la sua presunta ricchezza». Non è un caso infatti che, come ora cominciano ad ammettere molte delle vittime che comunque continuano a non sporgere denuncia, gli scippi siano all’ordine del giorno. Una commerciante residente nel quartiere dove è avvenuto il duplice omicidio, Hu Aisen, è stata scippata così tante volte da non ricordare nemmeno quante. «Se ne è parlato molto in questi giorni per via del disgraziato omicidio, ma ciascuno di noi è stato derubato almeno una volta», dice ancora Tian. Quando è successo a lei, aveva nel portafogli soltanto 20 euro. La borsa dell’uomo ucciso «come un cane» ne conteneva mille volte tanti.